La casa del mago

di Gabriele Della Morte

Ho terminato “La casa del mago”, l’ultimo romanzo di Emanuele Trevi, già Premio Strega (con lo splendido, asciutto, “Due vite”), e sono contrariato.

Per lo più, compiaciute riflessioni di un malinconico uomo di mezza età che si interroga sull’imprendibilità dell’attimo, e sulla morte del padre ottuagenario (e già occorrerebbe domandarsi: ma da quando la narrativa italiana si è appiattita su questo? sull’elaborazione del più inevitabile tra i lutti?).

Il protagonista (l’autore? oramai non si scrive che in soggettiva) è un adulto bambino così indulgente con sé stesso da descrivere il proprio “egoismo” con “o meglio, il mito psicologico dell’autonomia” (p. 104).

Tra tanta scontentezza, però, diverse pagine luminose, come quelle in cui la Ginzubrg racconta il fallimento della sua psicanalisi (“da quella relazione era esclusa la reciproca pietà”).

Ne riporto qui qualcuna.
Ai posteri le solite cose.

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