La società dell’abbondanza

di Igor Baglioni

Nel 1968 usciva l’articolo bomba di Marshall Sahlins, La première société de l’abondance (poi sviluppato nel libro del 1972) che promuoveva una specie di rivoluzione concettuale nelle scienze antropologiche. Ne usciva la proposta di un totale rovesciamento dei criteri interpretativi riguardo alle società ritenute fino allora le più povere e d’esistenza precaria, i cacciatori-raccoglitori primitivi, e alla società industriale moderna pervenuta alla qualifica di società del benessere, di affluent society. Per Sahlins i cacciatori primitivi diventano i veri esponenti della “prima società dell’abbondanza”, mentre all’opposto la società industriale moderna, con le sue sacche di squallore e miseria, risucchiata nel vortice dell’ideologia del produttivismo, del lavoro-merce e del consumismo, si presenta come tipica depositaria della precarietà e della fame.
La tesi di Sahlins, appoggiata su analisi statistiche delle ore di riposo, di sonno e di ozio degli individui rispetto alle ore di attività volte alla ricerca dei mezzi di sussistenza, parte da una considerazione essenziale: che i cacciatori primitivi consumano subito, ogni volta, il cibo procuratosi a caccia o con la raccolta, senza pensare al futuro, senza accantonare provviste. La loro condotta appare improntata, per chi giudica secondo le categorie economiche occidentali di un’economia di mercato, all’imprevidenza e alla prodigalità. È invece proprio dell’economia moderna il valore del risparmio, della previdenza, dell’accumulo, dell’investimento.
La tesi di Sahlins ha due grandi meriti: porre in discussione la nostra nozione di abbondanza con (implicitamente) le congiunte nozioni di sviluppo e progresso; collocare su nuove basi l’interpretazione dei fatti economici pertinenti a civiltà di autosussistenza. Tuttavia, a ben guardare, essa finisce per porre queste società in un quadro, come anche altri hanno osservato, idilliaco e paradossale.
Per di più Sahlins indebitamente generalizza, attribuendo a tutte le società di caccia e raccolta caratteri riscontrati solo tra alcune di esse, quali soprattutto, i Pigmei africani. Infatti non mancano società di cacciatori-raccoglitori di cui si sappia che pratichino, o in tempi precedenti praticassero, l’uso di accantonare provviste alimentari secondo un criterio di elementare razionalità. … Ciò non esclude peraltro il fatto, secondo me rimarchevole, che tutte le società cinegetiche fanno del cibo centro di cure, preoccupazioni e ansie che coinvolgono l’intero loro mondo di idee. Mitologie, leggende, racconti di carestie, rituali di incremento delle specie alimentari, riti propiziatori di caccia, offerte primiziali post-venatorie, divieti alimentari e rinunce rituali istituzionalizzate; l’obbligo di ripartire i prodotti della caccia tra tutti i membri della banda e quelli della raccolta tra i componenti della famiglia nucleare: tutto sta a dimostrare che il cibo, presso queste società tecnologicamente povere si carica di un valore etico-sociale, religioso, simbolico, esistenziale, che va al di là della sfera economicistica e che impegna l’intero sistema etico-ideologico. Pare dunque inadeguato e fuorviante giudicare il comportamento di queste società, quanto al consumo degli alimenti, semplicemente come segno di “prodigalità” e imprevidenza, senza chiedersi che cosa c’è dietro questa apparente prodigalità e imprevidenza: quali sono le motivazioni razionali d’una condotta apparentemente irrazionale. … Per una spiegazione soddisfacente, non possiamo fare a meno di riferirci all’aleatorietà sostanziale delle fonti di vitto, all’insicurezza e pericolosità dell’attività venatoria, agli imponderabili delle condizioni di clima, stagioni, ambiente, salute. … La socialità ha la sua ragion d’essere, come strategia per affrontare la scarsità e/o la precarietà.

Vittorio Lanternari, Festa, carisma, apocalise, Sellerio editore, Palermo 1983, pp. 63-66.

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