Influencer

di Peter Freeman

Tra i mestieri cretini che caratterizzano questa epoca orrenda c’è quello dell’influencer. Qualunque cosa voglia veramente dire e qualunque cosa realmente faccia un/una influencer, il suo successo professionale necessita di una presenza costante, quotidiana sui social media, e di una certo numero di seguaci, chiamati “followers”. Detto in altre parole, senza i social media gli influencer non esisterebbero. Senza i social esisterebbero al massimo dei proto-influencer (gente che “fa tendenza”) capaci di influenzare le mode e i consumi ma senza raggiungere le cifre, l’attenzione, la rilevanza sociale degli attuali “influencer”. E nemmeno il fatturato.
Intendiamoci. In giro per il mondo esiste una pletora di influencer o aspiranti tali – da quelli/e che scroccano pasti nei ristoranti à la page in cambio di un selfie o di una foto della pietanza impiattata a regola d’arte e che sono qualificati come “food-blogger” (una sottomarca dell’influencer), ad altri simili personaggetti che si sbattono non sempre con successo alla ricerca di una sponsorizzazione, un invito, un selfie, una qualche prova della propria celebrità, vera o presunta.
A sancire il successo di un/una influencer sono il numero dei followers e il fatturato, non la qualità del loro prodotto o del loro pensiero – quasi sempre inesistente o ridotto ai minimi termini perché le cose complesse allontanano i seguaci e nulla deve risultare “divisivo”. E a certificare l’ingresso di questa figura nel mondo delle professioni può bastare il fatto che tra le categorie professionali tipicizzate contrattualmente nel mondo dello spettacolo c’è appunto quella dell’influencer, che sarà scritturato non come “giornalista”, “artista” o “esperto della materia” bensì come “influencer”, appunto. Basta la parola.
Leggo che Chiara Ferragni ha ben 29 milioni di followers. Tantissimi. 29 milioni di individui, per lo più adolescenti, dementi, analfabeti di ritorno di varia età pronti a cliccare un “like”, a “condividere” e in certi casi a commentare (con poche, pochissime parole, quelle che il loro ristretto vocabolario concede) la foto, il selfie, l’emozione, l’esperienza sensoriale o mondana, il prodotto commerciale che l’influencer propone alla loro famelica attenzione. I followers sono il vero capitale in mano all’influencer: un capitale votato alla fedeltà ma tuttavia volatile come la maggior parte delle cose che appartengono alla realtà virtuale. Poi ci sono i soldi, i ricavi, gli investimenti: leggo, non senza un po’ di invidia, che il giro d’affari di Chiara Ferragni e delle sue aziende si aggira intorno ai 40 milioni di euro. Se io fossi a mia volta fedele allo spirito dei tempi dovrei complimentarmi con lei ma non mi riesce. Considero quest’epoca orrenda, il mestiere in questione una bufala e il mio giudizio sui suoi followers è ancor più pesante.
Ora pare che Ferragni sia stata colta con le dita nella marmellata. C’è una multa salata da pagare (pratica commerciale scorretta) e uno sputtanamento da fronteggiare. Un po’ di followers sono in rivolta, manifestano indignazione, minacciano di abbandonare. I giornali l’hanno messa nel mirino, Meloni le è saltata alla giugulare per puro rendiconto politico. I più ironizzano (ma saranno davero “i più” al confronto di quei 29 milioni di followers? Chissà). Insomma le quotazioni social di Ferragni stanno vivendo una situazione di estrema incertezza e lei deve correre ai ripari. Sono convinto che ce la farà. Però adesso deve ballare la rumba e non se la sta cavando molto bene, si vede che non è abituata a questo genere di sfide: il mondo è cattivo, si sa.
Tuttavia quei 40 milioni di fatturato mi fanno rosicare un po’. Sono una brutta persona.
P.S. Questo post tratta di un argomento assolutamente irrilevante, lo so. Ma io adoro gli argomenti irrilevanti.

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