La grande illusione di Sparanise e di Terra di Lavoro

di Armando Pepe

Validi giornalisti d’inchiesta (a dire il vero “I Maestri”), come Guido Piovene, Piero Ottone e/o Giorgio Bocca, in reportages che hanno fatto epoca, segnalavano le storture di un’Italia in perenne crescita, quando il PIL aumentava a doppia cifra. Non sempre era ora ciò che luccicava, nascevano spesso “cattedrali nel deserto”, come poi vennero definite le strutture industriali costruite in mezzo al nulla. Fieramente uomo del Sud, per la precisione di Sparanise, sia pure da lungo tempo residente a Vercelli, dove ha lavorato presso l’ufficio periferico del Ministero delle Finanze, per poi dedicarsi alla carriera sindacale nella CISL fino a diventarne segretario generale provinciale, Bruno Ranucci ha scritto pagine toccanti e accurate attorno alla singolare vicenda della fabbrica delle ceramiche Pozzi nel paese che gli ha dato i natali, ovvero Sparanise. Un volume ponderoso, ricco di foto e documenti, con le prove inconfutabili di una «grande illusione», titolo apodittico, perché a quell’inganno, di uno sperato benessere, seguì un dolente ma inevitabile smacco.

A proposito delle A.S.I. (aree di sviluppo industriale) Ranucci sottolinea che in Campania furono tre: «la prima riguardava l’area formata dalla zona di Napoli; la seconda la zona di Caserta, Sparanise e Aversa; la terza area cadeva, invece, all’interno dei confini della provincia di Salerno. Il consorzio A.S.I. di Caserta fu costituito nel 1961 ed era composto da 57 comuni, oltre ad altri enti ed associazioni. A Caserta lo sviluppo industriale si localizzò lungo la Strada Statale Appia, da Sessa Aurunca a Maddaloni. È su questa direttrice, che lambiva un buon tratto di Sparanise, (oltre a Pignataro Maggiore, Calvi e Teano), che sorse il grande complesso della Società Manifattura Ceramica Pozzi, composto da cinque stabilimenti, ognuno con una specifica fase di lavorazione» (pp. 71-72).

Incidentalmente, non si può non rilevare la lista dei soci fondatori dell’area casertana di sviluppo industriale, dato che non pochi nomi corrispondono a politici che si sono spesi (tra luci ed ombre) per il territorio, come, ad esempio, : 1) Dante Cappello, commissario governativo del consorzio di bonifica del Sannio-Alifano; 2) Ugo D’Onofrio, presidente dell’istituto autonomo case popolari di Caserta; 3) Enrico Cappello, sindaco di Ailano; 4) Giovanni Fappiano, sindaco di Alife; 5) Vincenzo Fidanza, sindaco di Castello d’Alife; 6) Vincenzo Cappello, padre di Dante, sindaco di Piedimonte d’Alife; 7) Alberico Masiello, sindaco di Raviscanina; 8) Federico De Pandis, sindaco di Riardo; 9) Gaetano Renzo, sindaco di Pratella, ove era nato il 24 novembre 1892.

Gaetano Renzo, fedele seguace di Alberto Beneduce, sindaco di Pratella già negli anni Venti, si scontrò duramente con il fascista Federico Di Lullo; costretto a dimettersi, nel dopoguerra ritornò in sella. Del suo impegno politico vi è traccia nel Fondo di Alberto Beneduce-, con cui intratteneva una corrispondenza fittissima-, nell’Archivio della Banca d’Italia.

Per quelle zone e i paesi limitrofi lo stabilimento fu una manna dal cielo, come compresero due sindaci di Sparanise di opposto colore politico, l’uno democristiano, l’avvocato Saverio Solimene, l’altro comunista, il professore Antonio Romeo.

Il progetto per la costruzione degli impianti, affidato agli architetti Luigi Figini e Gino Pollini, che «già avevano avuto rapporti di collaborazione con Adriano Olivetti. Figini e Pollini realizzano una sorta di micro-città, o meglio di “anti-città”, come è auspicata nei loro scritti. Contro la città reale che “imprigiona, in amalgami caotici, con inversioni innaturali di valori, le opere e gli artifici dell’uomo, e gli elementi del creato”, essi sperimentano l’azione di “eliminare, purificare, ridurre a percentuali umane, ed altre scale di proporzioni “i termini della città” e ancora di “aprire, vedere, chiudere, diaframmare”» (pp. 97-98).

Le architetture, avveniristiche, sono ora ruderi di archeologia industriale. La vita in fabbrica non si rivelò facile, tant’è vero che un manifesto del Partito Comunista Italiano, di Terra di Lavoro, enunciava che: «un attacco di proporzioni notevoli è in atto da parte del padronato nella nostra provincia. 1) La Pozzi di Sparanise ha buttato sul lastrico 1500 operai con un’azione intimidatoria inaudita, tentando con ogni mezzo di creare incidenti… Quello della Pozzi non è un caso isolato; 2) Moccia ha chiuso la fabbrica di Alvignano, minaccia la chiusura del cementificio di San Clemente, ha ridotto l’occupazione a Calvi Risorta; 3) la Texas Instruments di Aversa ha ridotto l’orario di lavoro a circa 300 lavoratori; 4) le assunzioni sono bloccate alla Olivetti, alla Siemens, alla Face Standard» (p. 193).

Con la delocalizzazione la storia si ripete tutt’oggi. Dalla produzione dei sanitari in ceramica si passò, attraverso una riconversione, ad elaborare vernici, i cui residui si appalesarono, col tempo, come fortemente nocivi. Si susseguirono passaggi di proprietà, da Michele Sindona a Salvatore Ligresti; ora non c’è che il deserto. Bruno Ranucci ripercorre li vicende, che si susseguono a ritmi incalzanti, con amarezza e disincanto, nella consapevolezza che il passato non torna più.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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