La prima della Scala

di Peter Freeman 

La prima della Scala ha sempre una sua liturgia. In questa liturgia sono presenti alcune immancabili figure. I ricchi milanesi malati di presenzialismo. Le mises audaci spesso all’insegna di un kitsch privo di pudori. L’assoluta ignoranza in materia di.lirica di molti dei ricchi lì convenuti: non gliene frega niente, l’importante è esserci. La competenza dei molti dei cosiddetti “loggionisti”, che rappresentano un patrimonio culturale italiano. I manifestanti fuori: guai non ci fossero (rimpiango i tempi dei lanci di vernice sulle pellicce delle ricche signore). Tutto questo e altro ancora fa parte della liturgia della prima della Scala.

Col tempo le liturgie possono cambiare: scompaiono alcune usanze, altre inedite fanno capolino.

L’Inno di Mameli una volta non c’era, la sua esecuzione in testa non era contemplata. Fu introdotto in un periodo abbastanza recente della nostra storia, sulla spinta di una campagna culturale (promossa se ben rammento dal presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi) volta a promuovere il nostro sentimento, la nostra identità nazionale. E dunque bisognava molto valorizzare alcuni simboli esteriori quali il tricolore e l’inno. L’idea era che in questo modo gli italiani avrebbero smesso di essere dei pessimi cittadini (scettici e disincantati circa la nazione, privi di senso civico, refrattari ai doveri civili ma molto esigenti in materia di alcuni diritti) e l’Italia non sarebbe più stata una nazione incompiuta.

La campagna ebbe successo, almeno per la prima parte, quella dei simboli. L’inno di Mameli cominciò a risuonare ovunque, persino in quei luoghi di perdizione che sono i congressi di partito o le case d’appuntamento, il tricolore si affacciava in ogni casa, soprattutto durante le partite della nazionale di calcio. Tutto il resto rimase invariato. Gli italiani continuavano a evadere il fisco e a praticare l’abusivismo edilizio, la cosa (casa) comune un concetto buono per i gonzi. Il Paese è peggiorato.

A parte questa considerazioni, l’inno di Mameli (o per meglio dire il “Canto degli Italiani”) rimane un inno orrendo per la musica. Le parole, vabbe’, trovami un inno nato nell’Ottocento che non sia tronfio e retorico, che gli vuoi dire al povero Goffredo, ma la musica di Novaro è tremenda e non rende onore a un paese di musicisti. Sarebbe bello lo cambiassero ma non accadrà, è bene farsene una ragione.

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