Il paradosso di Napoli

di Angelo Forgione

IL PARADOSSO DI NAPOLI

L’immagine è chiara: con una superficie di circa 1.171 km², la città metropolitana di Napoli è la meno estesa d’Italia, in assoluto tra le meno estese del Paese (avanti solo a Venezia, Lodi, Biella, Gorizia, Monza/Brianza, Prato e Trieste), pur trattandosi della terza più popolosa.
Già nella sola Campania, la provincia di Salerno (4.954,13 km²) copre un terzo del territorio regionale, ed è tre oltre tre volte più estesa di quella napoletana.
Va da sé che, se si guarda alla densità demografica, cioè al numero di abitanti per chilometro quadrato, la città metropolitana di Napoli si collochi al primo posto assoluto a livello nazionale con oltre 2.500 abitanti per km², seguita dalla provincia di Monza/Brianza e dall’analogo paradosso della città metropolitana di Milano.

Con la proclamazione del Regno d’Italia, il 17 marzo 1861, tra le 59 province con delimitazioni territoriali, quella di Napoli era grosso modo simile a quella attuale, assai piccola e accerchiata delle altre quattro province regionali e dal mare, ma il suo capoluogo risultava il più popoloso d’Italia, visto che all’ombra del Vesuvio si superavano abbondantemente i 450mila abitanti, ovvero le popolazioni di Milano (267mila) e Torino (173mila) messe insieme, e pure qualcosa in più. Roma, ancora non acquisita, contava sole 188mila anime.

Del paradosso si occupò il regime fascista, che nel suo riordinamento amministrativo delle province riprese il mito ottocentesco della “grande Napoli” e liberò a nord l’ex capitale reale, affinché diventasse per il Fascismo “la regina del Mediterraneo”.
Era la penultima provincia italiana per estensione territoriale, eppure Napoli era ancora la città più popolosa d’Italia, incalzata da Roma e Milano (poi superata al censimento del 1931), e non per caso, nell’agosto del 1926, il CONI fascista impose alla Federazione Italiana Giuoco Calcio la Carta di Viareggio, una riforma dei nazionalizzazione del calcio con cui i football club di Napoli e di Roma furono messi in competizione diretta con quelli del Nord.

Il 2 gennaio 1927, con un decreto firmato da Vittorio Emanuele III e Benito Mussolini, fu abolita la provincia settentrionale di Terra di Lavoro, retaggio dell’omonima provincia del Regno delle Due Sicilie, in quel momento la più estesa d’Italia. I confini, che a quel tempo spaziavano ben oltre l’attuale Campania, inglobando territori che oggi appartengono al Lazio meridionale e al Molise, furono arretrati sulla linea del Garigliano. 102 comuni a sud del fiume furono assegnati a Napoli; 15 comuni a nord, quelli dell’hinterland di Gaeta, furono accorpati a Roma, che nel frattempo cresceva a dismisura sia territorialmente che demograficamente; i 51 attorno Sora alla nuova provincia di Frosinone; 16 comuni del Matese a Benevento e altri 7 a Campobasso.

Il riordinamento fascista delle province, relativamente a Napoli, si ispirava alla città borbonica dei secoli precedenti, la cui Corte, nella seconda metà del Settecento, aveva designato un nuovo distretto reale a nord della capitale, nella piana ai piedi dei monti tifatici, in un Real Palazzo attorno al quale era cresciuta la nuova città di Caserta, resa capoluogo di Terra di Lavoro al posto di Capua nel 1818.

Mussolini, incontrando i fascisti di Napoli, affermò:

“C’è stata una provincia soppressa che ha dato spettacolo superbo di composta disciplina, Caserta, che ha compreso che bisogna rassegnarsi ad essere un quartiere di Napoli”.

Ai gerarchi casertani che avevano provato a dissuadere il Duce dalla soppressione di Terra di Lavoro, dichiarò:

“Mi è stato detto che il provvedimento preso per Caserta non vi ha lasciati indifferenti, ma è un provvedimento che ha radici profonde:

“[…] Ho dato a Napoli il suo retroterra, e Caserta sarà la sua Versailles”

Solo l’11 luglio 1945, conclusa la Seconda Guerra Mondiale, Caserta diventò di nuovo capoluogo con una ricostituita provincia di Caserta, alquanto ridotta rispetto a quella precedente di Terra di Lavoro visto che ne restò fuori quello che le era stato tolto per ingrandire il Lazio. Recuperò però i territori che nel 1927 erano stati assegnati a Benevento e a Napoli, che tornò ad essere una delle province meno estese d’Italia, territorio rurale e costiero dove gli antichi centri attorno alla grande capitale del passato si sono espansi fino a fondersi l’un l’altro senza soluzione di continuità. Ecco perché oggi esiste virtualmente una grande Napoli che va dell’Agro acerrano-nolano all’Agro sarnese-nocerino, fino alla Penisola sorrentina.

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *