La montagna in mezzo al Mar Mediterarneo, in un libro di Giuseppe Restifo

di Armando Pepe

Recensione al libro «Capizzi fra Tre e Seicento. In un mondo mediterraneo di tensioni, edizioni PUNGITOPO [2022]»

Feudalesimo

Nella storiografia della Sicilia medievale e moderna s’inserisce un tassello importante, che ricostruisce le vicende di Capizzi, un paese di poco meno di tremila anime in provincia di Messina. È un volume, di sostanza e coerenza, scritto da Giuseppe Restifo, che è stato a lungo docente di storia moderna presso l’ateneo messinese. S’introduce in un mondo complesso, com’era, ed è, il Mar Mediterraneo. Diviso in sei capitoli, lineari ed informatissimi, che rendono pienamente al lettore l’atmosfera dell’epoca. L’incipit è apodittico, mostrando con sequenzialità le ragioni della fase di partenza. Comincia l’Autore, scrivendo «Nella lunga storia di Capizzi il periodo più significativo, il periodo cruciale qual è stato? La scelta dei due secoli, il Trecento e il Quattrocento, è mirata a individuare i fatti fondamentali di una fase decisiva della vicenda capitina. Non a caso nella storiografia riguardante questa comunità viene ricordato con enfasi l’anno 1337, anno in cui il re Pietro II d’Aragona viene a Capizzi, risiede e soggiorna nel suo castello, segnato già nel 1308-1310 come castrum nelle Rationes decimarum Italiae». Con nitidezza si procede nel lento e complesso alternarsi dei signori feudali, da Federico II d’Antiochia (1305) a Blasco d’Alagona (1342), dai Palizzi agli Spatafora, poi per un breve periodo città demaniale, ed ancora ad Antonello Ventimiglia, che nel 1393 «l’anno precedente si era proclamato padrone della contea di Capizzi e si era impossessato di molti armenti di quel territorio. I Ventimiglia – i Capitini lo sapevano bene – erano vicini ingombranti, potenti e pericolosi, erano i “signori della montagna”, secondo una felice espressione di Pietro Corrao. Talvolta il feudatario di Capizzi ci si era alleato contro il potere sovrano, ed era pure finita male, come avevano potuto toccare con mano gli Antiochia; altre volte, più spesso, i Ventimiglia tentavano di espandere il loro “Stato” dalle Madonie verso oriente e quindi entravano immediatamente nel territorio capitino. Un’attenzione generalmente più spiccata andrà ricadendo negli anni ’60 del Quattrocento sul clan dei Ventimiglia, quasi gli si riconoscesse una sorta di leadership nell’isola. Nel 1463, quindi, Giovanni II d’Aragona affiderà la Castellania della terra di Capizzi ad Antonello Ventimiglia “junior” mentre Ferdinando Ventimiglia era stato nominato provveditore dei castelli siciliani» (p. 13). Tuttavia, le umane vicende si rivelarono più complesse di quanto Antonello Ventimiglia potesse presumere, poiché il nobile siciliano, che aveva il titolo di conte di Golisano, “mentre cavalcava spensierato con pochi, diede in una imboscata tesagli da Ugo Santapau e vi rimase prigione”. Invano il fratello Cecco si diede da fare per trattare il riscatto agli inizi del 1395; morirà esule a Malta nel 1415». Una storia di lungo periodo piena di colpi di scena, che rimandano la mente del lettore a vagare, e ripescare, nei ricordi delle letture adolescenziali, incentrate sul Medioevo. La storia, come la vita, d’altronde, e menomale, non è mai statica. Successivamente, «Capizzi, città con diritto di seggio in Parlamento, per tutto il Cinquecento si conduce secondo regole di autonomia. E in effetti così sarà fino al 13 novembre del 1630, quando infine la contea sarà venduta dalla monarchia spagnola a un nuovo feudatario, il genovese Gregorio Castello, o Castelli, conte di Gagliano, “per lo prezzo di scudi cinquanta mila moneta di questo Regno”. Gregorio Castelli era discendente d’una antica famiglia genovese ed era stato tenuto a battesimo da Sofonisba Anguissola nel 1586. All’età di 22 anni, nel 1608, aveva trapiantato in Sicilia un ramo della famiglia, andando ad abitare a Palermo. Qui si integra nella società locale, a cominciare dal piano dell’attività mercantile e finanziaria. Nel 1625, ad esempio, acquista beni e gioielli appartenenti all’eredità del viceré Emanuele Filiberto di Savoia, venduti al pubblico incanto nel “Regio Palatio” dall’11 giugno al 6 agosto di quell’anno» (p. 233). In ultima battuta (feudale), «Nel 1797 il titolo di marchese di Capizzi sarà di Antonino Paternò Castello, marchese di San Giuliano, che lo compra da Gabriele Lancellotto Castello, il quale si era conservato l’usufrutto che in seguito vendette a Ignazio Lo Faso. Nel 1802 Antonino Paternò Castello e Petroso, successore dell’avo Antonino Paternò Castello e figlio primogenito d’Orazio Paternò Castello e Asmundo, diventa feudatario della città di Capizzi col relativo titolo di marchese. Andrà a occupare l’ottantaduesimo posto nella Camera dei Pari nel Parlamento siciliano riformato nel 1812. L’altro figlio del capostipite Gregorio Castelli, Gabriele, sposò Vincenza Riccio e da loro nacque Gregorio. Questi diventò conte di Gagliano per donazione e per eredità barone del Pozzo, feudo dei Valguarnera e della contea d’Asaro. La progenie continuò con Giuseppe, senatore a Palermo, e con Gregorio “junior” nato nel 1745. Questi morirà nel 1830 senza figli; “col quale finì questo ramo cadetto dei Principi di Torremuzza Marchesi di Capizzi, oriundi di Liguria”» (p. 241).

Usi Civici

Giuseppe Restifo affronta scrupolosamente la questione degli Usi Civici, che potrebbe stare certamente sullo sfondo di ciò che oggi si definisce Bene Comune, scrivendo: «Nel 1450 Capizzi rivendica gli usi civici su tutti i “feudi” del territorio, salvo tre “màrcati”, forse quelli riservati da Alfonso alla Corona. I “màrcati” sono terreni recintati e privatizzati, entro cui stanno gli animali insieme alla capanna del pastore, il “pagghiaru”, e al luogo della caseificazione. Il pagliaio non richiedeva scavo in profondità per le fondamenta, e quando erano in pietra le basi erano in grossi pezzi sovrapposti, “in secco”, senza ricorso a materiale coesivo. La costruzione si alzava, quindi, con paglia e fogliame impastato con fanghiglia. Costituito abitualmente da un vano non ampio, il pagliaio bastava a offrire riparo dalle intemperie e dava una pur limitata protezione dal freddo e dai raggi del sole» (p. 45). Usi civici che comprendevano una vasta gamma di diritti, a garanzia delle classi più deboli, sottomesse per loro natura al giogo dei forti e in balia degli eventi. A centinaia si possono contare i diritti del tacito patto che da una parte vedeva il feudatario e dall’altra il suddito. L’Autore ne cita, e scevera, alcuni, sostenendo che « I diritti pastorali sono radicati nei patti antichi, risalenti almeno al XIII secolo: questa è una limitazione molto seria per la proprietà dell’erbaggio e un ostinato ostacolo al potere baronale. La mappa di questi usi si sovrappone a quella delle “Università” più vivaci, quelle della montagna “democratica”, attestante l’attaccamento di questi paesi di struttura contadina egualitaria ai Comuni e il ruolo economico di questi. Considerazioni interessanti si possono trarre su una concreta esperienza di forte tensione democratica nel mondo comunale, che non fu affatto solo ‘oligarchia’. Il controllo del proprio territorio è tema condiviso. Anche l’appartenenza di feudi a un doppio territorio municipale indica la permanenza di antichi usi comuni tra Trapani e Monte San Giuliano, tra Troina e Capizzi, tra Francavilla e Castiglione e anche tra Francavilla e Taormina. Fondamentale appare il “diritto di pascere”, a maggior ragione per un territorio che abbonda in pascoli e, come afferma Vito Amico, “arricchisce la pastorizia”. Da questa venivano pellami e cuoio per il fabbisogno e per le esportazioni. Proprio tra Trecento e Quattrocento si colloca, grazie alla pastorizia transumante dei Nebrodi e delle Madonie, una svolta produttiva, favorita anche dallo squilibrio che si viene a determinare nella distribuzione del bestiame sul territorio siciliano. Il Val Demone occidentale intorno a Pollina, Polizzi, Isnello, Geraci, Gangi e Castelbuono, e il Val Demone centro-orientale intorno a Mistretta, Capizzi e Petralia, si specializzano nella pastorizia transumante. Le produzioni nei monti Nebrodi e sulle Madonie crescono a tal misura che, mentre fino al 1300 e oltre, la val Demone nord-orientale importava parte delle sue forniture dalla Calabria, nel XV secolo il bestiame si muove costantemente nella direzione opposta. E questo avviene anche perché, sebbene il patrimonio boschivo, nel XIV e XV secolo, fosse stato ampiamente sperperato, tuttavia la Corte conserva pascoli a Polizzi, Castrogiovanni, Calascibetta, Capizzi, Mistretta, Troina, Mussomeli, Corleone, Augusta e Licata. Bestiame, in particolare bovino, allevato nelle montagne dei Nebrodi e nelle Madonie, è portato alle grandi fiere di Randazzo, Nicosia, Lentini e Piazza per essere redistribuito in Sicilia e all’estero» (p. 46). Ci si riferisce ad una regione boscosa, completamente differente da ciò che appare oggi, poiché la Sicilia è passata dal bosco al latifondo seminativo, mutando paesaggio.

Il paesaggio

Restifo affronta il tema del paesaggio, partendo da lontano. Poiché Capizzi è un comune posto a 1100 metri sul livello del mare, evidentemente si trova in montagna. La montagna rappresenta necessariamente gran parte del libro. Scrive l’Autore che «l’idea è quella che la montagna mediterranea sia da sempre il luogo del sottosviluppo, del surplus di popolazione, un’area semplicemente generatrice di manodopera, “fabbrica di uomini” ad uso di pianure e città, secondo la nota espressione di Fernand Braudel. Il mercato dei legnami, l’espansione dei seminativi non sono gli unici sentieri che conducono dentro i boschi; in alcuni casi si tratta di ricostruire la molteplicità delle attività legate alle risorse forestali: fabbri, conciatori, artigiani del legno, allevatori di maiali si affollano nei boschi della Sicilia medievale, secondo la ricostruzione di Henri Bresc. Da una Carta e da una Tavola approntate dallo studioso francese si può comprendere l’importanza della foresta di Capizzi, che nel 1406 i documenti rilevano per la sua legna da ardere; doviziosa di legna la dipinge Padre Giovanni dei Cappuccini. Peraltro, il bosco capitino è pienamente inserito in un territorio ricco di risorse forestali. I monti Nebrodi occupano geograficamente la parte centrale e più ampia – circa 200.000 ettari – della catena montuosa settentrionale siciliana; essi presentano forme più morbide dei Peloritani e valli strette che si vanno allargando a nord in direzione del Mar Tirreno. I Nebrodi sono convenzionalmente delimitati: ad oriente dal massiccio della Rocca di Novara, a meridione dalla massa vulcanica dell’Etna, dall’alta valle del Simeto e dai Monti Erei, ad occidente dal fiume Pollina e a settentrione dal Mar Tirreno. I Nebrodi in tutta la loro estensione si prospettano, da sempre, come una ‘macrobioregione’ presente all’interno di un territorio molto più vasto che ricade tra i territori di Messina, Catania ed Enna» (p. 67). Sulla discontinuità del panorama siciliano attuale, osserva Restifo che «Quanto resta dei boschi naturali proprio in alcuni dei sistemi montuosi quali l’Etna, i Peloritani, i Nebrodi, le Madonie, i Sicani e gli Iblei – talvolta di notevole sviluppo, talora frammentato e articolato insieme – permette oggi di ricostruire la continuità dei caratteri forestali della Sicilia. Maggiore espressività presentano, nel contesto dei querceti, le formazioni di cerro e di cerro di Gussone. Esse, pur essendo presenti nei maggiori sistemi montuosi dell’Isola, solo sui Nebrodi costituiscono espressioni diffuse di interesse forestale e paesaggistico. Autentici ed estesi cerreti si riscontrano soprattutto nel bacino del Flascio, in territorio di Randazzo e di Capizzi oltre che nei pressi di Cesarò, San Fratello, Caronia e Mistretta» (p. 68). Inevitabilmente l’economia montana è legata a dati caratteri e permanenti, dalla raccolta della legna, alla caccia al cinghiale, al carbone (che porta con sé il microcosmo dei carbonai), all’industria armentizia (il mondo pastorale), ai frutti del sottobosco, come funghi, erbe medicali, bacche e radici medicamentose. Oltre che un’economia a sé stante, la montagna (sia pure non incantata come quella di Thomas Mann) si pone come un’entità a sé stante. Interessante è anche il quadro demografico nel corso dei secoli.

Una realtà favolosa: Il lupo

Ci rimanda alle fiabe la visione, ed il racconto, del lupo. Narra Restifo che «In Italia le ricerche storiche su questi temi sono ancora piuttosto marginali; in ogni caso andrebbero condotte scavalcando i recinti accademici e intrecciando gli ambiti disciplinari. Parlando di montagne e di foreste – e siamo nella zona che non a caso Francesco Maurolico nel ’500 chiama la “valle dei boschi” – non si può non ricordare come la nostra storia e il nostro immaginario siano stati dominati per secoli, certo lungo tutto il medioevo, da un personaggio ingombrante: il lupo. Malgrado l’assenza di studi storici sulla fauna italiana, Giovanni Cherubini ha fornito a suo tempo una mappa approssimativa della distribuzione dell’animale nella penisola, mettendo in rilievo fenomeni come la rabbia endemica o la relazione tra mancanza di prede e maggiore aggressività del lupo. La riduzione dell’habitat avrebbe portato non solo una perdita di territorio per il lupo ma anche una sensibile riduzione delle sue prede preferenziali. Queste essendo considerate come nocive, perché competitrici del bestiame, erano soggette a un abbattimento sistematico. La forte riduzione dell’habitat e delle prede avrebbe portato un inasprirsi del conflitto tra uomo e lupo. L’animale avrebbe iniziato ad avvicinarsi ai centri abitati in cerca di cibo, ad attaccare le bestie al pascolo e c’era la possibilità che si instaurassero comportamenti antropofagi. Una vicenda, questa, che si sarebbe conclusa con la guerra di sterminio portata avanti dall’uomo contro questo predatore, con ricadute ecologiche rilevanti. A Erice, nel ’500 il bosco era tanto selvaggio da essere popolato da lupi e l’università stipendiava un cacciatore, il “luparo”. Facendo ricorso a fonti non convenzionali per la storia locale, ci si potrebbe interrogare sul significato della permanenza dei toponimi “Fontana Lupo” e “Fossa del Lupo”, a 1209 metri d’altezza sui Nebrodi sopra Capizzi. […] A Bronte il viaggiatore inglese dell’Ottocento poteva ritrovare la “Locanda del Lupo” che proclamava così stranamente il suo titolo: “Ospite non temer di lupo il tetto / Trovi senza periglio agio e ricetto”. In passato il “Canis lupus” era presente in Sicilia, l’isola più grande del Mar Mediterraneo. Era particolarmente diffuso nelle montagne intorno a Palermo, nei boschi intorno all’Etna, nei Monti Peloritani, Nebrodi, Madonie e Sicani e nel Bosco della Ficuzza; la specie era presente anche più a sud sui Monti Erei e Iblei, dove è stata censita fino al 1928. Il lupo siciliano è generalmente considerato estinto nei primi decenni del Novecento, ma non c’è unanimità sulla data esatta. Gli ultimi esemplari confermati furono uccisi a fucilate nei pressi di Bellolampo nel 1924, ma ci sono diverse segnalazioni di lupi uccisi tra il 1935 e il 1938 nei pressi di Palermo. Inoltre, ci sono diversi avvistamenti di lupi in Sicilia tra il 1960 e il 1970 e alcuni di essi sembrano convincenti. La principale causa di estinzione del lupo siciliano sembra essere stata la persecuzione umana, a causa di presunti danni al bestiame. Ciò potrebbe essere dovuto all’estinzione degli ungulati selvatici di cui si nutriva il lupo siciliano a causa di una crisi ambientale iniziata nell’isola alla fine del periodo normanno, nel 1198 circa185. Nella caccia al lupo gli uomini dei monti Nebrodi avevano individuato un “aiutante”: i cani che prestavano la loro opera nell’azione venatoria. Una significativa testimonianza storica indiretta, risalente a metà Cinquecento, è offerta da quanto scritto dal Fazello su Montalbano e la sua moltitudine di cani dalla elevata statura e dalla grande ferocia ivi allevati e custoditi. La singolare e, tutto sommato, curiosa annotazione fazelliana potrebbe trovare piena giustificazione se la presenza di questi cani venisse collegata a un loro particolare utilizzo, ad un ambito venatorio speciale, come appunto quello della caccia al lupo. La descrizione fenotipica fatta dal Fazello trova effettiva rispondenza in una razza di cani siciliani, oggi estinta, conosciuta in passato come cani buccièri, cani dei macellai, presente anche a Montalbano fino al secolo scorso: si tratta di molossoidi, cani di grossa taglia, a pelo corto, alti, robusti e sufficientemente aggressivi da potere affrontare i lupi. “Se questa chiave di lettura fosse corretta, sarebbe anche una prova dell’esistenza di una tradizione venatoria specifica già presente da tempo nella zona”. Quindi sembrerebbe che adesso il lupo sia scomparso da almeno mezzo secolo, lasciando prima traccia nella letteratura verghiana: “Bisogna vederlo, appena spunta il giorno, con quella faccia rivolta in su, che aspetta i cani e i cacciatori, con gli occhi che ardono come due tizzoni…”. Nel corso del XIX secolo, e soprattutto del XX, si è assistito a un progressivo impoverimento della fauna, dovuto a massicce azioni di bracconaggio: così s’è fatta rara la martora, così si sono estinte alcune specie importanti, fra cui il lupo. Gli ultimi esemplari furono abbattuti alla fine degli anni Venti; l’ultimo sembra sia stato avvistato fra Capizzi e Mistretta nel 1928» (pp. 89-91).

Storia sociale, identità di caratteri e immaginari

Ampio spazio è dato all’alimentazione, dal fungo al grano, dal formaggio alla castagna, alla selvaggina, lepri, cinghiali. Non si dimentichi la neve, da cui scaturiva l’acqua, abbondantissima, in una regione che aveva, ed ha, problemi perenni di siccità. Vengono alle mente gli echi verghiani, di Mastro Don Gesualdo. Restifo, in particolar modo, tende a mettere in evidenza la vita degli abitanti di Capizzi in età moderna, ricostruendo tanti piccoli e significativi quadri, che coincidono con altrettanti capitoli e paragrafi. Ne ripercorre la formazione lenta e progressiva dell’identità, al di là dello stereotipo, un’identità del singolo che diviene collegialmente identità collettiva, che comprende le pratiche religiose, il credo intimo, le superfetazioni antropologiche, l’attaccamento a San Giacomo, i modi di dire e fare, in conclusione l’anima della comunità. A Capizzi si sono stabilite, inclusivamente, comunità di ebrei, di lombardi e di altri popoli. Un paragrafo è dedicato alla storia del castello di Capizzi, leggendario. Ci sono molteplici spunti d’interesse, varie chiavi di lettura, disseminazioni e connessioni. Un lavoro storiografico denso e intrigante.

Link al libro

http://www.pungitopo.com/storia1.html

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