Il portiere di notte

di Andreina Sirena

Il PORTIERE DI NOTTE 🛎
Liliana Cavani

«Non illudiamoci che la memoria sia fatta di vaghe ombre. È fatta di occhi, che ti guardano dritto in faccia; e di dita, che ti accusano!»

  1. Nell’Hotel der Oper di Vienna il portiere Max, (Dirk Bogarde), ex ufficiale nazista, rincontra Lucia, (Charlotte Rampling), una ex deportata ebrea che credeva morta e con la quale aveva iniziato una relazione ambigua e perversa . Mentre il marito di Lucia (Marino Masè), direttore d’orchestra, lascia Vienna, la donna sceglie di restare per un nuovo confronto col suo aguzzino.

🔹L’incontro sprofonda i due personaggi in ricordi, orrori ed ossessioni e, mentre un’associazione di fedeli al Terzo Reich cerca di omettere i crimini passati, Max inizia ad esplorare le proprie colpe.
Dopo un primo turbamento, una rimozione nello sguardo, vittima e aguzzino tornano a cercarsi nelle nuove vesti borghesi. I due si rincontrano a teatro durante la rappresentazione del “Die Zauberflöte” di Mozart, nel mezzo del mirabile duetto tra Pamina e Papageno, Bei Männern, welche Liebe fühlen, quando l’uccellatore ricorda alla fanciulla che agli uomini che sentono l’amore non manca bontà di cuore e che condividere questi dolci impulsi è il primo dovere di una donna. – Solo l’amore innalza uomo e donna verso la sfera divina- cantano i due sul finale, mentre si apre un primo flashback di un amplesso sugli squallidi letti dei lager.
Subito dopo è rappresentata per intero l’aria di Tamino che suona il flauto magico e implora: Doch nur Pamina bleibt davon! Pamina! Höre, höre mich! Umsonst! Wo? Achh, wo find ich dich? (Soltanto Pamina rimane lontana, Pamina! Ascolta, ascoltami! Invano! Dove ti troverò?) con un secondo flashback di un rapporto orale di lei con le dita di lui.

🔹E così, sull’irrompere del tintinnìo del glockenspiel di Papageno, si riaccende una inevitabile passione.
Max e Lucia divengono nel film i due iniziati che percorrono un processo di purificazione come quello di Tamino e Pamina nel reame di Sarastro. Il film è infatti una lotta estenuante tra forze opposte (giorno/ notte, luce/ oscurità, assunzione delle proprie responsabilità/vergogna, portare alla luce/nascondere) che tentano una risoluzione. L’ex ufficiale nazista, uno straordinario Dirk Bogarde, vive come una talpa, annidato nei sensi di colpa, nella vergogna della luce diurna e nel terrore di un testimone vivente perché, come viene detto, i documenti si bruciano, ma un testimone è pericoloso. Una forza inesorabile lo attrae perdutamente a quella che lui chiama ossessivamente ‘la mia bambina’. E lei, ex oggetto sacrificale, incarnata da una incantevole, ingenua e perversa Charlotte Rampling, non è solo la vittima che vuole ricreare la dinamica di sudditanza nei confronti del sadico, ma un’anima nomade che tenta la risoluzione del conflitto che la dilania.

🔹Il nazismo e la Shoah sono maschere teatrali dietro le quali si cela un bisogno di espiazione. Sublimati da ogni realismo, finiscono nell’assurgere a immagini assolute di colpa e redenzione. Il destino di lui è ora nelle mani di lei che può denunciarlo e mandarlo al processo, così come un tempo il destino di lei era affidato alla sua responsabilità. In questo percorso la Cavani non realizza un film sulla memoria ma un mirabile laboratorio psicanalitico in cui si gioca il duello tra vittima e carnefice. E, se di memoria si può accennare, non si tratta di quella che onora e celebra le vittime di un genocidio, ma di un fantasma che perseguita l’individuo, con ombre e dita che accusano; una perfida scavatrice che non consente la comoda soluzione di un falò. Max da carnefice nazista e da portiere , compare più volte con l’ attrezzo fotografico per eccellenza: il riflettore, strumento che esprime tutta la sua volontà di ‘fare luce’ tradotto in un processo privato e terapeutico che fa affiorare una scomoda domanda di autenticità.

🔹Max vuole fare chiarezza mentre si infittisce il cerchio di fuoco dei criminali che vogliono omettere le prove delle responsabilità dei crimini commessi. Quelli della politica dell’equilibrio, della vita tranquilla o dell’attesa della pensione di guerra.
C’è un capovolgimento continuo di ruoli dove male e bene si relativizzano in una dinamica di sfumature e ambiguità. Lucia è la Salomè biblica che danza e canta Wenn Ich mir was wunschen durfe del 1931 di Friedrich Hollaender, (autore delle canzoni de L’Angelo azzurro, scritta per il film Der Mann, der seinem Mörder sucht – L’uomo in cerca del suo assassino – di Robert Siodmak). Canzone desolata che recita tutta l’equivocità del capolavoro della regista emiliana: Se potessi desiderare qualcosa vorrei essere un po’ felice, perché se fossi completamente felice sentirei la nostalgia della tristezza.
E se il turno di notte equivaleva alla fuga da se stessi, l’alba della scena finale è l’anelito alla luce portato a compimento. Come nel finale del Flauto Magico in cui il teatro si trasforma in un sole, così i due iniziati, uscendo allo scoperto, vanno incontro alla verità.

🔹Il film più ricordato di Liliana Cavani, Il portiere di notte, uscito in sala nel 1974, fu un grande successo di scandalo (nono incasso della stagione italiana 1973-74), che piantò nella memoria collettiva l’immagine in coppia di Dirk Bogarde e Charlotte Rampling (specie della seconda, seminuda con bretelle, guanti lunghi di pelle nera e cappello della divisa nazista) in odore di trasgressione e maledettismo.
Completano il cast un bravissimo e spietato Gabriele Ferzetti nella parte del dott. Hans Vogler, l’ottimo Philippe Leroy che è Klaus e Isa Miranda che interpreta l’ambigua contessa Erika Stein!

Andreina Sirena 🖋
Editing e adattamento
Alberto Colombani

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