Il Napoleone di Ridley Scott

di Marco Demarco

Il Napoleon di Ridley Scott
è come il grande dittatore di Chaplin
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Può andar bene il Napoleone di Canova scolpito come un gigante, in nudità eroica, al pari di un Marte pacificatore. O quello glorioso di David, in sella a un impennato cavallo bianco che in realtà fu un mulo. Può andar bene tutto, ma a quanto pare non può andar bene un film che è un film, appunto; cioè una rappresentazione al pari di una statua o di un quadro, un’invenzione che nulla ha a che fare con un documentario o un libro grondante note bibliografiche. Molti critici hanno stroncato il Napoleon di Ridley Scott non perché abbia poco dell’inarrivabile Napoleon di Abel Gance (si reputi fortunato chi lo ha visto a Roma ai tempi di Nicolini) ma per molto meno: per l’inattendibilità storica, perché vi si scapitozzano le piramidi durante la guerra in Egitto e una Maria Antonietta viene offerta alla ghigliottina con i capelli lunghi e mossi e non come dovevano essere, tagliati a zero. Natalia Aspesi ha notato perfino che Joaquin Phoenix “recita con una ingombrante feluca sempre in testa, anche nei momenti meno adatti”. Ma che dire, allora, del marinaio belga che nel “Comandante” di De Angelis, naufrago e in balia delle onde dopo essere stato colpito e affondato da Francesco Favino, ancora indossa composto il suo berretto con visiera? Tanto accanimento contro sir Scott ha una sola spiegazione: non gli si perdona, prima, l’aver ridotto la rivoluzione francese “a una cosa ridicola” ( ancora Aspesi) e poi il mancato, percosso, attonito e manzoniano rispetto a un uomo che ha comunque fatto la Storia. Ma c’è forse un racconto ispirato a fatti realmente accaduti che non sia una riduzione o una esagerazione e quindi una manipolazione? Il Napoleon di Scott non è il Napoleone di Canova, né quello di David, né quello di Manzoni e neanche quello in bianco e nero di Abel Gance. È un Napoleone completamente diverso, se non opposto. È accelerato ed estremizzato, in una scena fa l’amore e in quella successiva ha già un bebè in braccio; e come in un “cartoon”, quando ha un problema da risolvere non ci pensa due volte e cannoneggia chiunque gli si pari davanti. È un Napoleone che assomiglia molto, semmai, al grande dittatore di Chaplin. Paradossale come paradossale è la vicenda di un popolo che decapita un re per incoronare un imperatore. O che, citando testualmente una didascalia sui titoli di testa, “spinto dalla miseria alla rivoluzione, dalla rivoluzione è ricondotto alla miseria”. Quell’ingombrante e ridicola feluca, allora, è lì non a caso, ma di proposito. Come il mappamondo con cui giocava quell’altro grande dittatore. Chi, se non un regista britannico poteva arrivare a tanto? Il punto debole del film non è l’inattendibilità storica. Ma l’insufficienza epica, nonostante la geometrica potenza delle manovre militari e la spettacolarità immersiva delle ultime battaglie.

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