Io c’ero a Piazza Fontana

di Mario Scialoja

IO C’ERO. QUEL POMERIGGIO DI 53 ANNI FA SONO ENTRATO NELLA BANCA DI PIAZZA FONTANA CINQUE MINUTI DOPO LO SCOPPIO.

Questa mia testimonianza è l’estratto di un articolo che ho pubblicato nell’aprile 2012, in occasione dell’uscita del film di Marco Tullio Giordana sulla strage di Piazza Fontana.

Quel 12 dicembre ero a Milano con amici, in vacanza. Lavoravo da un paio d’anni all’Espresso e avevo dato l’esame da professionista l’anno prima.
Verso le 16 e 10 esco da solo dalla Rinascente di Piazza Duomo per una passeggiata turistica.
Dopo poco, quando mi trovavo davanti alla facciata della chiesa, sento un boato forte, ma come un po soffocato.
Istintivamente guardo l’ora e il mio orologio che andava indietro segnava le 16,35 (erano le 16,37).
Mi dirigo rapidamente dalla parte del botto e vedo persone che corrono giù lungo la strada che fiancheggia il lato destro della piazza.
“E’ scoppiata la banca”, gridano in tanti.
Per pura curiosità comincio a correre in senso opposto alla gente che scappa. Quando arrivo davanti alla pesante facciata della banca di Piazza Fontana devono essere passati meno di cinque minuti dallo scoppio.
Dal portone spalancato e dalle grandi finestre frantumate esce molta polvere. Non fumo.
Per terra uno strato spesso di vetri rotti e calcinacci. Davanti all’ingresso non più di 4-5 persone, ferme,in silenzio.
Vicino a me un ragazzo con un grembiule bianco, forse cameriere in un bar. Ci guardiamo un attimo e, come d’intesa, entriamo assieme nel breve ingresso che porta al salone della banca. Difficile camminare sullo strato di vetri e detriti.

La prima cosa che vedo, a terra sul lato sinistro, è un uomo appoggiato al muro con le gambe tese. Vedendolo di lato, da destra, sembra solo accasciato. Quando mi avvicino e gli vado davanti mi accorgo che tutta la parte sinistra della faccia non c’è più, un teschio nero carbonizzato.
Un orrore che mi colpisce la pancia, ma lascia il cervello vuoto, come anestetizzato.
Faccio qualche passo dentro il salone e mi accorgo che ci sono tre o quattro persone entrate prima di me, che si muovono molto lentamente, guardando per terra.
La scena è quella ben nota delle foto e anche dei film Tutto frantumato, il grande buco nero al centro, fogli di carta sparvi dappertutto. E polvere, moltissima polvdre che copre ogni cosa.
Ma vedo anche dell’altro. Una gamba su un pezzo di tavolo rotto e, sotto una sedia, una mano con mezzo braccio.
E’ la mano, soprattutto la mano, che mi fa capire che per me basta così. Decido di uscire.
Non ricordo niente del mio tragitto verso l’esterno e dove fosse finito il ragazzo col grembiule bianco.

Quando sono sulla soglia vedo arrivare la prima volante, polizia o carabinieri, non so. Pochi secondi dopo la prima ambulanza.
Mi fermo fuori, altre volanti, altre ambulanze e camion dei pompieri.
Il piccolo gruppo davanti alla banca viene fatto arretrare. Vengono messe le transenne. Rimamgo anche io lì, ho visto e voglio sapere cosa è stato.

Passano minuti, non pochi, e dai pompieri arrivano le prime voci, “è scoppiata la caldaia”. La caldaia ? “Si, la grande caldaia che stava sotto il salone”.
Allora giro l’angolo, vado in un bar e telefono al giornale. Parlo col direttore Gianni Corbi: guarda che qui in una banca è scoppiata una caldaia, ci sono molti morti, unacosa tremenda…
Sicuro sia una caldaia ? Chiede lui.
Così dicono i pompieri.
Allora stai lì e fammi sapere.

Torno alla banca. Passa del tempo e arriva il primo mormorio riguardo alla bomba. Poi rapidamente il mormorio si trasforma in notizia. “E’ stata una bomba”.
Ritelefono a Corbi. Mi dice di aspettare l’arrivo di Camilla Cederna sul posto.
La Cederna arriva, gentile, un po’ concitata. Comincio a raccontare. Si accorge che sono sconvolto e mi consiglia di andare a dormire.
Ci vediamo la mattina dopo a casa sua. Gli faccio il racconto completo e lei mi spiega che il direttore aveva deciso che fosse lei a scrivere il pezzo con dentro la mia testimonianza.
Così è stato. Al momento mi seccai che fosse tutto affidato a Camilla. Poi capii che aveva avuto ragione, ero troppo coinvolto emotivamente.

Comunque ho poi avuto ampiamente modo di dedicarmi al mondo che ha ruotato attorno a Piazza Fontana e alla sua lunga coda.
Per anni ho lavorato all’Espresso a cronache e inchieste su Valpreda, Merlino, piste nere, Freda, Ventura, istruttorie di Stizz e D’Ambrosio, servizi manipolatori e manipolati, La Bruna, Giannettini, Maletti… E su, su fino all’ammiraglio Eugenio Henke (capo del Sid e poi capo di Stato Maggiore della Difesa), oggi stranamente dimenticato, ma che fu il vero dominus della strategia della tensione.
Anni comiinciati quel pomeriggio di 50 anni fa, in cui ero là. Per caso.

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