La tragica peste nel Golfo di Tripoli, durante il tardo XVIII secolo, descritta da Miss Tully, gentildonna inglese

di Armando Pepe

Il punto di vista di una donna colta, l’inglese Miss Tully, la quale, con occhi disincantati, guardava gli avvenimenti durante la peste di Tripoli, che furoreggiava tra il 1784 e il 1786. È quello che cerca di cogliere Elina Gugliuzzo, in un volume recentemente uscito per la Biblioteca della Nuova Rivista Storica, che, partendo dalle lettere di Miss Tully, ricostruisce un evento di lunga durata, inserendolo nell’affresco di un’epoca. «La Tully, di cui mai si riesce a sapere il vero nome, giunge a Tripoli nel 1783, e va a risiedere nella casa dell’inglese Richard Tully. Questi è il console britannico presente nella capitale della Reggenza Tripolina, appunto, dal 1783 e sino al 1793. In realtà Richard Tully era già a Tripoli nel 1782, in qualità di agente consolare; nel luglio dell’anno successivo entra nella baia tripolina la nave che porta Miss Tully» (p. VI). Lettere già edite a Londra (1817) e anche a Parigi (1819), in traduzione francese, durante i primi due decenni del XIX secolo, quando il fascino per l’esotico colpiva l’interesse dei lettori europei. «Tra il 1783 e il 1786 Miss Tully aveva scritto oltre cento epistole, dipingendo un quadro incredibilmente vivido della vita sulla costa della Barberìa, la Barbary Coast» (p. VI).  Miss Tully, evidentemente, «Era una donna straordinariamente dotata non solo di una considerevole abilità letteraria, ma anche di occhio attento e molto preciso, e un’incessante diligenza nell’affidare alla carta gli eventi. A partire dalla data del suo arrivo al consolato britannico, nel luglio 1783, miss Tully cominciò a tenere un diario, che era contenuto in una serie di lettere ad un amico in Inghilterra, un po’ nello stile di quelle di Lady Wortley Montagu. Queste lettere, scritte spesso nello stesso giorno man mano che gli eventi scorrevano, hanno un valore eccezionale per lo storico, provenendo dalla penna di una persona che aveva accesso costante e facile al Castello, che si muoveva in friendly terms tra gli harem del pascià e dei principi. Ma non c’era solo questo: la signorina Tully si spingeva per la città carica di domande, per rendersi conto della storia, di the manners and the customs della gente di Tripoli» (p. VII). Nell’ormai assestata e abbondante storiografia sulle epidemie e sui morbi contagiosi, «la peste del 1784-1786, una delle più lunghe, più crudeli, è quella che conosciamo meglio grazie ai rapporti dettagliati di testimoni oculari e degni di fede. Miss Tully non si concede alla narrativa d’immaginazione, va piuttosto saggiando ambienti e avvenimenti. Nel 1783 va risiedere nella dimora del console inglese Richard Tully. La casa consolare inglese è un alloggio veramente degno, costruito prevalentemente in pietra diversi anni prima come residenza di un bey» (p. 1). In quei frangenti, sinistramente illuminati, «sembrava che l’epidemia si stesse avvicinando a Tripoli, portata da un flusso costante di rifugiati affamati in fuga verso la città. Il commercio era a un punto morto poiché non c’erano soldi disponibili per l’acquisto di beni tramite importazione e il timore della peste continuava a tenere lontano dal Nord Africa le navi straniere. Agli occhi di miss Tully, però, tutto sembra filare liscio, salvo un’avvisaglia negativa, registrata nel febbraio del 1784. Dopo aver esplorato un «passabile» castello in rovina, miss Tully e compagnia tornano alla casa consolare, nei cui giardini avrebbe dovuto attenderli un rinfresco: ma i servitori degli europei vi erano arrivati solo con i resti di un carico di vivande, appena salvati da un avido assalto di Mori affamati» (p. 2). Dall’avvisaglia, in un battibaleno, si passa all’ecatombe, poiché «la città, al momento in cui la Tully la osserva, è in uno stato così terribile di carestia, che è diventato atroce camminare o cavalcare, a causa delle persone bisognose che muoiono continuamente nelle strade. I «Cristiani» hanno ridotto, per quanto possibile, il consumo di provviste per le loro tavole, in modo da avere una porzione di carne condita, che viene data ogni giorno alla porta a un certo numero di supplicanti affamati. La più grande precauzione è necessaria per evitare di dare loro il pane cotto lo stesso giorno, poiché alcune di queste persone ridotte alla fame erano in uno stato così smanioso di cibo, che il dar loro da mangiare una piccola pagnotta calda ha causato la loro morte istantanea. Ogni articolo, anche il più banale, è salito a un prezzo enorme. Un gran numero di ebrei, angosciato per la situazione, è emigrato verso Livorno, cosa che rende l’acquisto di tutti i beni più difficile e a prezzi esorbitanti, dal momento che il commercio a Tripoli è principalmente portato avanti dagli ebrei. Il denaro è adesso prestato sacrificando terribilmente dal trenta al quaranta per cento di interesse, con la detrazione pagata alla consegna del contante» (p. 4). Ogni periodo di crisi-, guerra e/o malattia-, come l’attuale insegna, porta con sé speculazione e povertà, caduta verticale dei redditi e fame. A Tripoli, osservò con notevole efficacia rappresentativa Miss Tully, «non ci sono lazzaretti, di conseguenza nessuna quarantena può essere fatta in alcun modo; quindi, questa circostanza causa la più grande costernazione» (p. 6). Con acutezza e a guisa d’indagine scientifica, Miss Tully intuisce il propagarsi del morbo, tanto che «i sintomi della peste al momento dell’osservazione di miss Tully sono quelli di una persona che viene colta da una specie di stupore e stato confusionale, che cresce velocemente verso la follia, e inoltre che presenta possenti bubboni e soffre di dolori lancinanti, che in poche ore terminano con la morte. Sempre a maggio si può dire che la peste avesse raggiunto Tripoli; il consolato britannico a Zenghet el Yehud fece preparativi per la chiusura. Sembrava molto probabile che le altre case consolari fossero indotte a seguire l’esempio del console Tully» (p. 12). Superficiali cordoni sanitari non impediscono il contagio, che esplode, in quanto «La peste che spopola Tripoli fra giugno e luglio del 1785, si dice – riferisce la Tully – sia più grave di quanto si sappia per Costantinopoli nei secoli passati, ed è dimostrato che, per i calcoli compiuti, distrugga il doppio del numero di persone in proporzione a coloro che sono morti di questa malattia ultimamente a Tunisi, quando cinquecento al giorno venivano portati fuori da quella città. Un giorno a Tripoli oltre duecento vittime hanno superato la porta della città. La città di Tripoli contiene 14.000 abitanti e la città di Tunisi 30.000» (p. 15). Occorse molto tempo prima che il contagio si placasse, diminuendo placidamente, sia pure in modo progressivo. Chiaramente il lavoro di Elina Gugliuzzo non consiste soltanto nella riproposizione, sia pure condotta secondo una finissima, e personale, chiave ermeneutica, ma anche, come fa ogni studiosa che si rispetti, in un’ampia ricognizione archivistica, poiché «grazie al materiale inedito reperito ai National Archives, già P.R.O (Public Record Office) di Londra, si potrà avere una buona documentazione riguardo all’operatività del console inglese Tully in generale e più nello specifico rispetto al diffondersi delle epidemie. L’insieme di questi documenti costituisce la serie F.O. (Foreign Office) 160, Letter Books and Correspondence, con particolare attenzione al vol. 33, 1779-1790, Correspondence to and from London and Leghorn, Malta, etc. (with Consul Richard Tully); F.O. 161, Miscellanea, e F.O. 195. Il periodo preso in esame va dalla metà del Settecento agli inizi dell’Ottocento. I volumi del fondo F.O. 161 comprendono la corrispondenza che partiva da Tripoli per la Gran Bretagna ad opera di consoli o viceconsoli. Attraverso questi documenti è possibile conoscere molti particolari sui contagi epidemici senza perdere di vista gli aspetti sociali e politici di quel determinato periodo storico. Imprescindibile e basato su solide fonti e varie, rimane lo status quaestionis, insieme all’apparato ecdotico, ricco di una miriade di informazioni bibliografiche e annotazioni cogenti. Sicuramente è un libro con cui misurarsi.

 

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