Il PD con la segreteria di Enrico Letta si avvia verso una fine ingloriosa

di Salvatore Sechi 

Il PD con la segreteria di Enrico Letta si avvia verso una fine ingloriosa. Non solo una probabile debacle elettorale, ma il naufragio della vecchia idea di rappresentare il mondo della sinistra. Dopo l’esperienza di Matteo Renzi, è venuta progressivamente meno la capacità di mettere a punto un programma. Ora si va alle elezioni a mani nude, cioè limitandosi  a scodinzolare quel programma (di emergenza) proposto quasi 20 mesi fa da Draghi.

Letta ha investito ogni sua risorsa nel cercare di convogliare  le truppe alla deriva dei 5Stelle in un’alleanza stabile, addirittura organica. Come, a sua volta, si fece nei confronti di Bossi (quando Luigi Berlinguer su l’Unità lo proclamò “una costola della sinistra”)Giuseppe Conte è stato onorato di  analoghi sperticati elogi  da parte di Franceschini, Zingaretti, Orlando, Bersani ecc..
Da parte di Letta c’è  stato il proseguimento del loro fallimentare tentativo, senza mai chiedersi come mai uno dopo l’altro essi fossero venuti meno. E senza che segretari e  dirigenti del Pd  si dimettessero o venissero dimissionati per proterva inettitudine nell’analisi e nella previsione politica. Questo rito di non fare seguire delle conseguenze agli errori, è il segno più macroscopico  di come il PD sia quasi esclusivamente un partito di potere.
A chi come Matteo Renzi e Carlo Calenda fin  dal primo momento hanno  prospettato le ragioni  per cui questo  assemblaggio PD-5Stelle andava evitato come la peste si è risposto emarginandoli. Eppure a documentare, credo per prima, la miseria culturale e l’inaffidabilità politica dei grillini è stata l’attuale vicesegretaria del partito di  Letta,  Irene Tinagli. Qualcuno di loro dovrebbe spiegare perché, e come, possano stare insieme.
Alla fine Conte (che fa politica leggendo gli editoriali di Marco Travaglio sul “Fatto Quotidiano”) ha votato la sfiducia a Draghi, e il PD si è trovato a raccogliere nel proprio recinto le macerie di un naufrago, Luigi Di Maio, appena fuoruscito dal caravanserraglio grillino.
Per salvare il PD dall’isolamento verso cui queste opzioni sbagliate degli ultimi dirigenti lo sospingevano, Letta si è messo a fare giri di valzer prima con Renzi e  alla fine con  Carlo Calenda. La rinuncia del leader di Azione ha finito per precipitare  il segretario del PD verso la scelta peggiore, cioè una sorta di dichiarazione di morte.
Come si può andare dagli elettori e convincerli che imbarcare rispettivamente un nemico giurato della NATO e dei rigassificatori  abbia qualcosa a che fare col programma del PD? La pretesa che Letta, come seppero fare alcuni comunisti prima di lui  (Occhetto, D’Alema, Veltroni ), che dopo errori così plateali non ci si debba  mettere da parte, non tiene conto di un elemento cruciale, ma non facile da proclamare, cioè che il PD ha cessato di essere un partito di sinistra.
Questo  cambio di pelle  sarebbe positivo. Vorrebbe dire che  è diventato una forza ex comunista, cioè  tendenzialmente socialdemocratica, quindi un banditore del riformismo. Niente di tutto ciò. Il carattere distintivo della storia  dei comunisti italiani risiede in una circostanza unica: cioè anche dopo la caduta-a colpi di di martello e di furore popolare – del muro di Berlino. Enrico Berlinguer ha perseverato nel ripetere orgogliosamente quel che da Gramsci a Togliatti è stato proclamato come un atto di fede, un’ancestrale sacra scrittura. Mai e poi mai  avrebbero abiurato alla contrapposizione, un misto rancido di odio e rancore, nei confronti dei socialisti. Avevano un torto grande e imperdonabile: avevano percepito per tempo (fin dalle origini) e  denunciato  il carattere anti-democratico e interamente dispotico del comunismo. E quando per abbattere governi di destra o addirittura nazifascisti le socialdemocrazie dovettero allearsi con i comunisti, tennero fermo il  carattere straordinario, emergenziale, cioè contingente di questo fronte comune. La testimonianza più efficace dell’antisocialismo teologico  dei comunisti viene dal leader che  i superficiali cantori delle sue glorie meno lo si aspettavano. Mi riferisco ad  Enrico Berlinguer.
Nessuno ama ricordare che il suo forte atteggiamento di ripulsa di fronte all’aggressione terroristica dell’Armata Rossa contro la Cecoslovacchia, a Praga, comportò la sospensione del finanziamento di Mosca al PCI, ma nel giro di qualche mese esso venne ripristinato, mi pare con gli interessi. In secondo luogo, storici da regime interno o da inveterato conformismo omettono di ricordare le parole di stima e apprezzamento che Berlinguer ebbe per le società cosiddette  “socialiste”  dell’Europa orientale. Arrivò al punto di  esaltarne la moralità, l’ordine, il senso della misura e delle discrezione (nei consumi, nell’abbigliamento, ecc.)  rispetto ai lussi sbandierati dai cittadini nei paesi capitalistici.
Basti leggere i testi delle relazioni preparate per Berlinguer dal suo segretario Tonino Tatò (le pubblicò per Einaudi) per rendersi conto di come e di quanto la cultura leninista fosse ancora vibrante, e come e quanto essa si incarnasse nel ribadire il rifiuto di ogni  riconoscimento ai socialisti del merito di essere stati, al contrario d comunisti, dalla parte giusta della storia e della stessa verità nell’opporsi alle ideologie e alle prassi politiche dei regimi sovietici.
Berlinguer non osò,  accodandosi così ai suoi predecessori (da Gramsci a Togliatti), chiamarli regimi dittatoriali, non dissimili dal fascismo e dal nazismo.
Intendo riferirmi anche ad un episodio precedente, cioè all’assassinio di Giacomo Matteotti, di cui ricorre l’anniversario.
Gramsci e il gruppo dirigente del PCd’I, pur di non ritrovarsi alleati dei socialisti (Matteotti era un esponente del riformismo turatiano),abbandonarono il fronte antifascista (che si era raccolto, fuori del Parlamento, nell’Aventino). Invece di accogliere la linea politica di ripristinare gli ordinamenti dello Stato liberale, lanciarono la parola d’ordine del “governo operaio e contadino” (metafora lessicale della rivoluzione sovietista) e chiesero le elezioni. Ma anche in quell’occasione la maggioranza della classe operaia si strinse intorno alle bandiere del socialismo democratico, che ebbero un sensibile successo.
Letta e i suoi compagni non hanno il minimo interesse  a far coincidere  l’idea di sinistra nelle battaglie e negli ideali dei socialisti e perdono il loro tempo a confabulare con la miseria politica e il nessun insediamento territoriale dei ragazzotti di Beppe Grillo. Provano intanto  a ricandidare per la dodicesima volta un tenace democristiano come Pierferdinando Casini, un anziano leader torinese come Piero Fassino o un esperto in algoritmi accademici come il figlio del suo mentore bolognese, Nino Andreatta.
Bibliografia 
Antonio Tatò, Caro Berlinguer. Note e appunti riservati (1969-1984), Einaudi, Torino 2003.
Irene Tinagli, La grande ignoranza. Dall’uomo qualunque al ministro qualunque, l’ascesa dell’incompetenza e il declino dell’Italia, Rizzoli editore, Milano 2019.

 

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