Il Verlascio di Venafro

di Franco Valente

Al Verlascio di Venafro lo spettacolo gladiatorio era una cosa seria.
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MENTRE I GLADIATORI COMBATTEVANO NELL’ANFITEATRO, GIUSTO SOTTOLINEAVA LE AZIONI SUONANDO UNA TIBICINA.
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Nel 1879 Salvatore Vitale e Francesco Lucenteforte inviarono una lettera a Teodoro Mommsen con la quale trasmettevano il testo di una epigrafe da loro scoperta sulla facciata della casa di campagna della famiglia Colicchio.
Si tratta di uno dei più singolari epitaffi per ricordare la prematura scomparsa di Giusto all’età di ventuno anni.
SVBSTA PRAECOR PAVLVM FESTINAS IRE VIATOR
ET MAEA POST HOBITUM ROGANTIS CONCIPE VERBA
TALE CO SPERES ET IPSE VENIRE DIAE
IVSTUS EGO NON PATRIO SET MATERNO NOMINE DICTVS
PAVPERE PATRE QVIDEM SET FAME DIVITE VIXI
TIBICINIS CANTV MODVLANS ALTERNA VOCANDO
MARTIOS ANCENTV STIMVLANS GLADIANTES IN ARMA VOCAVI
QVI VIXI ANNIS XXI . M XI . D XXVIIII
IVSTVS EGO MORTE ACERBA PERI
PARENTES FILIO INCOMPARABILI

Giusto (si capisce dal testo dell’epigrafe) partecipava agli spettacoli gladiatori suonando e cantando mentre i gladiatori si scontravano davanti al pubblico.
Anzi, probabilmente, faceva parte dello spettacolo se vogliamo dare credito ad Ammiano Marcellino che riferisce che i suonatori di tibicine davano il segnale e sottolineavano i momenti importanti del combattimento

La tibicina era un flauto doppio molto semplice che accompagnava il canto. L’origine del nome è legato proprio all’unione di due termini “tibia” (flauto) e “canĕre” (cantare)

Nell’antica Roma i tibicini erano organizzati in corporazione e intervenivano in cerimonie pubbliche e private. Soprattutto nei funerali e nelle manifestazioni ad essi collegate.
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Dunque anche a Venafro esisteva un tal tipo di corporazione e il giovane Giusto ne faceva parte divenendo per questo molto popolare per accompagnare l’azione dei gladiatori con la musica e con il canto.
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Dall’epitaffio si comprende pure che egli, figlio di padre sconosciuto, avesse ridotte capacità economiche e che sopravvivesse facendo proprio questo mestiere.
I suoi familiari ne vollero ricordare l’immatura scomparsa a ventuno anni, undici mesi e ventinove giorni:
QVI VIXI ANNIS XXI . M XI . D XXVIIII
IVSTVS EGO MORTE ACERBA PERI
PARENTES FILIO INCOMPARABILI.

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