La mia visione sulla Crisi in Ucraina

di Paolo De Marco

Dal momento che ho più volte polemizzato anche con molti miei amici per la loro tendenza, se non a giustificare Putin, almeno a mostrare comprensione verso la decisione del premier russo di attaccare l’Ucraina, come risposta alla minacciosa espansione della Nato ad est e alla presunta volontà delle Potenze occidentali di indebolire e isolare la Russia, mi permetto di rendere più chiare le mie considerazioni con il testo pubblicato su un giornale casertano on-line (CasertaCE):

Cause, probabili sviluppi e possibili esiti della guerra in Ucraina
Per comprendere quanto sta avvenendo in Ucraina in questi giorni si deve ricordare che da secoli le popolazioni ucraine insediate ad ovest e ad est del fiume Dnepr (o Dnipro in ucraino) sono caratterizzate da lingue, culture, appartenenze religiose e vicende storiche molto diverse, con le prime che parlano l’ucraino, che sono prevalentemente cattoliche, e che sono legate alla cultura occidentale sin da quando facevano parte dell’antico Granducato di Lituania, e le seconde che invece sono russofone, di religione ortodossa e che da secoli hanno orbitato nell’area d’influenza, prima del Principato di Mosca e poi della Santa Madre Russia.
La semplice lettura di capolavori della letteratura russa (in realtà ucraina) come Taras Bulba di Nikolaj Gogol, La guardia bianca di Michail Bulgakov, L’Armata a cavallo e Racconti di Odessa di Isaak Babel, può aiutarci a capire la complessità delle vicende storiche ucraine e dei rapporti tra le diverse popolazioni che convivono da secoli in quel Paese.
Va anche ricordato che già nel 1917, con il crollo dell’impero zarista, l’Ucraina si era staccata dalla Russia e che, nel corso di entrambe le Guerre Mondiali, buona parte dei nazionalisti ucraini si schierò con i Tedeschi (nella Seconda Guerra Mondiale i collaborazionisti ucraini furono anche ampiamente coinvolti nei massacri degli ebrei, rivelandosi spesso più feroci delle stesse SS tedesche).
Quali sono invece le motivazioni più recenti del conflitto? Per quel che riguarda le cause più recenti del conflitto, la più importante è certamente il forte spirito di rivalsa della Russia, come reazione al profondo senso di umiliazione provato per la perdita del rango di Superpotenza mondiale, come effetto della sostanziale sconfitta subita nel lungo braccio di ferro ingaggiato con gli Stati Uniti con la “guerra fredda”. Un senso di umiliazione accentuato dal repentino arretramento della Russia da quelli che erano i confini degli Stati-satellite dell’Urss (la Germania dell’Est, la Polonia, l’Ungheria, la Romania, la Moldavia, la Bulgaria, la Ceco-Slovacchia, gli Stati Baltici, la Georgia), e dal progressivo allargamento della NATO ad est, fino agli stessi confini della Russia (negli Stati baltici della Lettonia e dell’Estonia), che ha portato alla ripresa della tradizionale sindrome russa della «fortezza assediata». Il tutto aggravato dal rovesciamento a Kiev dell’impopolare governo filo-russo di Viktor Janukovyc con la «rivoluzione arancione» di Piazza Maidan dei primi di febbraio del 2014 e dalle vicende dei giorni successivi, con i sanguinosi assalti delle milizie ultranazionaliste ai militanti del partito filo-russo, con i duri scontri armati tra le truppe e le milizie ucraine e le formazioni dei secessionisti delle autoproclamate repubbliche di Donetsk e di Lugansk, sostenute dai russi, e, infine con l’occupazione della Crimea da parte delle truppe russe, alla fine dello stesso febbraio del 2014.
Certo da quel momento l’Ucraina ha vissuto una situazione semipermanente di confronto armato con i secessionisti del Donbass e della repubblica di Lugansk, che gli accordi di Minsk del 5 settembre 2014 sono riusciti a contenere, senza però portare ad una pace definitiva, soprattutto, in realtà, per il rifiuto del governo di Kiev di riconoscere una reale autonomia a quei territori.
Ma che cosa è successo da allora di tanto grave da spingere (da «costringere», secondo la propaganda del Cremlino) Putin a invadere l’Ucraina? L’allargamento della NATO ad est mi sembra solo un pretesto, dal momento che questo era già stato portato a termine nel 2004, quindi ben 18 anni fa, senza provocare particolari reazioni di Putin, che anzi in quegli anni manteneva ottimi rapporti con vari leader occidentali, compreso lo stesso George Bush Jr, con il quale condivideva l’obiettivo di una guerra totale al fondamentalismo islamico, per non parlare del nostro Berlusconi, con il quale aveva stretto saldi rapporti d’amicizia e di affari.
La comunità europea ha inoltre dimostrato la costante volontà di mantenere buoni rapporti con la Russia, giungendo a offrirle sin dal 2004 una sorta di partenariato nella gestione degli affari nel Continente. Del resto, il semplice fatto che l’Europa (Germania e Italia in primo luogo) abbia accettato (imprudentemente) in questi anni di dipendere largamente dalle forniture energetiche russe, dimostra che non era neppure ipotizzata una politica aggressiva nei confronti della Russia.
Negli ultimi anni, inoltre, non mi risulta che la NATO abbia mostrato un atteggiamento aggressivo verso la Russia, mentre registro una crescente propensione della Russia verso una politica espansionistica, con gli interventi militari in Siria, in Eritrea, in Libia e ora anche in Mali, con i mercenari della cosiddetta brigata Wagner. La presenza delle truppe americane nei Paesi che facevano parte del Patto di Varsavia, inoltre, è poco più che simbolica, comunque non tale da poter davvero assicurare la protezione di questi Paesi da eventuali attacchi dell’Esercito russo e, naturalmente, ancor meno da poter costituire una qualche minaccia per la Russia. Anche le famose unità missilistiche americane, che tanto preoccuperebbero Putin per la loro vicinanza ai confini russi, sono in realtà, in buona parte, costituite da batterie di missili anti-missili, installate in funzione anti-iraniana e non anti-russa, a protezione del fianco est dell’Europa da eventuali attacchi provenienti dal Medio Oriente.
In ogni caso l’adesione dell’Ucraina alla NATO, in tutti questi anni non è mai stata all’ordine del giorno. Certamente il governo di Kiev da tempo preme per un ingresso in quell’alleanza e probabilmente, in questa sua richiesta, può contare sul sostegno di un buon numero di esponenti politici americani. L’Europa però si è sempre opposta a questo ingresso, proprio per non provocare reazioni della Russia, e si è sostanzialmente sempre mostrata favorevole ad una neutralizzazione permanente dell’Ucraina (si è proposta, per l’appunto, la «finlandizzazione» di quel Paese, al quale, come per la Finlandia, sarebbe stata riconosciuta l’indipendenza dalla Russia, ma con l’obbligo di mantenere rapporti amichevoli con Mosca).
Putin allora ha deciso l’intervento militare per difendere la popolazione del Donbass dal «genocidio» perpetrato dai «nazisti» ucraini? Ma il Donbass, come la Crimea, era già controllato dai russi e, al di là, di scaramucce lungo la linea di confine di quella repubblica secessionista, non si sono registrate in questi anni operazioni militari di un qualche reale rilievo.
Quali sono allora i reali obiettivi di Putin? Secondo le valutazioni di esperti militari, come il generale Battisti, l’obiettivo reale di Putin è quello di stabilire, al minimo, una continuità territoriale tra la Russia, il Donbass e la Crimea e, al massimo, quello di occupare anche tutta la fascia costiera, da Odessa alla Moldavia, così da privare l’Ucraina di uno sbocco sul Mar Nero rendendo impossibili le esportazioni di grano, di mais e di materie prime sulle quali si regge la sua economia.
Io credo invece che Putin vada preso sul serio quando afferma (nei colloqui telefonici con il Presidente francese Macron o nei lunghi monologhi rilasciati alle televisioni russe) che non si fermerà finché l’intera Ucraina non sarà «denazificata», non sarà ristabilita la sostanziale unità del popolo russo, di cui quello ucraino (come quello bielorusso) non sarebbe – nella sua disinvolta riscrittura della Storia – che una semplice variante e, per finire, finché non sarà distrutta l’intera «AntiRussia», costruita dagli imperialisti americani e dai loro complici europei.
Denazificare l’Ucraina? Se questo fosse il vero obiettivo, ci sarebbe da ridere pensando al pieno sostegno fornito dagli attuali vertici russi ai gruppi ultra-sovranisti e filo-nazisti di tutto il mondo, compresi quelli italiani, con l’unica eccezione, a quanto parrebbe, di quelli ucraini.
Lo stesso premier ucraino Zelens’kyj sarebbe un nazista (oltre che, ovviamente, depravato e dedito alla droga)? Ma Zelens’kyj è un ebreo la cui famiglia fu decimata dalla Shoah, nell’oblast di Dnipropetrovsk!
Riunificare i popoli russi? Ma gli Ucraini non sono Russi perché la storia del loro Paese è molto diversa da quella della Russia e perché sono ormai dotati di un forte spirito identitario, come dimostra l’accanita resistenza opposta alle truppe russe.
Distruggere l’«Anti Russia»? Bisognerebbe capire cosa intenda Putin con questo termine. L’Anti Russia comprende la sola Ucraina democratica o anche la Polonia, gli Stati baltici, l’Ungheria, la Romania e magari anche i Land orientali della Germania?
Io credo che il vero obiettivo di Putin sia quello di riportare la Russia ai confini del vecchio Impero zarista, per potersi presentare come l’artefice del ritorno della Russia al rango di Grande Potenza mondiale: la guerra all’Ucraina sarebbe perciò lo strumento per rafforzare il suo potere autocratico, consolidato non a caso proprio con la brutale guerra di Cecenia, iniziata nel 1999, e con l’attacco militare alla Georgia dell’agosto 2008.
Per realizzare questo obiettivo, Putin punta, nell’immediato, a rovesciare l’attuale governo di Kiev e reinsediare un governo filo russo, guidato forse da quello stesso Janukovyc rovesciato dalla «rivoluzione arancione» del 2014.
Contemporaneamente punta a dividere e a umiliare l’Europa, che è il suo vero grande avversario (l’Europa, non gli Stati Uniti), perché l’Europa Unita dispone già ora di un’economia molto più forte di quella russa e potenzialmente potrebbe diventare molto più forte anche militarmente, rendendo del tutto marginale il ruolo della Russia, e, soprattutto, perché gli stili di vita e gli ideali e i modelli democratici europei possono esercitare una capacità attrattiva sulla stessa popolazione russa tanto forte da mettere in crisi l’intero sistema di potere autocratico instaurato da Putin.
E’ allora la situazione interna della Russia alla base del conflitto? Credo che la decisione di Putin di rompere gli indugi sia stata presa proprio per l’imprevista apparizione di una opposizione interna (ad esempio con Navalny), ancora largamente minoritaria ma reale; dalle proteste popolari contro il suo sodale bielorusso, il Presidente a vita Lukasenka, ed, infine, dalle agitazioni che hanno scosso nel gennaio di quest’anno il Kazakistan, represse, per l’appunto, con il diretto intervento delle truppe russe.
Come finirà il conflitto? Credo che il progetto imperiale di Putin sia del tutto irrealistico e destinato, alla lunga, al fallimento. In primo luogo l’aspirante nuovo zar ha del tutto sottovalutato la capacità di resistenza degli ucraini. E’ vero che le Forze Armate russe sono infinitamente più potenti di quelle ucraine. Ed è anche vero che, almeno fino ad ora, nonostante le terribili visioni dei caduti e delle macerie degli edifici colpiti, quella che si combatte in Ucraina è una guerra a relativamente bassa intensità. Gli attacchi aerei russi risultano decisamente meno intensi e meno efficaci di quelli condotti dagli americani in altri fronti di guerra. Sta di fatto che l’avanzata dei reparti russi risulta molto più lenta di quello che era stato previsto. E’ anche estremamente significativo che i combattimenti più intensi si svolgano in questi giorni a Mariupol e nei territori dove è nettamente maggioritaria la popolazione ucraina russofona, a conferma del fatto che i russi sono considerati invasori e non liberatori anche da quegli ucraini più vicini, in teoria, alla Russia.
Putin, inoltre, non aveva previsto una reazione così ferma e decisa dei paesi occidentali, di quelli europei in particolare, che hanno accettato di imporre dure sanzioni economiche, nonostante tutti i contraccolpi negativi che possono provocare, e che hanno anche deciso di fornire armi all’Ucraina, nonostante tutti i rischi che questa scelta comporta.
Queste decisioni sono state duramente contestate in Italia non solo dai gruppi e dai giornali di destra, da sempre dichiaratamente filo-putiniani, ma anche da esponenti di una certa sinistra nostrana con propensioni populiste (compresi personaggi come Cacciari e Santoro). Si è sostenuto che le sanzioni non servono a fermare Putin e che sono illegittime (come nel caso del sequestro degli yacht e delle ville di lusso dei boiardi russi) e si è anche dichiarato che l’invio di armi è del tutto sbagliato, perché ci espone alle reazioni imprevedibili di Putin e perché può servire – secondo loro – solo a prolungare l’agonia di una Ucraina comunque destinata a essere conquistata, aumentando inutilmente il numero di vittime di questa guerra.
Devo allora dedurre, accettando questo singolare modo di ragionare, che la responsabilità dei milioni di morti della Seconda Guerra Mondiale non deve essere attribuita alla politica aggressiva della Germania nazista e dei suoi alleati, ma a quelli che hanno tentato di contrastarla: ai polacchi che si sono opposti all’invasione delle truppe naziste, agli inglesi che hanno rifiutato di arrendersi, agli stessi russi che hanno avuto il torto di subire e imporre perdite umane spaventose con la loro cocciuta resistenza all’aggressione hitleriana.
Secondo questi originali «pacifisti», invece di adottare sanzioni e di inviare armi bisognerebbe puntare su negoziati per riportare la pace. Ma gli ucraini quali negoziati potrebbero mai condurre, senza avere neppure la minima possibilità di resistere? Devono negoziare la resa incondizionata?
E’ poi assolutamente vero che le sanzioni possono colpire duramente anche l’economia europea, quella tedesca e quella italiana in particolare, che hanno maggiori rapporti commerciali con la Russia e che dipendono per quasi il 50% dalle importazioni di gas e petrolio russi. Ma se i vincoli dell’alleanza della NATO e la vantata solidarietà occidentale non sono solo vuoti slogan, gli Stati Uniti potrebbero fornire gli aiuti necessari all’Europa per affrontare la crisi. Se Biden riuscirà a imporre alle compagnie petrolifere americane di vendere idrocarburi all’Europa, se non ai prezzi convenienti pagati alla Russia, almeno a prezzi inferiori a quelli di un mercato drogato dagli effetti speculativi e da un contemporaneo forte aumento della domanda e forte riduzione dell’offerta, allora l’Europa potrà fare a meno delle forniture russe.
Se invece Biden non riuscirà a raggiungere questo obiettivo – il che è altamente probabile visti gli ottimi rapporti di queste compagnie con il principale nemico di Biden, l’ex Presidente Trump, che è anche dichiaratamente grande estimatore di Putin (lo ha definito un «genio» per la sua decisione d’invadere l’Ucraina) -, allora sarà difficile, almeno per diversi mesi, che l’Europa (e l’Italia in primo luogo) possa fare a meno soprattutto del gas russo.
In ogni caso, se noi saremo duramente colpiti, la Russia lo sarà ancora di più. La sua economia si basa soprattutto sull’esportazione di gas e petrolio e se questa viene bloccata, per effetto di sanzioni europee o di misure di rappresaglia decise da Mosca, la Russia si troverà in una situazione talmente difficile da non poter neppure mantenere in piedi un Esercito efficiente. Si sostiene che la Russia potrebbe però vendere le sue risorse energetiche alla Cina. Certo, ma dubito che la Cina sia disposta a rinunciare al vantaggio di essere acquirente unico di questi prodotti, accettando di pagare almeno lo stesso prezzo concordato con gli europei. In ogni caso, non ci sono metanodotti in grado di collegare i giacimenti e i centri di lavorazione degli idrocarburi con la Cina e per installarli lungo tutta la Siberia occorreranno anni.
In ogni caso, il progetto di Putin mi sembra destinato al fallimento perché anche se i favorevoli rapporti di forza consentiranno alle truppe russe di occupare in tempi relativamente brevi l’intera Ucraina, mantenere il controllo di un Paese due volte più grande dell’Italia e con 40 milioni di abitanti, richiederà un costosissimo impegno militare che non credo che la Russia potrà sostenere a lungo. Se la potente Unione Sovietica ha dovuto ritirarsi dal piccolo Afghanistan (esattamente come sarebbe successo poi anche agli armatissimi Stati Uniti) non vedo come la più debole, almeno finora, Federazione Russa potrebbe resistere a lungo ad una guerriglia condotta su larga scala.
Putin potrebbe però contare su potenti alleati, a cominciare dal premier cinese Xi Jinping e da quello turco Recep Erdogan? Mi sembra improbabile che la Russia possa concordare vere e proprie alleanze con la Cina e meno ancora con la Turchia.
Pechino si sta proponendo come potenziale acquirente delle grandi aziende russe (Gazprom per prima), ma la Cina è un gigante sia in campo militare che economico, mentre la Russia è ancora una grande potenza militare ma è solo un nano economico. E’ perciò difficile pensare che Putin accetti una colonizzazione economica da parte della Cina ed anche che si rassegni a svolgere il ruolo di partner subalterno in un’eventuale alleanza con Pechino.
L’alleanza con la Turchia di Erdogan? Ma al di là del comune carattere autocratico dei regimi instaurati da Putin e da Erdogan, va ricordato che la Russia e la Turchia si sono combattute per secoli per il controllo del Mar Nero e per i tentativi russi di aprirsi la strada per il Mediterraneo, e che ancora oggi hanno interessi strategici contrapposti nell’intera area del Mar Caspio.
E’ pensabile che Putin possa essere rovesciato dall’opposizione interna alla Russia o da una sorta di colpo di Stato, organizzato dagli stessi boiardi, duramente colpiti dalle sanzioni occidentali, così come Mussolini fu rovesciato il 25 luglio 1943 da un colpo di stato guidato dallo stesso Sovrano?
Francamente credo proprio di no, almeno non per molto tempo ancora. In Russia non c’è nessun personaggio in grado di contrapporsi a Putin, come era invece il Re Vittorio Emanuele III nei confronti di Mussolini. La caduta di Mussolini fu, inoltre, resa possibile solo dopo che fu evidente che la guerra disastrosa voluta dal Duce era destinata a concludersi con la disfatta dell’Italia. Putin esercita ancora un pieno controllo dell’intero sistema repressivo russo; i boiardi sono stati messi ai margini del «cerchio magico» di Putin, composto era soprattutto da ex ufficiali del KGB a lui assolutamente fedeli. La guerra, infine, è appena cominciata e ben il 60% della popolazione russa si dichiara del tutto favorevole all’intervento militare. Putin può anche contare sul pieno sostegno della chiesa ortodossa russa, ultraconservatrice (va ricordato che ha dichiarato santi lo zar Nicola II e i suoi familiari) e storicamente legata ai vertici al potere, come è confermato dalle farneticanti dichiarazioni del Patriarca Kirill a favore dell’invasione dell’Ucraina, giustificata come una guerra del Bene contro il Male, come uno scontro tra le forze sane russe e le lobbies gay del depravato Occidente.
I minacciosi richiami di Putin ad un possibile impiego delle armi nucleari fanno in realtà pensare che lui stesso cominci a rendersi conto di aver fatto il passo più lungo della gamba. Una generale guerra nucleare continua a restare poco o nulla probabile perché segnerebbe la distruzione totale anche della Russia, oltre che degli Stati Uniti e dell’Europa. E’ da escludere anche un impiego delle sole bombe nucleari «tattiche» in Ucraina, perché come si può colpire in tal modo un popolo che la propaganda presenta come fratello del popolo russo o addirittura una sua semplice variante locale? Sta di fatto che la minaccia di ricorrere alle armi nucleari viene presentata in genere da chi, al momento, si trova in una situazione d’inferiorità militare nel campo delle forze convenzionali. Lo fecero gli americani, nel 1948, nel pieno della crisi del blocco di Berlino, quando non erano in grado di contrastare le nettamente superiori forze corazzate russe, lo fa oggi Putin che vede il suo esercito in difficoltà anche contro i soli ucraini.
C’è allora uno spiraglio per veri negoziati per la pace? Credo di sì e credo che si potrebbe raggiungere un accordo con la rinuncia da parte dell’Ucraina alla Crimea, al Donbass e ai territori contigui a queste zone e con l’accettazione di una neutralità permanente, sul modello dell’Austria, in cambio di un suo definitivo inserimento nella comunità europea.
Almeno spero in questa soluzione, che potrebbe risultare onorevole e accettabile per entrambe le parti.

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: