Il sacerdote Don Achille De Amicis

di Monsignor Valentino Di Cerbo

Secondo un’espressione di mia madre, don Achille De Amicis era un prete “picciuttiello”. Lo ricordo sempre col cappello tondo sulle ventitré e la “zimarrina” (soprabito ecclesiastico), che – anche da anziano – camminava con aria alquanto spavalda per il paese. Era nato a Frasso intorno al 1880 e abitava in via Fosso. Ordinato nel 1903 nella Cattedrale di Sant’Agata dal vescovo Mons. Ferdinando Cieri, svolse il primo ministero nel proprio paese, dove i preti erano tanti e fu nominato Canonico della Collegiata del Corpo di Cristo, che benché spogliata dei suoi molti beni dalle famigerate leggi Siccardi- estese dopo il 1861 anche all’ex Regno di Napoli-, non più sostenuta economicamente dalla pubblica autorità, rimaneva ancora una delle chiese più importanti della Diocesi (nel 1895, aveva ricevuto il titolo di “Insigne Collegiata”) nella quale si svolgevano tutti i funerali frassesi (con relative prebende). Ma fin da giovane, don Achille rivelò grande intelligenza e spiccata passione per la politica, con propensione per la destra (cui aderivano le famiglie più importanti e benestanti di Frasso). Cosa che lo rese inviso agli aderenti al Partito Socialista locale facendolo oggetto di battute e di stornelli. Una volta che un operaio (il nonno di Angela Galietta) andò a cantare questi sfottò (che più o meno dicevano che con la pelle di don Achille avrebbero fatto le scarpe ai socialisti) sotto la sua finestra, chiamò il pover’uomo e gli mise in mano un paio di proiettili, dicendogli che se non avesse smesso, quelle pallottole potevano arrivare altrove…..
Era la lotta politica “passionale” dei nostri paesi di un tempo, fatta di minacce e parole grosse (normalmente senza conseguenze) nella quale – eravamo prima del Concordato del 1929 – tanti preti erano coinvolti, anche se in forme più moderate. Dopo la Marcia su Roma del 1922, dalla Direzione del Partito Fascista di Benevento don Achille, brillante esponente del conservatorismo frassese e tra i primi ad aderire al nuovo Regime, fu indicato (e successivamente nominato) Commissario prefettizio di Frasso, primo cittadino del nostro Comune, che il Duce in occasione del raduno dei “Sindaci” italiani a Roma volle accanto a sè (vestito da prete con la fascia tricolore) in una “foto” apparsa sulla copertina della Domenica del Corriere.
La cosa giunse al Vescovo di S. Agata de’ Goti, Mons. Giuseppe De Nardis (che non nutriva molte simpatie per il Fascismo, smaccatamente violento nelle prime fasi, anche nelle nostre zone), che gli impose la scelta tra l’esercizio del ministero sacerdotale e la politica attiva. Don Achille optò senza esitare per la seconda, costringendo il Vescovo a sospenderlo “a divinis” (da ogni esercizio del ministero sacerdotale). Mi raccontava che al vescovo che gli chiedeva di predersi tempo per riflettere sulla scelta di fare il sacerdote o il podestà, rispondesse all’istante: “Monsignore, ho già scelto: faccio il podestà!”. Non si diede per vinto: fece la domanda ed entrò come insegnante nella scuola elementare. Prima sede: Sant’Antimo di Aversa, che raggiungeva settimanalmente in treno, portando con sé i timbri del Comune e firmando carte dove si trovava.
Successivamente, tramite conoscenze, fu riammesso alla celebrazione dei Sacramenti dal Vaticano, ma, dati i rapporti tesi con il vescovo diocesano, dopo aver chiesto il trasferimento nella scuola di Solopaca (Comune che allora apparteneva alla diocesi di Cerreto Sannita) domandò al vescovo Mons. Del Bene di poter esercitare il ministero nella Parrocchia di San Martino, anche se senza il titolo di parroco. Cosa che ottenne. Da allora i suoi rapporti con la sua Terra si limitarono soltanto alla amministrazione del consistente patrimonio personale.
Dopo il ritiro di Mons. De Nardis (1953) e la nomina del nuovo Vescovo di Sant’Agata, Mons. Costantino Caminada, don Achille riprese i contatti con la sua Diocesi di origine e venne nominato parroco del Carmine a Frasso, dove tornò dopo più di 35 anni.
Benché ancora battagliero e attivo: chiedeva continuamente a quanti incontrava passaggi in macchina per Solopaca e sigarette: anche a coloro che, quasi scusandosi dicevano: “Commendatò fumo l’Alfa, (cioè sigarette di poco valore)”, rispondeva: “Sono le mie preferite!”; continuò ad essere presente in paese per molti anni con le sue battute argute e intelligenti, arricchite da opportune citazioni dantesche, ma mise da parte la sua passione politica, appiattendosi completamente sulla DC di Giaquinto. Con la fine della Monarchia aveva ricevuto da Re Umberto II il titolo di Cavaliere (conferito a quanti avevano ricoperto la carica di primo cittadino nei Comuni del Regno d’Italia), che alla fine della carriera scolastica fu tramutato in quello di Commendatore al merito della Repubblica Italiana dal Presidente Giovanni Gronchi. Negli ultimi anni, malato di diabete e con gravi problemi di vista, continuò a svolgere il ministero contando sulla sua memoria e sul suo eloquio. Anche se nelle omelie continuava a ripetere il racconto del peccato originale (incassando il commento infastidito e ad alta voce di zi Spedita: “Commendatò, riciti sempe ‘a stessa cosa!”). Dopo circa 10 anni anni di ministero, ordinario e senza sussulti pastorali, lasciò la parrocchia nel 1966 per motivi di salute e di età (aveva più di 80 anni) e fu sostituito da don Teofilo Mastrocola.

Frasso, via Fosso. La casa dove abitava d. Achille.

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