La signora delle camelie

di Federico Smidile

Alexandre Dumas (figlio), La signora delle camelie.

La stessa introduzione del libro parla di un romanzo datato. E, infatti, in quasi ogni pagina scartavetra i nervi di un uomo del XX/XXI secolo. Moralismo, paternalismo, ipocrisia, espedienti patetici, qualche sbrodolata degna del padre ma senz il talento, rendono spesso insopportabile questo breve romanzo. Che ha il merito di parlare di Parigi, di raccontare uno spaccato della società parigina della prima metà dell’800 e di dare voce, anche se in maniera bigotta e banale, ad una delle “Grandi Orizzontali”, come erano dette le cortigiane parigine che, come quelle romane di epoca rinascimentale, usavano la bellezza, e la loro intelligenza, per poter essere autonome economica in un mondo che era (ancora più di oggi) ad esclusivo profitto degli uomini, che, tra l’altro, pagavano queste donne nel contempo disprezzabole.
Il libro forse sarebbe caduto nel dimenticatoio se Verdi non ci si fosse ispirato per La Traviata, opera trombona come poche ma riscattata da musica sublime. Musica che manca in Dumas figlio che ci regala una Margherita Gautier lacrimosa, pentita (de che?), che si santifica con la sua rinuncia e il suo martirio. Una cortigiana ben lontana dalla fascinosa e malinconica Lea di Cheri (Colette) e dalla cinica, un po’ rozza, ma attraente Odette Swann (Proust). Una Margherita che mostra a cosa porta “il vizio”, quasi a spaventare quelle ragazze che, ai tempi di Dumas, avrebbero potuto scegliere “la cattiva strada”.

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