Individuo, Stato e Società

di Nunziante Mastrolia

Ieri si diceva che la mancata manutenzione del Welfare State, incluso il sistema dell’istruzione, lo ha reso inefficace, votando intere fasce di popolazione e intere aree geografiche all’irrilevanza e all’impotenza di fronte al mondo nuovo che sta arrivando. Appare evidente, dunque, la necessità di ammodernare lo Stato sociale essenzialmente per tre ragioni.

Una politica: per evitare masse impaurite del futuro possano sfasciare quella struttura liberale che ha prodotto sviluppo e progresso, invocando il tiranno che garantisce di lenire la paura.

Una economica: l’economia digitale o dell’immaginazione non può continuare se la maggioranza dei cittadini non ha gli strumenti per poterci lavorare, produrre e consumare. In questo senso, senza le competenze adatte e diffuse tra tutta la popolazione, la ripresa potrebbe rivelarsi una fiammata

Una di ordine globale: i paesi che non riusciranno a portare nel XXI secolo quei diritti conquistati nel XIX e XX secolo, rimarranno sempre più indietro fino ad avviarsi sulla strada del sottosviluppo.

Ammodernare lo Stato sociale, dunque, ma chi deve farlo?

Chi scrive non crede che lo Stato possa farlo da solo, che la riforma dello Stato sociale possa avvenire dall’alto. Sia chiaro, il giudizio non è su questa o quella classe politica, si vuole dire che la macchina “Stato”, che nasce come macchina per produrre sicurezza interna ed esterna (monopolio legittimo della violenza), e che si trasforma in strumento per fornire servizi standardizzati di massa, forse quella macchina non è adatta.

La macchina “Stato” che conosciamo, in altri termini, è affetta da un centralismo burocratico utile per fare altro.

Si badi, questo non significa che lo Stato è al capolinea (è dagli anni Novanta che ne dichiara la fine) ma semplicemente che evolvono le sue funzioni e che ci sono cose che altri possono fare meglio. Ma chi?

Faccio un esempio. La prima Università del mondo non nasce per decreto imperiale o papale ma perché un gruppo di studenti ha l’esigenza di imparare delle cose che servono per le attività di famiglia e non c’è nessuno che le insegna. Allora ingaggiano i professori, vanno nelle loro case ad ascoltare le lezioni e li pagano.

Questo garantisce, da una parte, un continuo interscambio tra chi produce sapere e conoscenza e chi usa quella conoscenza per produrre ricchezza (sia materiale che immateriale), ma nel contempo apre nuovi settori produttivi e nuovi orizzonti.

Quella Università è Bologna ed è la prima Università laica del mondo ed è il motore, insieme alle altre libere Università che sorgeranno, dello splendore italiano ed europeo per secoli. Sono gli studenti di Bologna che diffondono quel software del diritto che creerà il miracolo europeo.

Con ciò si vuole dire che il modo per superare il rigido centralismo burocratico dello Stato fordista è quello di immaginare un nuovo protagonismo della società, delle libere associazioni, dei corpi sociali, dei gruppi di cittadini che si organizzano per garantirsi a vicenda i diritti sociali e l’uguaglianza delle possibilità.

Tutto ciò può funzionare ad una sola condizione, a condizione cioè che i diritti sociali mantengano la loro natura di diritti, vale a dire qualcosa che mi spetta a prescindere dalla volontà di qualcun altro. E perché ciò accada potrebbe essere necessaria una divisione dei compiti, con le comunità e le associazioni che erogano servizi sociali in continua osmosi con il mondo esterno, mentre lo Stato fa da pagatore di ultima istanza.

Anche in questo caso non si deve essere manichei. Per fare un esempio, se la forza dello Stato è quella di fornire beni e servizi standardizzati, potrebbe spettare alla mano pubblica fornire un universale livello di istruzione generale e alla mano sociale le specializzazioni che servono.

Si romperebbe così la diade Stato-cittadino, e acquisirebbero un nuovo protagonismo quelle forme di cooperazione, di mutua assistenza, di solidarismo diffuso che La Pira volle in Costituzione: la Repubblica infatti, come si legge all’articolo 2 della Carta, che La Pira stesso definì “l’articolo che governa l’architettonica di tutto l’edificio”, “riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”. Inoltre, continua l’articolo la Repubblica “richiede l’adempimento” (si badi: richiede, non garantisce) tra individui e formazioni sociali “dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.

Questo vuol dire che non è affatto detto che sia sempre e comunque compito dello Stato garantire, con il Welfare State, i diritti sociali.

Al contrario, potrebbero essere garantiti anche dal basso da parte di formazioni sociali. Il che significherebbe il passaggio dal concetto di Welfare State fordista, al concetto di Welfare Community post-fordista, più flessibile, reattivo e personalizzabile. Il che d’altro canto anche la fine di una visione paternalistica che vedeva nei grandi attori collettivi (in particolare lo Stato) il deus ex machina per la risoluzione di tutti i problemi esistenziali delle persone.

In conclusione, la crisi in cui si dibatte l’Occidente è dovuta al fatto che una sua parte ha compiuto uno straordinario balzo in avanti, in termini di sviluppo economico, tecnologico e scientifico, mentre un’altra sua parte è rimasta indietro a causa del mancato ammodernamento dello Stato sociale.

La buona notizia è che quella che affligge l’Occidente è una crisi curabile anche facilmente, costruendo strumenti istituzionali in grado di garantire a tutti diritti sociali al passo con le innovazioni economiche e tecnologiche che hanno visto la luce. La cattiva notizia è che se non risolti, questi problemi potrebbero trasformarsi in malattie mortali per le nostre società.

Perché senza libertà l’Occidente non può esistere, ma senza uguaglianza delle possibilità non può durare.

P.S.

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Una risposta

  1. Armando Pepe ha detto:

    Interessante. Posizione del problema condivisibile, ma lacunosa di un aspetto a mio giudizio fondamentale. Il volume delle transazioni finanziarie mondiali è ormai abnorme, molte volte il PIL dell’intero pianeta. Scriveva Paolo Cirino Pomicino sul Sole24ore già nel 2015 che l’economia è “divorata” dalla finanza speculativa: non ho bisogno di moltiplicare le citazioni di economisti eretici come Fitoussi. Basta Cirino Pomicino. Se non si risolve questo problema, se non si riaggancia la finanza all’economia reale, proibendo gli strumenti speculativi o ipertassandoli, il “sociale” sarà sempre e solo il luogo della “macelleria”. Dove si fanno i tagli ai poveri per compensare le perdite dei ricchi. Altro che rinascita del Welfare State…

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