Johann Sebastian Bach interpretato da Filippo Gorini

di Carlo Serra

Esistono dischi che creano attorno a sé il deserto: non perché particolarmente brillanti, o troppo severi, o così poco piacevoli, da chiedere di essere ascoltati con le dita schiacciate alle tempie. Questa uscita, forse la più estrema di una discografia temeraria, racconta di una immersione nell’Arte della Fuga, impresa complicatissima, perché impone all’interprete una lunghissima meditazione sul modo di raccogliere concettualmente i brani, di evidenziarne i nessi interni, di scavare in una scrittura che chiede continuamente scelte, e nuove forme di bilanciamento. Proporla al piano, poi, significa rendersi la vita ancora più difficile.

E allora?

Allora si provi ad ascoltare con calma i due dischi, con un atteggiamento più curioso che drammatizzato: la sorprendente novità della scrittura bachiana viene fuori in tutta la sua ricchezza, e nella sua divertita, patetica, drammatica varietà. Le scelte interpretative sono continue, sempre giustificate da una lettura concentrata, che non ha nulla di dispersivo, capace di far cantare in mille modi i contrappunti, e che scava, concedendosi pochissimo. Per me, che sono un semplice ascoltatore, una gioia che si rinnova negli ascolti e che ha colore ossessivo: difficile smettere di sentirsi irretiti dal dialogo fra le voci, e, dopo, terminato il giro, diventa difficile anche aver voglia di ascoltare altro. Molte, moltissime emozioni, che passano in una adesione incontenibile alla scrittura, in una direzione che suggerisce, più che enunciare.

Si può ascoltare il concerto al link:

https://www.youtube.com/watch?v=3TEsknuRIos

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