Il significato delle date

di Francesco Moriconi

IL GIORNO DELLA MEMORIA?

Quest’anno siamo particolarmente agevolati in tema di ipocrisia. Salsa latinense, schiena dritta e memoria selettiva.
Dopo che in Senato si è ricordata la nascita del Movimento Sociale Italiano, è stata piuttosto palese l’ipocrisia dei tanti che, con il labbro inferiore sporgente e la fronte aggrottata, spiegavano come si trattasse della dovuta commemorazione di un partito dell’arco costituzionale democratico, mentre facevano gomitino e a mezza bocca dicevano: “tiè, guarda che rivincita”.

A mostrare il volto della verità ci aiuta il Giorno della Memoria, che purtroppo diventa il giorno dell’ipocrisia, quest’anno più che mai nazionale.
Perché solennizzare, nel cuore delle istituzioni, la nascita di un partito vuol dire anche celebrarne il fondatore di cui – esaltandone le innegabili peculiarità di integrità e coerenza di idee – si dimenticano (o si omettono) azioni vergognose che a parole si condannano. Se è vero che le leggi razziali furono “una vergogna che ha segnato la nostra storia per sempre”, “una macchia indelebile, un’infamia che avvenne nel silenzio di troppi” (Meloni dixit), di quella vergogna farà parte anche chi ha contribuito, senza mai pentirsene, a invocarle, propagandarle, esaltarle? Indubbiamente non in Senato e, venendo a noi, neanche a Latina. No: noi al fondatore dell’onorevole partito, democraticamente inserito nell’arco costituzionale, dedichiamo le rotonde stradali, in un cortocircuito morale che riesce ormai naturale e disinvolto. Solo una dovuta commemorazione.
In fondo, a Latina, quali campioni indiscussi di selezione automatica di “cose buone”, ci teniamo aggrappati ai labili appigli che quelle cose forniscono. Passati cent’anni, però, potremmo serenamente chiamare col loro nome i vetri opachi dietro cui ci piace restare, uscendo dall’ipocrisia. Le fregnacce sulla guerra, per esempio, ché la preferita si è capito presto quale fosse ma fingiamo di non essercene accorti e, anzi, scriviamo Liberazione tra virgolette. Oppure l’epopea della bonifica, dei pionieri e dei giganti, del duce padre fondatore e dei tentativi millenari falliti, trasformando la propaganda in storia e aderendo al più classico degli schemi di invenzione della tradizione (con tanto di finti costumi folk) su cui Hobsbawm avrebbe dibattuto e, forse, tuonato volentieri. Invece no.
Ora, finita la sequela dei post commossi su Auschwitz, dei “mai più” e delle foto di Liliana Segre – la senatrice davanti al cui seggio si è fatta la dovuta commemorazione del Movimento Sociale – finiti gli incontri con Edith Gilboa e Sami Modiano, l’unico segno tangibile, nel comune di Latina, quando tutto evaporerà e rimarrà il fondo, non riguarderà per nulla il Giorno della Memoria. Quello che resterà è una rotonda ad Almirante. E, se vogliamo, il “contro monumento di bilanciamento” alle vittime delle foibe, ponderate e recuperate nel mercato della violenza etnopolitica e della vergogna umana, semplicemente e ipocritamente cercando di costruire una logica di schieramenti in cui tutti sono turpi allo stesso modo, rendendo ancora una volta straniere, lontane, inumane, “non italiane” le vittime della Shoà e dei sistematici stermini nazifascisti, per le quali non si prova compassione né comprensione. Io, francamente, in questo contesto vedo tanti fare lo stesso gomitino. “Tiè, guarda che rivincita”. Può spiegarsi diversamente da un tentativo di diluire le responsabilità in un brodo uniformante un evento sulle “marocchinate” il 27 gennaio?
Tutto sommato, dunque, che senso può avere affrontare l’argomento in una città così?
Se tutta la nostra sensibilità sul tema la mostriamo con una rotonda intitolata al caporedattore del fascistissimo “Il Tevere”, che, per la rivista “La Difesa della Razza”, fiore all’occhiello della nostra doppiezza, si fece carico del viaggio razziale in Italia con una tappa memorabile in Agro Pontino, non credo che ci sia molto altro da dire su quanto siamo ipocriti.

“è avvenuto così in Italia che vi sia chiarissima ed esauriente una dottrina ufficiale del razzismo, consegnata in leggi dello stato”, scriveva nel numero La Difesa della Razza dell’aprile 1940. Era qui, intorno a Littoria dove “sta sorgendo una nuova razza”.

Invito a leggere quelle pagine, magari ad alta voce. Se vi occorre ve ne do copia. Andrebbero affisse ad ogni cantone, anche sulla grande lapide della rotonda di Borgo Sabotino. Sarebbe un bel gesto di coerenza, un taglio netto con le ipocrisie di sempre. Perché a noi, del 27 gennaio, se potessimo dirla esattamente come mostrano bene i nostri monumenti ufficiali, con le loro dediche, non ci cale mica. Non abbiamo una targa, una lapide, una bandiera a mezz’asta, un volantino, un post it per lo sterminio premeditato, organizzato e istituzionalizzato dagli stati nazifascisti. Il nulla. Invece, per celebrare “i contrappesi”, nell’ottica di “tutti disumani, nessun colpevole”, conterei almeno tre luoghi che sovvengono facilmente a tutti. Ben venga il teatro dell’oratorio salesiano intitolato a don Alessandrini; mi pare però insufficiente di fronte alla protervia provocatoria (anche numericamente) dei parificatori seriali, autoassolutori e vittimisti, che vivono con l’ansia del riscatto, rivendicando con lo sguardo alla tribù.

Leggere ad alta voce: Littoria, il Vessillo di un rinnovamento totalitario. La nuova razza dell’Agro redento.

P.s.: Dante Alighieri, tirato per la toga da tutto l’arco ideologico mondiale, era citato anche sotto il titolo di copertina de “La difesa della Razza”; V canto del Paradiso:

Uomini siate, e non pecore matte,
sì che ‘l Giudeo di voi tra voi non rida!

Tout se tient.

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