Risorgimento: italiani in lotta per la libertà nel mondo

di Armando Pepe 

La complessità di una storia globale e la geometrica linearità di una narrazione affascinante trovano il loro punto d’intersezione nel libro, appena edito da Laterza, “Risorgimento Atlantico. I patrioti italiani e la lotta internazionale per le libertà”, scritto da Alessandro Bonvini. È il frutto di un lavoro metodico e meticoloso, condotto in circa sei anni di ricerca negli archivi di mezzo mondo, nonché un ampliamento di prospettiva su scala mondiale, all’insegna del concetto di libertà. Straordinaria risulta la quantità di personaggi italiani, molti dei quali sconosciuti, che s’incontrano; da coloro che si fecero pirati nel Mar dei Caraibi agli espatriati per le varie diaspore. È bello leggere il libro anche per cogliere rapsodicamente situazioni, episodi e uomini che suscitano se non altro tanta curiosità.

Contrariamente all’esilio di Napoleone, il 28 agosto 1815 «Giuseppe Bonaparte approdava, sotto falso nome, sull’East River di New York. Accompagnato da un manipolo di fedelissimi, l’ex sovrano del Regno di Spagna e del Regno di Napoli acquisì una lussuosa dimora a Bordentown, nei pressi di Philadelphia. L’inizio del suo esilio richiamò alcuni dei protagonisti della stagione del primo impero» (p. 37). Erano veterani francesi che ebbero un ruolo pregnante, di primo piano, nelle guerre bolivariane, di liberazione del continente sudamericano dal giogo spagnolo; un fine ultimo, quello della libertà, che accomunava chi nei vari continenti si batteva strenuamente, come un sol uomo, non solo per il proprio ma anche per l’altrui riscatto.

Contemporaneamente, dall’altra parte del mondo, nella penisola ellenica, si lottava per l’affrancamento dal dominio ottomano; era in atto una rivoluzione, che magneticamente aggregava eroi, da Santorre di Santarosa a Lord Byron. «Sin dai primi mesi della rivoluzione, il filellenismo poteva considerarsi un movimento globale. Nel 1821, il governo di Haiti riconobbe ufficialmente l’indipendenza della Grecia e inviò venticinque tonnellate di caffè, raccomandando ai ribelli di venderle per acquistare armi e munizioni» (p. 55). Lotte per l’indipendenza, in cui gli italiani giocarono un ruolo preponderante, si ebbero in Argentina e al sud del Brasile, con la Guerra dei “Farrapos”, letteralmente “straccioni”, durante il decennio eroico, in cui spiccò per competenze belliche e segnatamente strategiche il genio militare del generale Giuseppe Garibaldi.

Si segnalano per interesse le pagine dedicate all’emigrazione mazziniana a New York, in quanto «l’ascesa globale della Giovine Italia fu determinata dal confronto tra patriottismo italiano e repubblicanesimo statunitense. Gli Stati Uniti costituirono un riferimento centrale per l’evoluzione del movimento risorgimentale, nonché un alleato nella lotta per l’emancipazione italiana fino al 1861. Il mazzinianesimo puntò sulla repubblica statunitense, quale potenza emergente sul proscenio occidentale, e tentò un suo coinvolgimento nelle rivoluzioni nazionali europee per rovesciare gli equilibri definiti dal Congresso di Vienna» (pp. 165-166). Sistematicamente, «tra i pensatori e gli uomini di governo statunitensi, la realtà italiana era un argomento d’attualità» (p. 167) proprio per la tempra congenita delle forze morali che la sussumevano. Si crearono negli Stati Uniti correnti di pensiero; per giunta, «scrittori di grido, come James Russell Lowell, Henry Wadsworth Longfellow e William Parsons conobbero da vicino la società italiana, diventando paladini delle rivendicazioni risorgimentali» (p. 167).

Indubbiamente c’è molta tensione positiva nel libro, supportata da una trama innervata di nobili aspirazioni, e dell’apostolato laico in chiave mazziniana, di progettate e, apparentemente, utopistiche città ideali, da fondare con l’obiettivo di affratellare i popoli. Trova spazio inoltre la sciagurata avventura messicana di Massimiliano d’Asburgo, che volle, suo malgrado, farsi imperatore; la stampa mazziniana non fu tenera con i soldati inviati in Messico da Napoleone III che, in antitesi al più famoso zio, concepiva propositi illiberali; il giornale «Il Dovere etichettò i conservatori messicani [sostenuti dai francesi] quali impostori noti solo “per tradimenti e brigantaggio”» (p. 227). Una parte sostanziosa del volume, infine, tratta delle vicende dell’internazionalismo garibaldino, da Digione alla Comune di Parigi, fino all’isola di Creta, la quale agognava di tornare ad essere parte di una mediterranea civiltà ancestrale il cui cordone ombelicale non era stato mai tagliato.  L’opera di Bonvini, infine, offre nuovi punti di vista, imponendosi per il valore della base documentale e per il pregio delle sintesi storiche.

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: