Il vocabolo “architetto”

di Marco Vigna

Il vocabolo architetto è un grecismo, dal greco ἀρχιτέκτων, passato all’italiano per il tramite del latino architectus. In quanto tale, esso non si modifica a seconda del genere grammaticale dell’individuo a cui è riferito, non più di quanto si modifichino altri termini derivanti dal greco, come geometra oppure i composti con iατρεία, quale psichiatra, fisiatra etc.
La ragione principale, anche se non unica, della loro indeclinabilità è che la radice verbale del composto (τέκτων, iατρεία etc.) indica un concetto astratto e non una persona umana, dunque una competenza in una determinata disciplina. La desinenza in -o di architetto non è riferita ad una persona maschile, ma appunto al tetto (dal latino tectus), mentre tetta ha una valenza differente. Mutatis mutandis, il suo utilizzo è sbagliato quanto sarebbe scrivere “psichiatro”, poiché atro (dal latino ater, “nero, fosco, oscuro”) ha un significato diverso dalla radice verbale -atra.
Trasformare architetto in architetta è un errore etimologico paragonabile a quello del politico americano che in un discorso ha pronunciato “amen and awomen”, ignorando palesemente il significato e la storia del termine amen (“così sia”), oppure a quello delle femministe anglosassoni che scrivono di “herstory” (her è aggettivo possessivo femminile in inglese, his maschile) anziché di “history”, in totale equivoco sull’etimologia di tale lemma, derivante dal greco ἱστορία, ossia “indagine, ricerca”.
La modifica linguistica, arbitraria, scade nel surreale e nel grottesco, poiché altera radicalmente la stessa semantica. Architetta si potrebbe adoperare al più come neologismo per indicare una specializzazione dei chirurghi plastici.

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