La casa romana del Caravaggio

di Alessandro Vivanti

Ieri mattina (17/9/2023), seguendo il post su Instagram di un noto giovane dottorando in storia dell’arte moderna all’Université Paris 1 Panthéon-Sorbonne di Parigi – nonché “divulgatore” in una trasmissione (fino alla scorsa stagione televisiva su Rai3) -, gli ho sentito dire di aver “scoperto” nell’attuale vicolo del Divino Amore a Roma (un tempo era vicolo di San Biagio), nientemeno che la casa di Michelangelo Merisi da Caravaggio.
Ohibò! È da tempo, esattamente dal 2010, cioè quando uscì un articolo sull’Osservatore Romano (18 luglio 2010 per la precisione) che se ne parla, e non pare una “scoperta”, visto che in alcuni documenti si cita che Merisi, giunto a Roma verso il 1592 e dopo alcuni anni di nera miseria, fu accolto, come è noto, dal cardinale Del Monte in Palazzo Madama dal 1595 al 1601 circa. Dopo il successo e la fama in seguito ai suoi capolavori nella cappella Contarelli (in San Luigi dei Francesi) e nella cappella Cerasi (in Santa Maria del Popolo), e in circostanze che ancora non sono precise, si trasferì tra il 1602 e il 1603 circa, probabilmente, presso i fratelli Asdrubale e Ciriaco Mattei.
Successivamente, l’8 maggio 1604, affittò una casa nel vicolo San Biagio, esattamente dove oggi è il n. 19 della stradina che all’epoca costeggiava il palazzo dell’Ambasciatore di Firenze; il vicolo prendeva il nome dal suo affaccio sulla chiesa dei SS. Cecilia e Biagio; nell’Ottocento la chiesa venne affidata alla Confraternita
del Divino Amore e il vicolo assunse l’omonimo nome della confraternita.
Tra le registrazioni degli Stati delle Anime della chiesa di San Nicola dei Prefetti del giugno 1605, si trova citata la casa presa in affitto da Caravaggio; i documenti parrocchiali menzionano la
presenza del pittore e del suo garzone Francesco.
Dalla ricostruzione del percorso seguito dal parroco si evince che, dopo la prima casa posta sul lato destro del vicolo, venendo da San Nicola dei Prefetti, si trova l’abitazione di Prudenzia Bruni e che a fianco sorge la residenza del Merisi e del proprio aiutante. La casa era costituita da una sala con camere, scale, cantine, cortile, orto e pozzo. In realtà l’abitazione era di proprietà di Laerzio Cherubini – il giureconsulto che aveva ordinato all’artista la Morte della Vergine – ma l’usufruttuaria era una donna di nome Prudenzia Bruni che i documenti dicono sposata una prima volta con Pietro Forni bolognese, speziale a Tor Sanguigna, e una seconda volta con Bonifacio Sinibaldi calzolaio, poi mercante di polli.
Sinibaldi conobbe il marchese Vincenzo Giustiniani in casa del quale il calzolaio estinse il proprio debito per i lavori edilizi nella casa in vicolo San Biagio; i coniugi erano anche in rapporti con Pietropaolo Pellegrini garzone di Marco, barbiere a S. Agostino la cui bottega si trovava di fronte a quella di Sinibaldi. È possibile anche che il tramite fra l’artista e l’affittuaria Prudenzia sia stato proprio il giurista Laerzio Cherubini proprietario della casa.
Si sa che la casa subì lavori di ristrutturazione tra il 1601 e il 1604 e che venne adattata in due appartamenti per una rendita certa. L’8 maggio 1604 Prudenzia affittava così metà dell’abitazione
al pittore con un atto di affitto e dietro pagamento anticipato del canone del primo trimestre. Curiosamente, dal contratto si apprende che Merisi volle mettere per iscritto la richiesta di scoprire la metà della sala e che la Bruni acconsentì tutelando però i suoi interessi garantendosi, che al termine
della locazione, fossero ripristinati gli ambienti com’erano, a spese del pittore.
Caravaggio versò regolarmente il canone fino a gennaio 1605 poi, non se ne conosce il motivo, smise; dopo sei mesi, da febbraio a luglio 1605, il suo debito ammontava a 22,50 scudi. Per questo la Bruni si rivolse al tribunale chiedendo e ottenendo un mandato di sequestro degli oggetti del pittore presenti in casa come risarcimento per gli affitti mancanti.
È facilmente credibile che tra i motivi della richiesta di Caravaggio di voler “scoprire metà della sala” ci fosse lo scopo di ottenere una luce più intensa, sfruttando le finestre delle soffitte, ma anche
una maggiore altezza nell’ambiente per consentire la sistemazione di tele di grandi dimensioni. A quell’epoca l’artista lombardo si apprestava a cominciare la “Morte della Vergine” commissionatagli il 14 giugno 1601 proprio dal giurista Laerzio Cherubini, lo stesso proprietario della casa in cui viveva il pittore e che potrebbe aver favorito la nuova sistemazione mosso dal desiderio di vedere
finalmente terminato il dipinto che attendeva da ben tre anni. Creando le condizioni ideali per il compimento del quadro, Cherubini sperava forse, in questa maniera, di ottenere qualche diritto di precedenza su altre commissioni. Si sa che venne aperto anche un piccolo finestrino, in alto, ancora oggi visibile dalla strada, molto probabilmente per rendere soffuso il colpo di luce di alcune sue opere dipinte all’epoca dell’affitto della casa.
Non è una “scoperta”, ma semplicemente una ricerca d’archivio svolta da qualcuno con qualche anno sulle spalle in più rispetto al “giovin dottorando” parigino “sorbonese”.

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