Il termine “negro”

di Paolo Fociani

Nella sua ultima fatica letteraria (Fascisti della parola, Milano, 2023), Vittorio Feltri dedica un capitolo intero (il primo) al termine “negro”, parola che è vittima, a suo dire, dell’invasione del politically correct che ne avrebbe decretato la progressiva trasformazione in ingiuria a partire dagli anni Novanta del secolo scorso. Egli ne fa una questione politica identificando in una indefinita “area progressista” le responsabilità di tale forzatura linguistica, chiamando in causa il latino “niger” che, a suo dire, indicherebbe da sempre le popolazioni subsahariane senza palesare alcun “giudizio di disvalore riguardo all’etnia del soggetto indicato” (pag. 26). Naturalmente l’aggettivo latino “niger” che indica, in effetti, il colore nero e, in modo traslato, il carattere “oscuro” o “malvagio” di cose e persone, non indicava usualmente le popolazioni subsahariane, che invece erano più frequentemente definite, ai tempi di Cicerone, “Aethiopes” (Etiopi) a indicare gli Etiopi propriamente detti e, più in generale, gli africani (Calonghi, Dizionario Latino-Italiano, Torino, 1950). Più avanti (pag. 106) leggiamo che “le razze non sono una invenzione di tipo ideologico, c’è quella bianca o caucasica, e c’è quella nera, o africana, e non solamente queste. E tale parola, ‘razza’, non dovrebbe disturbarci dal momento che chi ne fa uso non esprime per ciò stesso il convincimento che alcune siano inferiori alle altre e che quindi ci siano esseri umani di serie a ed esseri umani di serie b.”. Poche righe più sopra, si sottolinea che il termine razza è utilizzato persino nella nostra Costituzione “che i progressisti amano definire ‘antifascista’” ma, a parte il fatto incontrovertibile che la nostra Costituzione è, effettivamente, “antifascista” (Disposizioni transitorie e finali, XII), nell’articolo 3, citato a sproposito da Feltri, si specifica che tra gli esseri umani “non vi è differenza di razza” (appunto). Ancora una volta, secondo il Nostro, il negativo influsso dei progressisti attribuirebbe a una parola significati che non le sono propri. Eppure la parola “razza” non può proprio essere applicata alla diversità nell’ambito della nostra specie e, per quanto le sue origini siano incerte, sembra che sia stato il grande naturalista Georges-Louis Leclerc, conte di Buffon a importare in biologia il termine haraz, derivato da un’antica parola francese in uso a quei tempi (XVIII secolo) nel mondo degli allevatori di cavalli: in ambito zootecnico il termine indica le varietà di animali domestici che abbiamo ottenuto attraverso millenni di selezione artificiale. Gli allevatori ragionano in termini di standard: selezionano un modello di riferimento che poi perseguono attraverso opportune strategie riproduttive, mediante incroci tra gli individui che più si avvicinano ad esso. In natura le cose non stanno così: non c’è nessun allevatore a pilotare gli incroci. Il criterio di razza non è dunque applicabile alla variabilità intraspecifica in natura e a quella della specie umana in particolare (Giorgio Manzi: Il grande racconto dell’evoluzione umana. Bologna, 2013). Più analiticamente il tema è chiarito da Fernando Ortiz (“El engaño de las razas”, 1946 citato in “The name ‘Negro’ its origin and evil use” di Richard Benjamin Moore, 1960 – nuova edizione rivista, 1992, pag. 43): “per quanto riguarda la parola ‘razza’, andò come per la parola ‘Negro’, che si diffuse in Europa e America da Portogallo e Spagna attraverso i trafficanti di schiavi Africani sin dal quindicesimo secolo. Prima di allora in diversi linguaggi europei, compresi quelli della penisola iberica, erano state in uso parole locali indicative di pigmentazione scura per designare gli schiavi neri, ‘blacks’ in inglese, ‘noirs’ in francese. Con la diffusione della tratta, cominciarono a prevalere in questi territori altre parole derivate dallo spagnolo e dal portoghese ‘negro’: ‘nigger’ in inglese, ‘negre’ in francese, e tutte queste parole avevano un significato sprezzante, chiaramente correlato alla schiavitù. Ancor oggi il significato della parola ‘noir’ si differenzia da ‘negre’ nella lingua francese, come in inglese ‘black’ è differente da ‘nigger’ e da ‘negro’.”
Non si possono negare gli eccessi del politically correct e della cancel culture che in alcuni contesti ha raggiunto vette difficilmente superabili di stupidità e va trasformandosi pericolosamente in una nuova e subdola forma di revisionismo storico (si veda, per esempio, Maurizio Bettini: “Chi ha paura dei Greci e dei Romani? Dialogo e cancel culture”. Torino, 2023), ma il pamphlet di Feltri è disseminato di anacronismi, pseudoanalisi superficiali e ingannevoli, poco o male documentate, il cui scopo manifesto è screditare una non meglio precisata area progressista a favore di una visione semplificata e parziale che, nel maldestro tentativo di salvare una classe politica ignorante e cieca, punta ad umiliare decenni di analisi storica e antropologica e scotomizza i cambiamenti in corso nel mondo reale.

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