La fine di Nietzsche

di Viaggio nella Storia

Questa immagine del 1899 ci restituisce un Friedrich Nietzsche irriconoscibile, spezzato, consumato, rinchiuso in un manicomio. Non c’è traccia del filosofo ribelle, del pensatore che aveva osato sfidare Dio e la morale: c’è solo un uomo sconfitto, lo sguardo vuoto, il corpo assente, il silenzio come unica voce rimasta. È la fine di una mente straordinaria, che aveva incendiato il pensiero moderno con visioni potenti e spietate, e che ora giace spenta, annientata da una malattia che la medicina del tempo non seppe comprendere.
Tutto si spezzò in un solo istante, a Torino, il 3 gennaio 1889. Nietzsche, da tempo tormentato da dolori insopportabili, da crisi ricorrenti e da una vista che si faceva sempre più cieca, fu colpito da una scena che frantumò ciò che restava della sua lucidità: un cocchiere colpiva brutalmente un cavallo. Lui, il filosofo della forza, si gettò in lacrime tra le braccia dell’animale, lo abbracciò, lo baciò. Poi cadde. Non si sarebbe più ripreso.
Nei giorni successivi, iniziò a scrivere lettere intrise di delirio, firmandosi con nomi mitologici o cristologici, invocando catastrofi, proclamando sé stesso redentore o dannato. Era ormai irraggiungibile. Franz Overbeck, amico fraterno, lo riportò a Basilea e poi lo fece ricoverare a Jena. Da quel momento, la vita di Nietzsche si fece ombra: paralizzato, incapace di parlare, prigioniero di un corpo che non rispondeva più e di una mente in frantumi.
Per undici anni fu accudito prima dalla madre, poi dalla sorella Elisabeth, che ne custodì il corpo e ne tradì il pensiero, manipolando le sue opere postume per piegarle a ideologie che lui avrebbe disprezzato. Morì nel 1900, dopo due ictus e una polmonite, a soli 55 anni.
Si disse per anni che fosse stata la sifilide a distruggerlo, ma oggi si ipotizzano cause diverse: forse un tumore cerebrale, forse una malattia vascolare. Qualunque sia la diagnosi, resta il simbolo di un crollo che non fu solo fisico, ma profondamente umano.
Nietzsche bruciò come una cometa solitaria, troppo vicina alla fiamma della verità, troppo intensa per sopravvivere a lungo. La sua caduta ci ricorda che anche i giganti del pensiero hanno un cuore che può spezzarsi davanti al dolore del mondo. E che a volte, è proprio nella compassione che si rivela la più struggente delle fragilità.

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