La logica delle parole

di Patrick Sériot

La logica delle parole
di Patrick Sériot (Professore onorario di linguistica slava, Università di Losanna)

Cosa c’entra la lingua con la geopolitica? Per capire la visione del mondo di V. Putin, bisogna guardare da vicino tale questione, che riceve poca attenzione in Europa occidentale, ad eccezione della Catalogna.

Il russo e l’ucraino sono lingue diverse ma vicine, così come sono vicine lo spagnolo e l’italiano, ma meno del ceco e dello slovacco, lingue ufficiali di due Stati diversi, e ancora meno del serbo e del croato, che sono praticamente identiche.

Dopo secoli di divieto e repressione della lingua ucraina nella Russia zarista, e poi della russificazione dell’ucraino sotto Stalin, la grande maggioranza dei cittadini ucraini è bilingue, o almeno comprende perfettamente l’altra lingua. Molti di loro parlano un miscuglio delle due lingue, chiamato Surzhyk, o passano da una lingua all’altra a seconda dell’interlocutore o della situazione. È quindi impossibile fare statistiche affidabili sulla distribuzione delle lingue, anche se la questione della lingua fa parte del censimento della popolazione.

Il governo ucraino può essere stato maldestro nell’imporre l’ucraino come unica lingua ufficiale e nel rendere il russo una lingua straniera al pari dell’inglese, il che ha favorito la demagogia di Putin, che ha sostenuto che i “russi” in Ucraina sarebbero vittime di “repressione”. Ma “i russi” in Ucraina non sono “dei russi”. Una sfumatura semantica fondamentale deve essere presa in considerazione: nell’Europa dell’Est alcuni paesi fanno una differenza tra “nazionalità” e “cittadinanza”. La cittadinanza è l’appartenenza a uno stato (definizione politica, non essenzialista), la nazionalità è l’identità etnica (essenziale, inalienabile). La nazionalità è definita, tra l’altro, dalla lingua. Sui documenti d’identità sovietici era scritto “nazionalità”: russa, uzbeka, lettone, ebraica, ucraina… Nel 1975 A. Solzhenitsyn è stato privato della cittadinanza sovietica, ma gli sbirri del KGB non avrebbero mai avuto l’idea di privarlo della nazionalità russa, che è un’idea senza senso. Questa doppia cittadinanza persiste nella Russia post-sovietica (anche se non è più menzionata sui documenti d’identità), ma non in Ucraina, dove tutti i cittadini sono ucraini allo stesso modo di quelli la cui lingua madre è l’ungherese o il rumeno.

In questa logica dal punto di vista russo, gli svizzeri di lingua francese, in quanto francofoni, sono cittadini svizzeri di nazionalità francese, che sognerebbero un giorno di tornare alla madrepatria, così come i ticinesi sono cittadini svizzeri di nazionalità italiana, ingiustamente separati dalla madrepatria, una logica irredentista. Al contrario, bretoni, baschi e alsaziani sono, sempre da questo punto di vista, cittadini francesi, con nazionalità bretone, basca o alsaziana.

Questa definizione di identità, o appartenenza di un individuo a un gruppo, risale all’opposizione tra la definizione giacobina francese, politica, della nazione e quella tedesca, romantica, culturale, da cui la differenza tra Gemeinschaft (essenziale, naturale) e Gesellschaft (superficiale, non essenziale) (un tema ricorrente dell’ideologia völkisch all’inizio del XX secolo).

I paragoni devono essere fatti con prudenza, ma uno è ovvio: nel 1938 per Hitler i cittadini di lingua tedesca della Cecoslovacchia erano “tedeschi”, il cui territorio (i Sudeti) doveva essere restituito all’ovile della nazione. Per Putin, i cittadini ucraini con il russo come lingua madre (o lingua principale) sono “russi” prima di essere cittadini ucraini. È quindi logico, in questa ideologia deterministica, che il territorio dove sono in maggioranza torni alla madrepatria, dalla quale non si sarebbero mai dovuti separare. Ma questa logica ha un prezzo: il totale disprezzo di qualsiasi scelta democratica, di qualsiasi autodeterminazione, poiché, in queste condizioni, l’individuo non esiste al di fuori del gruppo al quale si suppone appartenga: la “nazione” in senso etnico.

Il discorso di Putin non è razzista (in senso biologico), ma etnicista. Alla fine, però, non c’è grande differenza, poiché per Putin la democrazia è solo una debolezza decadente, un fattore di divisione, e conta solo il determinismo etnico. Lo sciovinismo, la xenofobia e il disprezzo del diritto ne sono le espressioni più evidenti.

Quando Putin pretende di difendere quelli che chiama “i nostri concittadini” o “i nostri compatrioti” oppressi in Ucraina, è fondamentale decodificare queste parole demagogiche il cui significato originale è stato distorto. Considerare che l’appartenenza etnica abbia la precedenza sulla cittadinanza è un’ideologia politica pericolosa, basata sull’idea di pseudo-naturalismo, cioè che ogni russo, indipendentemente dalla cittadinanza, è allo stesso tempo debitore dello Stato russo nelle profondità del suo essere.

La Lettonia (membro dell’UE), sede di una grande minoranza russofona, sarà il prossimo obiettivo della ricostituzione dell’impero sovietico? La fragile e quasi bilingue Moldavia non è forse ancora più a rischio?

(Traduzione italiana Alessandro Chidichimo, rilettura Valentina Bisconti)

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