Il Trono di Spade

di Claudio Vercelli 

 Come già ho scritto – per coloro che possono essere interessati dalle mie altrimenti irrilevanti considerazioni – ho acquistato in Blu ray disc, ad un prezzo scandalosamente basso, se non infimo, il cofanetto (nuovo!) di tutte le otto stagioni. In fondo, si può parlare – anche criticamente – di una cultura visiva SOLO se di essA se ne è autonomamente partecipi. Altrimenti, si è degli snob a prescindere (beninteso, non è che in base a ciò ci si debba sorbire tutte le scempiaggini che vengono offerte a destra e manca; ad esempio, non ho mai capito se certi personaggi dei talk show esistano per davvero o siano, invece, pupazzi animati). Detto questo, me lo sto somministrando, sera dopo sera. In endovena. Ieri ho finito la quinta stagione. Da qualsiasi puntata lo riprenda, tuttavia, l’effetto è il medesimo: ossia, il senso di un’ossessiva reiterazione, quindi di una coazione a ripetere che, forse, è il vero nucleo delle nostre stanche società. In fondo vogliamo vedere sempre le stesse cose. In un moto circolare. Che è la vera radice del “pensare a destra”, ossia di una visione del mondo fondata sul cosiddetto “eterno ritorno”. Nulla comunque da eccepire sulle scenografie, che da sé valgono la medesima visione di tutte le puntate, che mi risultano essere settantatré. Quand’anche esse sia debitrici della rilavorazione al Personal Computer o cos’altro. Nulla da controbattere, ancora meno, all’encomiabile impresa economica – leggasi: gli investimenti – che sta dietro la realizzazione nel tempo di una tale opera di fantasia. Ancor meno, alcunché da eccepire agli script di fantasy, che uniscono medioevo (eterno) a modernità (corrotta), soddisfacendo un nostro inconfessabile desiderio, non meno che adempiendo a determinate fantasie (cose, in fondo, non troppo diverse dalla stessa fantasy scenografica), sulle quali abbiamo costruito parte della stessa considerazione di noi stessi, in quanto soggetti “evoluti”. (Segnatamente, il grande officiante, in Italia, di una tale logica cognitiva, prima ancora che culturale è, tra gli altri, il professor Franco Cardini, tanto per capirci; la qual cosa – chi voglia ascoltarmi lo faccia, senza chiedere troppe delucidazioni di corredo – è il suggello della vittoria delle destre non liberali; sì, lo so: così messa è un’affermazione troppo criptica o iniziatica, fors a vizio di ideologia; tuttavia, se non ho la pretesa di essere da subito chiaro con me stesso, mi concederete che ancora meno ce l’ho con chi mi legge: si tratta – semmai – di intuizioni, che sto sviluppando.) Dopo di che, per parte mia, cos’è che difetta o che, comunque, non mi convince del tutto, al netto dell’assoluta godibilità estetica della serie? Forse il fatto che “Games of Thrones” è, ancora una volta, la traslazione filmica e televisiva di una sorta di visione del mondo come videogioco. Laddove le società rappresentatevi non solo non sono mai esistite – e fin qui, nulla da opporre – così come le relazioni sociali, a partire da quelle di potere, sono troppo diverse dai fatti altrimenti raccontati, per come invece si conosco sul versante storico. Capiamoci da subito: MAI cercare, in un prodotto di libera fantasia, il riscontro di una qualche “storicità”. Sarebbe, altrimenti, un imperdonabile errore da principianti. La fantasia è tale proprio proprio perché è scevra da obblighi di sorta. Rimane comunque il resto, ossia che l’intero impianto di queste complesse opere è destinato ad influenzare non tanto il giudizio su un passato (lontano) quanto l’opinione sul presente e, soprattutto, sul tempo a venire. Vivendo, ognuno di noi, non solo di raziocinio ma anche di immaginario. Dove quindi il connubio tra etologia (ritorno dell’uomo alla sua animalità di gruppo), prevaricazione belluina e forza costituisce il fuoco della sopravvivenza. Individuale al pari di quella collettiva. Non si tratta, nel qual caso, di un manifesto politico ma di inconsapevoli letture, ancorché del tutto genuine, non di ciò che fu nel passato bensì di quello che potrebbe essere, dal momento in cui le democrazie sociali e libearali dovessero tramontare. Nessuna elucubrazione, per capirci. Solo un interrogativo. Non sul serial, in sé del tutto godibile, bensì sul modo in cui ci stiamo pensando. Non solo da adesso.

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