La spia intoccabile: Federico Umberto D’Amato

di Vladimiro Satta

Recensione del volume di Giacomo Pacini, La spia intoccabile. Federico Umberto d’Amato e l’Ufficio Affari Riservati, Einaudi, Torino 2021, prezzo 28 euro.

Già in passato la figura tuttora parzialmente misteriosa di Federico Umberto D’Amato (1919-1996), grande protagonista nel campo dell’intelligence all’epoca della cosiddetta Prima Repubblica, è stata oggetto di studi. Tra questi, nel 2010, anche un volume dello stesso Giacomo Pacini intitolato Il cuore occulto del potere (editore Nutrimenti, Roma), dedicato appunto a D’Amato e all’apparato da quest’ultimo guidato de facto, gli Affari Riservati del Ministero dell’Interno (formalmente il ruolo di direttore fu ricoperto da altri). Le odierne cronache, da cui si apprende che D’Amato è imputato insieme a Licio Gelli, Umberto Ortolani e Mario Tedeschi -tutti defunti- di essere stato il mandante della strage alla stazione ferroviaria di Bologna del 2 agosto 1980, danno ulteriore motivo per occuparsi di lui anche agli storici. E’ prevedibile quindi una nuova stagione di studi su D’Amato, della quale per adesso sono espressione un saggio di Giovanna Tosatti (Vita e opere di Federico Umberto D’Amato. I segreti della Repubblica, <<Le Carte e la Storia>>, fascicolo n. 2, dicembre 2020, pp. 45-62) e il presente libro di Pacini La spia intoccabile. Pacini invero aveva concepito l’opera, completata a novembre 2020, prima che fosse accolta la richiesta di rinvio a giudizio dalla quale è scaturito il procedimento penale in corso. Di conseguenza egli si è trovato nella scomoda situazione di poter <<soltanto provare a ragionare sulla base dello scarno materiale>> giudiziario liberamente consultabile finora, <<con tutte le difficoltà e i limiti che comporta scrivere la Storia quando la Storia è ancora in movimento>> (scrive l’autore nella Premessa, p. XVIII). Peraltro, le poche ma ben calibrate pagine di Pacini sull’inchiesta risultano utili e, anzi, indicative di quanto un’adeguata contestualizzazione storica da parte di un valido studioso possa contribuire a evitare sbandate.

Il volume si articola in cinque capitoli preceduti da una densa premessa, seguiti da un breve epilogo e corredati da un ampio insieme di note che documentano la consistenza e la qualità del lavoro di ricerca svolto da Pacini. Non si può fare a meno di rilevare, però, che gran parte dei materiali offerti da La spia intoccabile erano già ne Il cuore occulto del potere.

La spia intoccabile ripercorre sia l’esistenza di D’Amato, che entrò in servizio nell’estate 1943 e andò in pensione nel 1984, sia la storia a dell’Ufficio Affari Riservati, creato nel 1948 e rimasto in funzione fino al 1974 (sotto sigle mutevoli nel tempo). I primi due capitoli de La spia intoccabile parlano più delle origini e dei primi decenni di attività degli Affari Riservati che del personaggio, il quale iniziò la sua carriera entrando in polizia. D’Amato indiscutibilmente aveva notevoli capacità, -che gli vengono riconosciute anche dall’autore, il quale giustamente non manca di sottolineare pure la spregiudicatezza con la quale egli agiva-, e si mise presto in luce. Fornì preziosi aiuti agli Alleati dopo l’8 settembre 1943, passò poi ad un commissariato della Capitale e di lì all’Ufficio politico della Questura romana di cui divenne capo nel 1952, nel 1958 fu rimosso e trasferito a Firenze per uno screzio con l’allora ministro Tambroni e nell’autunno 1960, dopo la caduta di Tambroni, approdò agli Affari Riservati con i quali, secondo Pacini, D’Amato aveva iniziato a collaborare da prima ancora. Allorché dopo la strage di Brescia del 28 maggio 1974 il ministro dell’Interno Taviani avviò un’incisiva azione di riorganizzazione e di indirizzo politico nei confronti degli apparati del Viminale, l’Ufficio Affari Riservati fu soppresso e sostituito da una nuova struttura affidata al prefetto Santillo. Non di meno, Taviani era un estimatore di D’Amato, il quale perciò fu incaricato di dirigere la Polizia di Frontiera e, in considerazione delle sue profonde conoscenze in materia di terrorismo e di eversione, fu ripetutamente consultato dall’autorità politica e dai suoi stessi colleghi in occasione di vicende del genere. D’Amato, dal canto suo, si tenne aggiornato e molto probabilmente allestì un suo archivio privato, come affermano alcune testimonianze reperite da Pacini, sebbene esso non sia stato trovato. Dato che l’Ufficio Affari Riservati disponeva di una capillare rete informativa che raccoglieva notizie di ogni tipo in tutta Italia, e che D’Amato la curava personalmente con la massima attenzione, l’eventuale ritrovamento di un suo archivio avrebbe enorme valore per gli studiosi. In ogni caso, tutto fa supporre che egli fosse informatissimo, inclusa la fama in tal senso che lo circondava, rispecchiata dalle parole di un uomo assai addentro agli ambienti dell’intelligence di quei tempi, Francesco Pazienza, il quale nelle proprie memorie scrisse che D’Amato <<sapeva quasi tutto di tutti e quello che non sapeva, tutti pensavano che lo sapesse>> (citazione presente a pag. 74 del volume di Pacini, nonché addirittura sulla quarta di copertina). L’interessato era conscio del potere che tale fama gli conferiva, se ne avvaleva e, a giudizio di Pacini, ciò contribuì a farlo uscire <<sostanzialmente immune da bufere giudiziarie o da campagne giornalistiche ostili>>, a differenza di quanto capitò ad altri, specialmente esponenti del servizio di informazioni militare, il SID (p. 74). D’Amato nel 1973 fu sospettato di peculato nel quadro di un’inchiesta giudiziaria su intercettazioni telefoniche abusive ma fu prosciolto, poi venne bersagliato dal SID -che vedeva in lui un rivale- e si difese con successo dalle accuse di spionaggio a favore di agenti sovietici anche grazie all’intervento di Santillo, il quale affermò che l’operato del suo predecessore gli era noto e ne garantì la legittimità (pp. 74-77). Neppure gli attacchi politico-giornalistici del socialista Giacomo Mancini e del magistrato Carmelo Spagnolo attraverso il periodico “Il Mondo” riuscirono a danneggiarlo. Nel 1981 il nome di D’Amato apparve nelle liste della loggia P2 sequestrate nella villa di Gelli e allora l’alto funzionario, su consiglio di Taviani, si giustificò con una lettera inviata al ministro dell’Interno pro-tempore Virginio Rognoni. Nella missiva D’Amato presentò i suoi contatti con Gelli alla stregua di un mezzo per contrastare gli attacchi strumentali contro di sé, dichiarò di avere comunicato al magistrato Domenico Sica e ai servizi segreti alleati ogni possibile notizia sulla P2 e sul capo della loggia e, quel che forse più conta, sostenne di avere agito sempre in linea con le direttive dei ministri. In proposito Pacini, il quale dà molto risalto al documento, ripete la severa opinione espressa ne Il cuore occulto del potere, ovvero che siffatta lettera fu una <<sfrontatezza>> (Premessa, p. XII). L’autore si avvicina dunque alla valutazione data a posteriori da Andreotti, che definì la missiva <<molto inquietante>>, mentre Rognoni non ebbe nulla da ridire e, che io sappia, neanche Taviani. Personalmente non vedo la <<sfrontatezza>>, bensì una riprova della spregiudicatezza che caratterizzava D’Amato. Non è da escludere che le affermazioni dell’alto funzionario avessero un fondo di verità e la sua reazione mi pare comunque proporzionata, in quelle circostanze. Piuttosto, sarebbe stato interessante conoscere il parere di Pacini sul perché nella versione della lettera che più tardi D’Amato inviò alla Commissione d’inchiesta sulla loggia P2 istituita dal Parlamento fu omessa proprio la parte più strettamente attinente alla loggia massonica illegale e alle informazioni su Gelli diramate dal funzionario, la quale a rigore avrebbe dovuto essere prioritaria nell’ottica dell’organismo presieduto da Tina Anselmi. Inoltre è curioso che la lettera, elencando le “relazioni pericolose” che D’Amato asseriva di avere avuto perché facenti parte dei suoi compiti, iniziasse da Autonomia Operaia e terrorismo palestinese, due entità apparentemente secondarie rispetto ai compiti istituzionali e alle attività dell’UAR ma che, ove abbinate e ripensando al sequestro di armi avvenuto a Ortona nel 1979, corrispondono all’embrione della cosiddetta “pista palestinese” relativa alla strage di Bologna del 2 agosto 1980.

Pacini rimarca che D’Amato non subì provvedimenti amministrativi a causa della sua inclusione negli elenchi della loggia P2, né giudiziari, e neppure incorse più di tanto negli strali della stampa, e si può aggiungere che neppure la commissione Anselmi lo mise particolarmente nel mirino. Più tardi, la nuova Commissione parlamentare sul terrorismo e le stragi di Gualtieri e poi di Pellegrino, nata nella seconda metà degli anni Ottanta, non lo convocò mai in audizione, benché avesse avuto anni di tempo per farlo, se avesse voluto. Tornando all’onorevole Anselmi, Pacini a conferma di quanto si è appena detto rievoca una puntata del programma televisivo di Sergio Zavoli La notte della Repubblica, andata in onda il 18 dicembre 1989, cui D’Amato partecipò come ospite in studio e discusse con la Anselmi stessa, Luciano Lama, Giacomo Mancini e Pino Rauti; <<evidentemente l’ex capo dell’UAR riuscì ad essere convincente>>, scrive l’autore, visto che <<nel dibattito perfino Tina Anselmi, già implacabile e coraggiosa accusatrice, da presidente della Commissione d’inchiesta sulla P2, dei militari iscritti alla loggia gelliana, lo elogiò e sostenne che negli apparati di sicurezza ci sarebbero voluti più uomini della sua capacità e della sua intelligenza>> (p. 71).

Il lavoro di Pacini, occupandosi di D’Amato e degli Affari Riservati, ovviamente tocca anche una serie di questioni inerenti ai cosiddetti “anni di piombo” (o “di piombo e di tritolo”, se si preferisce). In quest’ottica, i vociferati rapporti tra D’Amato e il leader di Avanguardia Nazionale, Stefano delle Chiaie, sono un argomento importante, poiché la formazione di estrema destra in parola, pur non essendo risultata responsabile di stragi -le quali vanno ascritte a Ordine Nuovo e all’affine gruppo A/R capeggiato da Freda- ebbe natura eversiva e violenta, motivi per i quali fu sciolta d’autorità nel 1976. Pacini all’esito di un’accurata disamina condotta utilizzando molteplici fonti (pp. 105-118) conclude che tra le due parti, entrambe reticenti sulla faccenda, verosimilmente ci fu <<reciproca strumentalizzazione>>, mentre non ravvisa prove che Delle Chiaie e Avanguardia Nazionale fossero una creatura di D’Amato e degli Affari Riservati e neppure fossero al soldo del funzionario e dell’apparato. Si tratta di una conclusione plausibile, che del resto è sostanzialmente analoga a ciò che Pino Rauti rispose ad una domanda del giornalista Michele Brambilla sulle asserite collaborazioni tra estrema destra e istituzioni repubblicane in generale (Interrogatorio alle destre, Rizzoli, Milano 1995). Io stesso, nel volume I nemici della Repubblica (Rizzoli, Milano 2016), ho argomentato che ai tempi del convegno presso l’Istituto Pollio (e non solo) taluni estremisti di destra intendessero strumentalizzare gli apparati statali con i quali perciò ebbero contatti e, viceversa, questi ultimi si ripromettessero di strumentalizzare gli estremisti.

La strage del 12 dicembre 1969 in piazza Fontana a Milano e le relative indagini, nonché i precedenti attentati ai treni dell’agosto 1969, sono un altro tema sul quale Pacini si sofferma a lungo (pp. 156-191 e passim).

Proprio con riferimento all’esplosione di una bomba su un treno in sosta alla stazione di Pescara nella notte del 9 agosto 1969 l’autore ricorda che in un archivio di deposito del Ministero dell’Interno in via Appia a Roma, pochi mesi dopo la scomparsa di D’Amato, fu ritrovata una parte dell’ordigno, mai consegnata all’autorità giudiziaria. Pacini afferma quindi che gli Affari Riservati occultarono elementi i quali avrebbero potuto consentire di fare luce sull’episodio che, come stato ormai accertato, fu opera di Freda, Ventura e loro camerati (p. 156). Peraltro, più avanti Pacini soggiunge prudentemente che sebbene il ritrovamento del 1996 susciti gravi interrogativi, <<non è su queste basi che si può dedurre l’esistenza di una sicura complicità dell’UAR con i responsabili degli attentati>> (p. 160). Scrupolosamente egli aggiunge che Silvano Russomanno, il quale praticamente era il vice di D’Amato, dichiarò ai magistrati negli anni Novanta che agli agenti dell’UAR <<capitava di trattenere reperti ritrovati sui luoghi di attentati>>, ma ciò avveniva nella <<consapevol[ezza] che anche la magistratura disponeva di altri analoghi e ben più numerosi frammenti per compiere accertamenti>>, sicché a suo dire non c’era <<alcunché di illegale>> (pp. 160-161). Posto che la prassi fosse questa, resta difficile stabilire se davvero l’autorità giudiziaria abbia sempre avuto anch’essa a disposizione almeno l’indispensabile, come teorizzava Russomanno, o se invece nel caso di Pescara la parte di ordigno conservata dall’UAR sconosciuta ai magistrati fosse determinante, come invece reputa Pacini (p. 161). Sembra in ogni caso che la detenzione del reperto di via Appia non basti a sorreggere la convinzione, espressa dall’autore a pag. 141, che fin dall’agosto 1969 l’UAR possedesse <<informazioni inequivocabili sulla natura fascista>> degli attentati di pochi giorni prima. E’ bene tenere presente, inoltre, che l’UAR e i servizi segreti non erano organi di polizia giudiziaria e che la stessa polizia giudiziaria, ai sensi delle norme di procedura penale in vigore fino al 1989, era legittimata a decidere autonomamente quali elementi fossero da riferire ai magistrati inquirenti perché rilevanti e quali no (mentre oggi essa non ha più quella discrezionalità e quindi deve riferire al pubblico ministero tutto).

Il discorso sull’impossessamento di reperti fatto per l’ordigno di Pescara si ripropone per le borse contenenti le cinque bombe piazzate il 12 dicembre 1969 a Milano e a Roma. Anche in questo caso infatti l’UAR trattenne frammenti, sui quali svolse autonome indagini che solo nel 1972 vennero a conoscenza dall’autorità giudiziaria la quale, quando lo scoprì, avviò un’azione penale contro funzionari degli Affari Riservati e contro Antonino Allegra, capo dell’Ufficio Politico della Questura di Milano. Tuttavia il giudice istruttore, Gerardo D’Ambrosio, prosciolse gli imputati quasi del tutto, <<ritenuto che le omissioni (…) non furono rilevanti e (…) non avvennero con piena coscienza dell’illiceità del fatto>>, e si limitò a dichiarare Allegra colpevole del reato di abuso di ufficio che era coperto da amnistia. A prescindere dall’esito dell’azione penale promossa contro uomini degli Affari Riservati, secondo Pacini l’apparato guidato da D’Amato sapeva fin da marzo 1970 che quattro delle cinque borse impiegate il 12 dicembre <<quasi certamente>> erano state acquistate il 10 dicembre 1969 in un negozio di Padova (p. 163). A mio avviso invece la cosa era a dir poco opinabile, nel marzo 1970: il numero delle borse non coincideva con quello delle bombe, la marca era tedesca e quindi tali articoli non erano venduti solo in Italia e tanto meno solo a Padova, per accertare il colore originario dei reperti ci volle altro tempo poiché erano stati anneriti dalle esplosioni, e tra l’acquisto nel tardo pomeriggio del giorno 10 e gli scoppi in due città diverse l’intervallo era inferiore a 48 ore, cioè scarso. Non a caso, come precisa Pacini stesso in una nota, la sentenza di primo grado, che fu emessa nel 1979, diceva che per due delle quattro borse si poteva solo <<presumere>> che fossero state vendute dalla valigeria padovana (p. 246). Per giunta la commessa del negozio, quando nel 1972 le fu mostrato Freda nell’ambito di un confronto all’americana per identificare l’acquirente, non lo riconobbe.

Sempre in relazione alla strage di Piazza Fontana, i sospetti dell’autore nei confronti del fascista sosia di Valpreda, Nino Sottosanti, che l’anarchica Augusta Farvo non avrebbe avuto il coraggio di denunciare per timore di compromettere i militanti del circolo Ponte della Ghisolfa che lo frequentavano tra cui suo fratello, Luigi Farvo (pp. 188-189), sono suggestivi ma non nuovi, in quanto comparivano undici anni fa ne Il cuore occulto del potere (ivi, pp. 194-195). Sarà arduo fare progressi al riguardo, purtroppo, perché la Farvo scomparve nel 2003 e Sottosanti nel 2004.

Sono nuove, piuttosto, le pagine sull’arrivo di a Milano di funzionari dell’UAR all’indomani della strage e sul ruolo che essi svolsero nelle indagini (pp. 170-172). In questo caso la fonte documentale primaria è un verbale giudiziario emerso per effetto della “direttiva Renzi” emanata nel 2014, mentre tra le fonti secondarie si segnalano un libro di Gabriele Fuga ed Enrico Maltini, La finestra è ancora aperta (Colibrì, Milano 2016) e uno di Paolo Brogi, Pinelli. L’innocente che cadde giù (Castelvecchi, Roma 2019), ambedue doverosamente citati da Pacini. La novità sta nel fatto che mentre i documenti prodotti all’epoca dal Questore o dall’Ufficio Politico di Milano non menzionavano uomini degli Affari Riservati tra i presenti nella sede della Questura cittadina la notte in cui Pinelli precipitò da una finestra dell’edificio e morì, ora si ha una prova scritta che c’erano anche loro, osserva Pacini (p. 170). La presenza dell’UAR cosa significa? Perché in altri documenti non appariva?

Notoriamente, il fallimento della tesi della “strage di Stato” che metteva al centro il SID ha indotto alcuni a cambiare bersaglio e a puntare invece contro gli Affari Riservati (vedasi una dichiarazione dell’avvocato Guido Calvi datata 2005, riportata da Pacini a pag. 68). Quanto meno, D’Amato e i suoi avrebbero dolosamente sviato le indagini e l’iniziale perseguimento di una pista anarchica della strage sarebbe frutto di questa volontà criminosa, anziché di indizi e di testimonianze che cedettero solamente attraverso il lungo e complesso vaglio processuale e dell’apparizione di un’alternativa, la pista fascista, divenuta sempre più consistente e infine giustamente impostasi sia sul terreno giudiziario che sul terreno storico. L’arrivo a Milano di Russomanno e di altri elementi degli Affari Riservati nei giorni che seguirono l’attentato sarebbe il decisivo riscontro della ricostruzione di cui sopra. Riguardo alla teoria della “strage di Stato” imperniata sul SID e alla presunta volontà depistante che sarebbe all’origine del filone di indagini in direzione degli anarchici, ho avuto modo di criticare in lungo e in largo l’una e l’altra. Poiché per sviluppare adeguatamente tali critiche occorrerebbe lo spazio che il presente scritto non può avere, qui rimando alle decine di pagine in argomento contenute ne I nemici della Repubblica, alla discussione con lo storico Aldo Giannuli sul tema Strage di Stato, sì o no? trascritta nel volume collettaneo curato da Antonio Carioti La strage di Piazza Fontana. 12 dicembre 1969. L’eccidio, i processi, la memoria (edizioni del Corriere della Sera, dicembre 2019), o, se si preferiscono gli audiovisivi, alle registrazioni del convegno Piazza Fontana 1969-2019 presso la Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice tenutosi a Roma il 27 novembre 2019 e alla presentazione online del volume di Paolo Morando Prima di Piazza Fontana. La prova generale (Laterza, Roma-Bari 2019) organizzata da <<Stroncature>> e <<Cantiere Storico Filologico>> il 24 ottobre 2020. Piuttosto, colgo l’occasione della presente recensione per formulare qualche considerazione sulla presenza dell’UAR a Milano e sul ruolo che esso svolse.

Innanzi tutto, non c’è nulla di scandaloso nel fatto che a seguito della strage Russomanno e altri degli Affari Riservati siano sopraggiunti alla Questura di Milano, che fu il quartier generale degli inquirenti in quei giorni. Semmai, sarebbe stato scandaloso se gli Affari Riservati si fossero disinteressati dell’attentato o fossero stati esclusi dalle indagini! L’arrivo di Russomanno e degli altri dell’UAR non significa che essi presero il comando delle operazioni scavalcando autorità giudiziaria, questura, polizia eccetera e dando loro ordini. Non esisteva un rapporto gerarchico di questo tipo. Stando alla testimonianza di Ermanno Alduzzi, anzi, capitò persino il contrario, cioè che lui e altri dell’UAR <<fecero qualche accertamento su input del dott. Allegra, che non era abilitato>> (dichiarazione resa a giudice istruttore Mastelloni, 5 maggio 1997). In generale, gli Affari Riservati non avevano compiti operativi, ma soltanto di informazione e analisi. Non eseguivano arresti né interrogatori, mentre avevano liste di nominativi, fascicoli e informatori. Davano il loro contributo e la posizione di forza che avevano sul piano informativo li metteva potenzialmente in condizione di influire sulle indagini, ma è da verificare di volta in volta in quale misura gli inquirenti si conformassero alle loro indicazioni. Nel caso di Piazza Fontana gli Affari Riservati misero sul piatto le confidenze di Enrico Rovelli, il quale riferiva moltissime cose e a volte sbagliava, ma altre sue notizie si rivelavano fondate. Non furono certo gli Affari Riservati a portare dai Carabinieri un testimone oculare a carico di Valpreda, il tassista Cornelio Rolandi, il quale era comunista e prima di andare a testimoniare chiese consiglio sul da farsi al partito. Un’altisonante espressione del funzionario Guglielmo Carlucci, che disse: <<eravamo i padroni delle indagini>> (citata ne La spia intoccabile, p. 171) non collima con le testimonianze di altri degli Affari Riservati (ad esempio Giuseppe Mango, secondo il quale le posizioni di Russomanno e dell’Ufficio Politico erano paritetiche, come egli disse il 9 maggio 1997 al PM Maria Grazia Pradella. La pariteticità fu ribadita da Antonio Pagnozzi, il quale il 10 luglio 1997 riferì al giudice Mastelloni che Russomanno <<prese in pratica la situazione in mano unitamente al dott. Allegra>>). Si noti pure che le parole di Carlucci <<eravamo padroni delle indagini>> sono precedute da <<così si usava>> e dall’avverbio <<allora>>, perciò viene da pensare che il cenno ai <<padroni delle indagini>> si riferisse a un’epoca e ai metodi che si usavano allora, non ad una singola indagine precisa. E ciò avrebbe un senso, rammentando il potere discrezionale di non riferire alla magistratura concesso dalla normativa ante 1989.

Quanto al perché i documenti d’epoca noti fino a pochi anni fa non riportassero la presenza di funzionari e agenti degli Affari Riservati, probabilmente fu per riservatezza, un fattore cui l’UAR era particolarmente sensibile, al punto che <<la stessa esistenza delle squadre non doveva essere svelata>>, stando alla testimonianza resa dal maresciallo Mario Galli ai PM di Brescia (La spia intoccabile, p. 154). Del resto, non era solo l’UAR a vederla così: anche per Carlo Alberto dalla Chiesa, la riservatezza sui componenti dei suoi nuclei speciali di Carabinieri anti-terrorismo era fondamentale. I Carabinieri di dalla Chiesa nemmeno firmavano i verbali né partecipavano ai processi in tribunale, facendosi sostituire in tali compiti da altri elementi dell’Arma.

Le pagine dedicate alle riunioni del Club di Berna, un consesso cui partecipavano alti esponenti dell’intelligence di vari Paesi europei scambiandosi informazioni e valutazioni, nel quale l’Italia era rappresentata da D’Amato, sono tra le più interessanti e originali del volume. L’autore riporta stralci dei verbali delle riunioni e nota che in essi mancano discussioni sulla strage di Piazza Fontana. L’assenza appare strana anche perché, come nota l’autore (p. 151), a settembre 1969 il Club di Berna aveva esaminato invece gli attentati decisamente meno gravi avvenuti sui treni nella notte tra 8 e 9 agosto. Il sospetto di un occultamento è giustificato, quindi. Tuttavia, la disparità tra l’attenzione del Club alla vicenda di agosto e la disattenzione verso le bombe di dicembre potrebbe spiegarsi almeno in parte con il fatto che un consesso internazionale di intelligence era portato ad occuparsi prevalentemente di questioni internazionali. E’ risaputo che nei primi tempi si ipotizzò che la matrice degli attentati della notte tra 8 e 9 agosto fosse internazionale, trattandosi di treni a lunga percorrenza, che collegavano l’Italia ai Paesi vicini ed essendo ancora aperta la questione dell’Alto Adige intorno alla quale si era sviluppata un’attività terroristica durate gli anni Sessanta (sull’orientamento internazionale delle prime ipotesi, per tutti, cfr. G. BOATTI, Piazza Fontana, ed. Einaudi, Torino 2009, pp. 93-94). Viceversa, la strage di Piazza Fontana fu vista come una storia italiana, benché fosse più terribile e poi sia divenuta oggetto di molteplici teorie. In sede di Club di Berna, un cenno a Piazza Fontana compare in una relazione stilata da D’Amato nell’autunno 1972 che verteva sulla sinistra extraparlamentare (La spia intoccabile, pp. 144-145). Egli affermò che la responsabilità della carneficina era di quell’area, trascurando completamente l’esistenza di una pista fascista, che da alcuni mesi aveva guadagnato terreno. Tale posizione di D’Amato è sorprendente, anche e soprattutto perché opposta a quella che lo stesso D’Amato tenne nel 1973 con il ministro Taviani. L’uomo politico, nei suoi diari, ha raccontato che al suo ritorno al Viminale nel 1973 interpellò D’Amato e Santillo sulla strage di Piazza Fontana, l’uno separatamente dall’altro, ed entrambi gli dissero che il massacro era stato opera dell’estrema destra (P.E. TAVIANI, Politica a memoria d’uomo, Il Mulino, Bologna 2002, pp. 380-381).

A proposito della strage del 2 agosto 1980 a Bologna Pacini, riassumendo fino a novembre 2020 il procedimento giudiziario nel quale D’Amato è pesantemente coinvolto, non si sbilancia. Pur così, però, egli formula acuti rilievi e pone serie questioni. A parere dell’autore, non è <<del tutto chiaro (…) come si sia arrivati a sostenere che D’Amato sarebbe stato tra i mandanti del più grave eccidio di civili avvenuto in Italia dal 1945 in poi>> (p. XV); è <<una tesi estrema, apparentemente perfino ai limiti della credibilità>>, quella secondo cui D’Amato nel febbraio 1979 diede il via all’operazione stragista e si fece tramite dell’assoldamento di cellule eversive neofasciste (XV-XVI); non si capisce cosa c’entrino con la bomba i flussi di denaro distratti dai fondi del Banco Ambrosiano, con i quali d’Amato acquistò un appartamento a Parigi (XVIII, XX); bisogna chiedersi come mai D’Amato <<possa essere arrivato a giocarsi il grande potere di cui ancora disponeva diventando complice di un’operazione criminale con alcuni sopravvissuti nostalgici del regime fascista>> (XV). In fondo, come è stato osservato da un attento revisore del volume, Giorgio Boatti, l’intera parabola della “spia intoccabile” tratteggiata da Pacini è <<difficilmente compatibil[e] col ruolo, ben più feroce, di mandante e finanziatore stragista>> che gli attribuisce la Procura di Bologna (cfr. Nella Repubblica dei ricatti, <<Doppiozero>>, 2 marzo 2021).

Quale che sia la futura conclusione del procedimento giudiziario postumo, esso offrirà materia di approfondimento su D’Amato e dunque per nuovi libri su di lui. Ci si augura che tra gli studiosi che se ne occuperanno vi sia di nuovo anche Pacini, il quale con La spia intoccabile ha realizzato la migliore monografia su D’Amato attualmente disponibile.

 

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