Il pacifismo italiano
di Paolo Macry
Il più intelligente (o il più cinico? fate voi) è Giuseppe Conte. Colui che, ignorando qualsivoglia ragionamento sui drammatici motivi che spingono oggi al riarmo europeo, si limita a uno slogan di sicura efficacia: più spese militari = meno risorse alla sanità.
Il fatto è che Conte va dove lo portano i sondaggi. Ed è indubbio che il pacifismo sia stato sempre popolare. Non voleva la guerra la grande maggioranza degli italiani nel 1915. Nè la volevano gli isolazionisti americani che nel 1916 confermarono Wilson alla Casa Bianca. Nè gli inglesi e i francesi che salutarono con manifestazioni di giubilo il patto di Monaco. Nè ancora gli americani che nel 1940 rielessero Roosevelt, sperando che restasse fuori dal conflitto mondiale. E non volevano la guerra le piazze che all’indomani del 1945, per decenni, manifestarono in Occidente contro l’imperialismo Usa.
Nessuno vuole la guerra, i suoi morti, i feriti, i bombardamenti, il razionamento, la paura. E tuttavia essere contro la guerra ha spesso significato chiudere gli occhi di fronte alla realtà geopolitica, che fosse l’aggressività del Reich guglielmino, la strategia di conquista di Hitler, il militarismo dell’Urss, ecc. E significa oggi rinunciare alla difesa dell’Ucraina, negare la minaccia dell’espansionismo putiniano, non fare i conti con il disimpegno americano dal teatro europeo.
Inutile aggiungere che, storicamente, il pacifismo ha avuto terreno fertile nell’Italia del massimalismo socialista, dell’universalismo cattolico, della Dc di Giorgio La Pira, del Pci filosovietico, del Craxi di Sigonella. Un Paese che ancora oggi – maggioranza e opposizione – sembra annaspare nelle proprie antiche ambiguità geopolitiche. Salvo che i suoi leader “pacifisti” non sono più i Pertini, i Moro, i Fanfani, ma, più prosaicamente, Giuseppe Conte, Matteo Salvini, Elly Schlein.
