La strage di via D’Amelio

di Franco Lannino

Trent’anni fa la strage di via D’Amelio.

SCATTAVO E SCATTAVO CON LA MIA NIKON, COME IN TRANCE
C’ERA PUZZA DI BRUCIATO, DI CHEROSENE, DI MORTE

C’era caldo a Palermo quel pomeriggio del 19 luglio del 1992. Caldo e Afa. A Palermo, per difenderci da ciò, si va a prendere un gelato nel boschetto del villaggio montano di San Martino alle porte della città. Li ci sono almeno tre-quattro gradi in meno data l’altezza sul livello del mare. Io, mia moglie e mio figlio, che allora aveva otto anni, non arrivammo mai a San Martino. Sui tornanti di Baida il piccolo Corrado che era seduto dietro mi fece notare la colonna di fumo nero e denso che, come il pennacchio di un vulcano, saliva verso il cielo dalle parti dei cantieri navali.
Erano le 16,58 in punto. In via D’Amelio era appena esplosa l’auto bomba che si portò via sei persone – il giudice Paolo Borsellino e i suoi cinque agenti di scorta Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Eddie Walter Cosina e Claudio Traina – e ne ferì 24.
Da quel momento per me fu una cavalcata a briglia sciolta che durò cinque giorni e cinque notti. Tornai indietro a tutta velocità e mi diressi verso il luogo dell’esplosione.
Arrivato vicino via dell’Autonomia siciliana non si poté andare oltre. Un vigile urbano mi disse che c’era stato un attentato dove era coinvolto un magistrato. “Borsellino” dissi io ad alta voce! “Borsellino!”. Abbandonai auto e famiglia in mezzo al traffico – mia moglie non sapeva guidare – le dissi “arrangiati”. Andai di corsa a rotta di collo con la mia fedele Nikon a tracolla verso il luogo dell’attentato.
Arrivai in via D’Amelio che ero come in trance. Scattavo, vedevo quella scena di guerra attraverso il mirino della fotocamera e non credevo ai miei occhi. Ero stato testimone due mesi prima, il 23 maggio di un’altra strage, quella di Capaci dove trovò la morte il giudice Falcone, la moglie e tre agenti di scorta, ma qui era peggio. Molto peggio. Non ci credevo! Camminavo su detriti, pezzi di carne e oggetti indefiniti. Ricordo ancora la puzza di bruciato, di cherosene e di morte.
Mi ci volle un po’ per focalizzare dove fosse il soggetto migliore da fotografare e da proporre alle redazioni dei giornali. Si perché un fotoreporter di razza deve mettere da parte il “contorno” e concentrarsi sulla “sostanza”. E la sostanza in quel caso era la ricerca di quel che rimaneva dei poveri corpi dilaniati del giudice Paolo Borsellino e dei cinque agenti di scorta caduti (o meglio volati) con lui. Volati perché pezzi di corpi di questi poveretti furono scagliati fino al terzo piano degli edifici adiacenti.
E rimasi lì. Otto lunghe ore a documentare tutto quello che c’era da documentare, senza pensare, solo a concentrarsi sul da farsi. Poi fu tutto un susseguirsi di decine di investigatori, centinaia di curiosi e le solite passerelle della autorità civili, politiche e militari, locali e nazionali, a constatare coi propri occhi come lo stato stava perdendo la guerra contro la mafia. Si leggeva negli occhi di tutti lo sgomento e l’incredulità di come i mafiosi avessero puntato in alto. Era già buio quando tornai in agenzia a sviluppare le pellicole e stampare le fotografie che la mattina dopo dovevano già essere pronte per essere proposte alle redazioni del centro nazionale dell’editoria, Milano.
E fu così che senza chiudere occhio e aspettando l’alba tornai sul luogo dell’eccidio con la ventiquattrore piena di materiale fotografico e a fotografare la devastazione dall’alto. Un taxi mi accompagnò in aeroporto che era ancora mattino presto, alle sette e mezza volai per Milano.
Li mi attendeva uno dei miei agenti e insieme girammo per le redazioni di tutti i rotocalchi nazionali ed internazionali a far visionare le foto nella speranza che le acquistassero.
Tornai dopo 24 ore a Palermo, giusto in tempo per i funerali, separati stavolta. Gli agenti della scorta alla cattedrale il 21 luglio e il magistrato nella chiesa di nella chiesa di Santa Maria di Marillac tre giorni dopo.
Solo allora realizzai di aver “abbandonato” mia moglie e mio figlio per strada in auto in mezzo al traffico. Tornando a casa seppi che la mia famiglia era stata “salvata da un collega e amico, Benvenuto Caminiti, che aveva pensato bene di riaccompagnare a casa mia moglie e mio figlio.

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