La bellezza tradita

di Paolo Franzese

L’articolo di Gerardo Pecci sulla “bellezza tradita” [nell’immagine in evidenza] è largamente condivisibile. Ai pochi oppositori dell’assalto al patrimonio culturale, aggiungerei però i tanti che, all’interno delle ramificate e molto gerarchizzate strutture del Ministero della cultura (recente e infelice denominazione che ricorda il Minculpop), lavorano, in silenzio, per tutelare, conservare, valorizzare e promuovere i beni culturali, cercando di porre rimedio, con senso di responsabilità, alle lacune di legge e agli errori di chi maneggia le leve del potere. Chi parla di cultura oggi dovrebbe anche far attenzione all’uso di questo illustre termine, con il quale in genere si confondono attività intellettuali di vario ambito con il patrimonio culturale (sedimento e testimonianza di civiltà), concetti e realtà molto diverse fra loro, che rinviano a diverse responsabilità. Il patrimonio culturale (concetto anche giuridico definito dal codice dei beni culturali e del paesaggio del 2004) può diventare funzionale a una sana crescita civile e campo di una seria attività di tutela solo con l’intervento di persone competenti, in grado di adoperare i linguaggi e gli strumenti necessari per interpretare (e quindi fare ricerca) e promuovere beni di così diversa e specifica natura e solo se vi si impegnano risorse non residuali. La “retorica del bello”, spesso a fondamento della politica dei grandi eventi, è effettivamente inutile a raggiungere questi obiettivi, anche perché non tutti i beni culturali sono tali perché “belli”. Fra quelli meno “belli”, vorrei ricordare gli archivi, imprescindibili fonti per la storia, ma sempre fanalino di coda nell’agenda di tutti i ministri di settore e dimenticati, purtroppo, anche da molti sinceri difensori dei beni culturali.

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