La tenuta della democrazia di fronte alla violenza

di Matteo Luigi Napolitano

Quello che è successo a Roma e a Milano impone delle riflessioni. Hanno sfilato senza autorizzazione contro la “dittatura del Greenpass”. Hanno sfilato senza autorizzazione contro la dittatura dei vaccini.
A Roma i fascisti di Forza Nuova hanno fatto le prove generali della nuova marcia di cui l’anno prossimo ricorre il centenario, attaccando la CGIL. Infami è il solo vezzeggiativo che mi viene.
Fascisti e altri manifestanti hanno occupato illegalmente via del Corso, ieri piena di turisti rimasti costipati nelle vie e nelle piazze limitrofe; per poi dirigersi in Largo Goldoni. Una minoranza rispetto alla stragrande maggioranza dei “greenpassati” e dei “si vax”. Vanno denunciati. Condivido.
Ma il punto non è solo questo. Il problema è che se uno Stato non esercita più alcuna potestà d’imperio in quel capitolo fondamentale (e costituzionale) che si chiama “democrazia”, esso non può sussistere come Stato. La democrazia non è gratis; non si regge da sola, ma sullo sforzo congiunto di istituzioni e cittadini.
Meglio di me dice Carlo Verdelli, ricordando oggi sul Corriere della Sera i sessant’anni della Marcia della Pace Perugia-Assisi: «L’agenda delle cose da fare va di pari passo con quelle da non permettere che siano fatte, perché vietato dalla Legge e dalle leggi non scritte ma vigenti in ogni democrazia. Ed è un’agenda di impegni da onorare con una sorveglianza politica quotidiana». E ancora: «La manutenzione della pace e della fraternità, mai così a rischio di rottamazione, richiede uno sforzo concreto e continuato di resistenza».
Sforzo concreto e continuato di resistenza è quanto segue: se un corteo non è autorizzato, lo si coglie. Con le buone, anzi con le ottime. Se alcuni facinorosi in un corteo non autorizzato resistono con le cattive, si risponde con misure adeguate a reprimere le maniere cattive.
Invece abbiamo condannati al DASPO che, in virtù delle misure speciali di sorveglianza di polizia, non possono entrare negli stadi. Ma che poi entrano nelle piazze italiane e disturbano dei pacifici manifestanti (non autorizzati, ma pacifici); questo perché la sorveglianza speciale DASPO riguarda gli stadi, mica le piazze. Hai visto mai che uno confonde i piani…
A mio sommesso avviso (e lo dico da elettore, da cittadino e da profondo democratico ed europeo), lo Stato deve smetterla di fare come quel ginecologo che annuncia alla sua paziente: «Signora, lei è un po’ incinta». Una cosa, o è o non è. Se esistono delle leggi, vanno fatte rispettare. Se si lascia che siano sistematicamente violate, non sono più leggi. Perché quelle leggi violate di continuo e impunemente (impunemente) prima o poi cadono in desuetudine.
Ciò vale soprattutto per la vessata questione dei vaccini e del greenpass. Uno Stato che intenda far rispettare il sacrosanto principio costituzionale della tutela della salute rende obbligatorio il vaccino; non lo lascia alla libera volontà dei singoli. Come non sono lasciati alla libera volontà dei singoli la guida a destra o a sinistra, il limite di velocità, le gomme da neve, il colore dei semafori ecc.
Se lo Stato si comporta come il ginecologo di cui sopra e rinuncia, in un campo dirimente come la tutela della salute, all’esercizio della sua potestà d’imperio, arrendendosi con un bonario «vènghino siòri vènghino a vaccinarsi se vogliono; è bello ed è gratis», ebbene, esso smette di esercitare la sua autorità, che a quel punto diventa discutibile su tutto il resto.
La vaccinazione andava imposta per legge. Punto. Invece si è scelta la via della persuasione amichevole, dell’esercizio del buon senso. Ora: quando devi salvare uno che sta annegando e che ti tira giù per istinto, mentre lo salvi, un ceffone glielo devi pur dare. Perde conoscenza e lo porti a riva. Ovviamente questo è un esempio figurato.
Lo Stato ha messo la Scienza di mezzo. Non ha fatto altro che insistere sul concetto che non era in discussione né libera opinione il fatto che vaccinarsi significasse ridurre i rischi di contagio. Ora, se una tale constatazione non era un’opinione, allora bisognava imporla. Imporla, per legge. Il greenpass (peraltro norma europea) sarebbe stata solo logica conseguenza di un obbligo stabilito per legge.
E invece lo Stato ha rinunciato a imposizioni di sorta e ha permesso si arrivasse a una prova di forza con una variopinta minoranza (nopass, no vax, tutt’e due) su un obbligo (il greenpass) derivante da una facoltà (il vaccino).
Un obbligo attuativo non può derivare da una facoltà. Un obbligo di fare dipende da un obbligo giuridico. E invece si è perduto perfino il senso del rango delle norme.
Ritorna l’ammonimento di Fabrizio De André: «Prima pagina, venti notizie, ventuno ingiustizie e lo Stato che fa? Si costerna, s’indigna, s’impegna. Poi getta la spugna con gran dignità».
Dio non voglia si sia arrivati a questo punto.
La democrazia non è imperio della minoranza. E’ rispetto di ciò che vuole la maggioranza, ferma restando la libertà di opinione delle minoranze.
A patto che per i neofascisti non ci sia mai e poi mai diritto alcuno di espressione. Si sono già espressi, esattamente novantanove anni fa. E sappiamo come.

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