La classificazione delle riviste e il degrado degli studi storici. Il giudizio di Roberto Vivarelli.

di Nicola D’Elia


Ai difensori dei criteri di valutazione della ricerca stabiliti dall’Anvur non sarà forse inutile far conoscere la posizione che, al riguardo, assunse Roberto Vivarelli, storico insigne, autore di una monumentale storia delle origini del fascismo in tre volumi edita da Il Mulino, docente presso la Scuola Normale Superiore di Pisa dal 1986 al 2004 e membro della direzione della «Rivista Storica Italiana» dal 1981 al 2012.

Proprio in quest’ultima veste Vivarelli si pronunciò sulla pretesa del mondo accademico di regolare il modus operandi delle riviste scientifiche; e lo fece in una lettera dell’ottobre 2010 all’allora direttore della «Rivista Storica Italiana» Giuseppe Ricuperati, nella quale esprimeva senza mezzi termini il suo disappunto:


«Anche se può darsi che io sia un uomo di altri tempi, non mi manca un po’ di senso pratico, e proprio alla luce del senso pratico, non riesco a vedere perché la nostra rivista si debba adeguare, per seguire la corrente, a norme che sono semplicemente demenziali. Mi riferisco ai criteri di valutazione imposti, mi sembra di capire, dal Cun, secondo i quali, quasi vi fosse analogia tra riviste di studi storici e squadre di calcio, si stabiliscono delle classifiche. Sono norme che, entro certi limiti, possono avere una ragione di essere per le scienze naturali, ma del tutto prive di senso applicate alle nostre discipline. E allora, di grazia, mi dici perché noi dovremmo preoccuparci di accettare regole assurde? Capirei (fino a un certo punto…) una tale preoccupazione se la rivista stentasse ad avere collaborazioni, o se la sua circolazione avesse subìto un declino. Ma questo, se non sbaglio, non risulta […]. Non dovremmo, dunque, semplicemente tirare dritto per la nostra strada, fregandocene di quanto fanno gli altri, secondo la sana regola di una aristocratica superbia? Si dice, se ho capito bene, che in tal modo i nostri collaboratori avrebbero difficoltà nel farsi assegnare fondi pubblici. E io rispondo: meglio così! Che quanti scrivono sulla rivista lo facciano per il prestigio della sede e non per considerazioni di interesse. Del resto ho sufficiente esperienza di cosa sono e, nella più parte dei casi, a cosa servono i finanziamenti pubblici nei nostri studi. Se la nostra rivista si sottrae a questo squallido mercato delle vacche, tanto di guadagnato.
Rimango poi perplesso sul fatto che di quanto noi pubblichiamo saremmo tenuti a “non nascondere gli ‘arcana’ della selezione”. Io ero convinto che di questa selezione fossero responsabili i membri della direzione, come è loro dovere e loro diritto […]» (lettera citata in A. Viarengo, Fra testimonianza e «aristocratica superbia». Roberto Vivarelli e la «Rivista Storica Italiana», in «Rivista Storica Italiana», CXXVIII, 2016, pp. 1008-1009).


Pochi mesi dopo Vivarelli annunciò a Ricuperati l’intenzione di dimettersi dalla direzione della rivista, amareggiato da una direzione di marcia che disapprovava perché convinto che fosse pregiudizievole per la buona reputazione della stessa. Da tempo era assillato dalla preoccupazione per l’abbassamento del livello degli studi causato dal ricambio generazionale, come si evince da un’altra sua lettera del marzo 2002 a Emilio Gabba, predecessore di Ricuperati:


«Per mia esperienza, all’interno della direzione della Rivista ci sono sempre stati, indipendentemente dalla situazione anagrafica, membri più o meno attivi. I membri poco o punto attivi potranno essere una zavorra, ma in sostanza sono del tutto innocui; sono assai più pericolosi quei membri attivi che propongono lavori mediocri. La questione è per ciascuno di noi la capacità di un giudizio critico, senza condizionamenti di amicizia o di scuola, sulla qualità di un lavoro storico. E qui cominciano i guai. Non mi sembra infatti che in questi ultimi tempi la Rivista si sia trovata in difficoltà per mancanza di materiale. E sinora tu hai sempre garantito, in linea di massima, una qualità dei contributi più che dignitosa. Ma ho l’impressione che i barbari sempre più premano alle porte. Non intendo fare il laudator temporis acti , ma credo sia di facile constatazione, e il fenomeno almeno nei settori di studi a me noti è generale, che oggi gli allievi sono peggiori dei maestri. Sicché rinnovare non equivale a migliorare: è questo che rende anche il ricambio direzionale così difficile e delicato» (Ivi, p. 1007).


Vivarelli si è spento nel 2014 (guarda caso lo stesso giorno, il 14 luglio, in cui cinquantaquattro anni prima era venuto a mancare il suo maestro Federico Chabod).

Possiamo dire che è stato una vox clamantis in deserto: i criteri «demenziali» di classificazione delle riviste si sono imposti definitivamente, i «barbari» che premevano alle porte hanno travolto il limes, i «condizionamenti di amicizia e di scuola» hanno un peso sempre maggiore sulla valutazione delle ricerche storiche, e gli allievi continuano a essere «peggiori» dei maestri.

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