La cultura barocca genovese

di Fiorenzo Toso

Ieri il mio post sulla percezione “dimezzata” della cultura barocca genovese ha suscitato una certa curiosità e un interessante dibattito tra chi lo ha letto, e tanti mi hanno scritto anche in privato. In particolare, da un lato, l’interesse verteva sui contenuti che la cultura linguistico-letteraria dell’epoca può proporre per una migliore conoscenza di una “civiltà” consegnata altrimenti all’immagine, che è sì importante (oggi più che mai) ma che da sola non basta. Ma molti sono stati colpiti da una mia affermazione in merito alle lingue di Genova nel Seicento. Sì, lo ribadisco, a costo di dover poi chiarire ulteriormente (e lo farò volentieri se necessario) il concetto: i ceti dirigenti genovesi si esprimevano fondamentalmente in genovese, anche nelle occasioni formali e nella prassi istituzionale, spesso e volentieri anche quando dovevano interloquire con le rappresentanze straniere. Parlavano un genovese diverso da quello del popolo cittadino e a maggior ragione dai dialetti liguri degli abitanti del territorio: il genovese popolare urbano aveva caratteristiche (soprattutto fonetiche e lessicali) molto diverse da quello dei ceti alti, ma si trattava comunque di due varietà della stessa lingua, e il genovese “alto” veniva scritto anche come lingua letteraria accanto all’italiano senza una precisa distribuzione di ruoli: in sostanza, non lo si usava in letteratura come un “dialetto”. L’italiano (spesso variamente interferito col genovese) a sua volta era un dialetto sociale, piuttosto marginale nella pratica orale ma preponderante in quella scritta, dove concorreva però col latino, ancora fortissimo negli usi burocratico-amministrativi, e col genovese come lingua letteraria: meno usato quest’ultimo, ma con funzioni rappresentative di estrema importanza. Ultimo ma non ultimo, lo spagnolo era lingua letteraria e spesso utilizzata nelle relazioni con l’estero (in alternativa con l’italiano e il latino), diffusa in letteratura e presente anche in diverse occasioni pubbliche: Questo fatto rende unica in Italia la presenza (letteraria e non solo) dello spagnolo a Genova, perché si trattava della “scelta” (per motivi politici ovviamente) di un idioma straniero che non era quello della potenza dominatrice in senso stretto (come a Napoli o a Milano) né la lingua ufficiale del paese (come in Sardegna): in pratica, la sua diffusione presso i ceti alti corrisponde un po’ all’uso che si fa oggi dell’inglese. In questa situazione complessa di plurilinguismo, la Repubblica non ebbe mai una lingua ufficiale (a differenza dei vicini stati sabaudi, dove alla metà del sec. XVI fu scelto l’italiano per i territori di qua delle Alpi e il francese per la Savoia e la Valle d’Aosta), e il genovese continuò a essere praticato in gran parte del Mediterraneo, ancora dopo la fine della Repubblica, come lingua mercantile e commerciale parlata, in situazioni ancor più complesse di plurilinguismo nei territori in cui esistevano colonie o residuali comunità genovesi soggette alle autorità locali, da Tabarca a Pera, dal Mar Nero a Gibilterra, da Cadice a Marsiglia e così via. Questo è il quadro, sommariamente descritto, della realtà linguistica di Genova e del suo stato nel periodo che va dall’istituzione della Repubblica oligarchica nel 1528 alla sua caduta nel 1797.

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