Il Marte che castiga Cupido

di Clovis Withfield 

Uno dei quadri più significativi eseguiti da Caravaggio per il Cardinal Del Monte è scomparso, anche se sappiamo che doveva essere un’esplicita testimonianza del ruolo del colore tanto ammirato da Bellori nella sua pittura degli esordi. Per il suo soggetto, Marte che castiga Cupido, esso doveva evidentemente rientrare fra quei quadri privati inaccessibili alla maggior parte dei visitatori, ed era probabilmente conservato, come l’Amor vittorioso del Marchese Vincenzo Giustiniani, dietro una tenda che doveva essere teatralmente tirata per mostrarlo a pochi privilegiati.
Questa opera fu molto desiderata da Giulio Mancini, al quale il pittore l’aveva promessa in occasione di una sua visita, ma una malattia gli aveva impedito di mantener fede all’impegno. L’acquisto si risolse poi in un nulla di fatto, perché Del Monte volle il quadro per sé e lo tenne come una delle gemme della sua collezione, apprezzato anche da Baglione: “Un amore divino, che sottometteva il profano”.
Si trattava evidentemente di uno di quei dipinti privati che Del Monte amava al tempo in cui prese Caravaggio come nuovo allievo, ed era troppo audace per spedirlo al suo protettore a Firenze. Sappiamo che più tardi Mancini cercò di averne una copia, ma inutilmente: Del Monte non lo permise.
Non si conosce la sorte del dipinto, che non sembra essere incluso nell’inventario redatto nel 1627 dopo la morte di Del Monte. Si è scoperto che un quadro, oggi all’Art Institute in Chicago realizzato da Bartolomeo Manfredi per accontentare Mancini (per conto di Fabio Chigi), non è dei primi anni del Seicento come si pensava, ma deve essere invece datato al 1613, e questa scoperta non fa che sottolineare la sua dipendenza dall’originale di Caravaggio, in un consapevole tentativo di ricrearne il carattere. Manfredi si applicò con determinazione a imitare il suo stile e il suo metodo, ma “con più cura, unità e dolcezza”.
fonte: Clovis Withfield. L’occhio di Caravaggio
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foto: Bartolomeo Manfredi. Sdegno di Marte [Art Institute, Chicago]

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