Il mio nome è vendetta

di Alfonso Botti

Polizieschi, noir, gialli e thriller, che si leggano o che si vedano, si dividono in due categorie a seconda che l’autore della trama, fabula, intreccio o plot che dir si voglia: a) tratti da persona dotata di normale intelligenza il fruitore dell’opera o b) lo tratti da scemo. Al secondo gruppo appartengono tutte le narrazioni che a un certo punto, per stare in piedi, hanno bisogno di un personaggio che dica o faccia qualcosa di assolutamente cretino, come difficilmente accadrebbe nella vita reale. Si tocca il fondo quando non è uno snodo del racconto a dipendere da un gesto cretino, ma è la trama stessa che altrimenti non esisterebbe. È questo il caso, tra i tanti, dell’ultimo film di Netflix con Alessandro Gasmann che prende avvio dalla grande cretinata che fa la figlia del protagonista e che continua con un’altra idiozia sempre della figlia. Due considerazioni. La prima: fateci caso, in tantissime opere del genere a fare la cretinata è una figura femminile. Difficilmente troverete un uomo. Un antifemminismo “banale” che veicola l’immagine della donna come persona fragile, paurosa, impulsiva, irragionevole. Si potrebbe fare l’elenco dei film con figure femminili di questo tipo che si sacrificano per consentire all’autore di far stare in piedi quello che scrivono. La seconda: con un plot così esile, non potevano trovare almeno un titolo più originale de “Il mio nome è vendetta”?
Non scrivetemi che l’avete visto e che vi è piaciuto. Il film si vede. Ma non è questo il punto.

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