La versione di Henry Kissinger

di Marco Vigna

Henry Kissinger è insospettabile sia d’incompetenza in fatto di politica internazionale sia di simpatie per Putin, pertanto la sua dichiarazione andrebbe meditata dai bellicisti ad oltranza (da salotto) che imperversano in Europa.

Primo, egli ha ricordato che la conduzione d’una guerra deve darsi un obiettivo politico realistico, che invece finora l’Occidente non si è dato.
Kissinger ha ragione, avendo implicitamente citato la famosa massima di von Clausewitz, secondo cui la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. Condurre una guerra senza un obiettivo politico determinato rischia infatti sia di rovinare lo sforzo bellico stesso, letteralmente privo di orientamento, sia di condurre ad uno stato di conflittualità continua a tempo indeterminato. Se infatti non vi è un obiettivo politico, l’alternativa è la guerra permanente, di per sé irrealistico.

Secondo, costui ha ammonito che sarà necessario per gli interessi dell’Occidente ritornare a rapporti amichevoli con la Russia, altrimenti questo paese, sospeso fra Europa ed Asia, sarà spinto verso l’Asia con tutte le conseguenze del caso.
Kissinger riflette correttamente. Anche se il grosso del gigantesco paese si trova in Asia, nonostante la popolazione comprenda una mescolanza di etnie diversissime di cui molte prettamente asiatiche, pure il centro politico, demografico, economico della Russia è sempre stato ad ovest degli Urali e per cultura e mentalità il russo medio è più vicino ad italiano o francese che ad un afghano od un cinese. Il tentativo di rescindere ogni rapporto con la Russia, economico ma pure culturale, da parte dell’Occidente equivale a spingere un intero subcontinente, quale è la Federazione russa per dimensioni geografiche, demografiche e disponibilità di materie prime, verso la Cina. Il paradosso è che la Cina non è soltanto più lontana dalla Russia di quanto lo sia l’Europa, ma che è un vecchio ed infido nemico dei russi, che non si fidano affatto (giustamente) dei cinesi e delle loro mai abbandonate aspirazioni verso l’Estremo Oriente della Federazione Russa.

Per cercare di mantenere il Donbass all’Ucraina (fallendo), l’Occidente ha perso l’amicizia con la Russia. Si valuti quanto si è guadagnato e quanto si è perso per capire se la decisione sia stata saggia da parte delle “classi dirigenti” dell’Occidente.
Giustamente, Henry Kissinger, che è sempre stato un realista, ha suggerito che il conflitto contro la Russia avrebbe dovuto darsi un fine determinato e limitato, che consentisse successivamente un ristabilimento dei rapporti con questo paese. Invece si è promossa una sorta di guerra di (pseudo)religione, in cui non ci pone alternativa alla distruzione del nemico considerato il Male, malgrado tale fine sia irraggiungibile.
L’ex segretario di stato di Nixon ha quasi 100 anni (99 per l’esattezza), ma è più intelligente e lucido dei vertici attuali della Ue e degli Usa. Il declino conclamato delle capacità della classe dirigente occidentale risalta impietoso dal confronto fra un Kissinger e personaggi come von der Leyden e Lagarde, Harris e Biden, Di Maio e Speranza. Se si seleziona il personale sulla base di criteri che trascurano le capacità e considerano parametri di per sé irrilevanti, come il sesso od il colore della pelle politicamente corretti, l’effetto è di porre in ruoli apicali e vitali per una società individui assolutamente inadatti.

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