Il povero di fronte allo Stato

di Andrea Di Siena

Torno un attimo sulla vicenda di ieri per chiarire un punto che forse sfugge.
In un paese, l’Italia, economicamente depresso, con le zone industriali che somigliano a ghost town e i salari fermi, che ha deciso di usare il turismo come un ammortizzatore sociale degenerato funzionale all’austerità e pilastro economico, lo sfratto abitativo ha una precisa funzione: liberare asset da riconvertire in strutture ricettive. Non è un automatismo, ma un effetto indotto dal mercato stesso di cui il turismo (specialmente nel Mezzogiorno) è diventato, di fatto, monocultura economica. Serve a “riqualificare” i quartieri senza bisogno di alcuna pianificazione urbanistica (e senza spendere un centesimo) e contemporaneamente a creare le condizioni per far girare un minimo l’economia (il micro host che arrotonda lo stipendio, la pizzeria che vede aumentare i clienti ecc) senza però curarsi dell’inflazione e della compressione dei servizi al cittadino che ricadono sui residenti.
Chiarito questo, mi e vi chiedo: come si può denunciare uno sfratto e contemporaneamente sostenere partiti che hanno già velocizzato gli sfratti delle prime case col decreto sicurezza e adesso si apprestano ad approvare una riforma delle esecuzioni forzate che darà un’ulteriore accelerata al rilascio di tutte le altre abitazioni?
Mettendo da parte la stucchevole demagogia che si usa fare sulla pelle della povera gente, costume trasversale a tutte le forza politiche, c’è un problema ulteriore: il culto del liberismo. Il credere cioè che le tragedie sociali accadano a causa di disservizi o malfunzionamenti dello Stato minimo e non come effetti diretti del mercato libero e dell’assenza dello Stato forte. Un’incultura politica pericolosissima perché facilita – tra le tante altre cose – lo slittamento dalla soluzione politica verso la filantropia. La solidarietà di per sé non è un male, ci mancherebbe, ma il compito dei partiti (e dei suoi esponenti) non è svolgere il ruolo di onlus. Ma intervenire sistemicamente per impedire che il mercato distrugga le vite dei cittadini. E vale per tutto: per la casa, per la disoccupazione, per l’assenza di welfare eccetera eccetera.
Non basta infatti un post indignato, o una passerella, per mondare anni di scelte scellerate che hanno smantellato chirurgicamente ogni protezione sociale. Non è così che funziona. Non si può alimentare un sistema che macina tutto come un rullo compressore e poi piangere se qualcuno resta schiacciato. Bisogna cominciare a chiamare le cose col loro nome, individuare chiaramente il responsabile dello sfacelo: un modello economico che considera il cittadino, la vita stessa, nient’altro che merce.
Non esiste nessun liberismo buono che ci salverà con una riforma cosmetica dell’ultimo minuto. Esiste un leviatano che fagocita tutto perché lasciato libero di agire da uno Stato che ha rinunciato alla sua funzione primaria: la protezione dei suoi cittadini. È questo il punto fondamentale da capire.
Finché si accetterà l’idea che il mercato sia un fenomeno naturale e non una precisa scelta politica, continueremo a farci raccontare favolette consolatorie mentre il tessuto sociale si sgretola fino a scomparire del tutto. Quando la politica abdica al proprio ruolo, infatti, può esserci tutta la solidarietà che volete, ma la forza che governa la società resta la selezione naturale. Un moderno stato di natura in cui vige la forza del più ricco e a pagare sono sempre gli stessi.

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