Il male oscuro della sinistra è antico

di Salvatore Sechi 

Il Pd (e in generale la sinistra) offrono  di sé  due percezioni che restano disgiunte. Non si riesce più a farle collimare. Quel la esterna  identifica il partito della lotta alle diseguaglianze, ai privilegi, alla violenza e alla  corruzione, a favore dei più poveri e dei più fragili.

 Storicamente é’ stata  sintetizzata dall’obiettivo di costruire il socialismo. Dal secondo dopoguerra il riferimento è andato  ad una versione più blanda, diciamo pure socialdemocratica, cioè allo  Stato di diritto, al rispetto della legalità che viene incarnata nella carta costituzionale.

La percezione interna  si è identificata, invece, nell’ideologia ,nell’unità del partito, nella disciplina. Nella tradizione socialista si sono ammesse le correnti. Seppure in maniera più circospetta hanno funzionato anche nel Pci.

Fin quando  la società era divisa in classi sociali (borghesia e proletariato), l’elemento connettivo della sinistra è stato di rappresentare un contro-potere, quello dei ceti popolari esclusi, senza ascensore sociale per il futuro. Questo senso dell’esclusione ha alimentato l’idea di essere una contro-società e quindi di doversi comportare come una setta, una società segreta.

E’ un riflesso condizionato che si può ancora trovare nelle ali estreme dei partiti di sinistra quando al terrorismo e ai genocidi di Putin oppongono quelli della guerra civile negli Stati Uniti  o le cd  trame della Cia. Ma originariamente tanto nel Psi (fino alla crisi determinata dall’assassinio di Giacomo Matteotti) quanto nel PCI (fino al ritorno di Togliatti dalla guerra di Spagna) l’accettazione della democrazia liberale e parlamentare   fu negata (anche da riformisti di Turati) e poi accettata sous reserve. Ancora nel 1955 Togliatti ne discuteva come  animatamente con un liberalsocialista come Norberto Bobbio.

In sintesi, fin quando i partiti di sinistra non hanno potuto accedere al potere (cioè governare),a dominare nel loro vissuto politico ed esistenziale è stata la diffusione, a livello di massa,  che una regia complottarda  segreta operasse per contenere o impedire la loro marcia dentro le istituzioni. In secondo luogo. è cresciuta la domanda del condottiero, dell’uomo forte, del demiurgo. Se si può farlo coincidere  col micro- gollismo all’italiana, la sua figura è stata fisicamente quella  Bettino  Craxi e di recente di Mario Draghi. M ritorna più impetuosamente nell’attribuire ad un eventuale regime presidenziale il  carattere  del fascismo-che-torna.

Da ossessione della sinistra la sindrome del complotto si è trasferita nella destra di Silvio Berlusconi e nel centrismo di Cinque Stelle. Il suo  organo, Il Fatto quotidiano, un giorno sé e un giorno no, ama  imbandire il ricordo del modo in cui una mano nera pose fine alla presidenza di Conte 2.

Da questi partiti d’ordine, l’evocazione di cosche  lunghe e segrete che disfano governi e alleanze, si è  trasferita nelle correnti, cioè all’interno degli stessi partiti. Si percepiscono come l’asse portante della democrazia invece che come il regolatore del traffico con cui vengono spartite le spoglie del potere spartitorio .

Tutto questo fa parte della progressiva dissoluzione del nostro sistema politico. Ma il male che colpisce il Pd è sempre meno oscuro. A rovinarlo è stata la lunga permanenza nei governi dell’ultimo decennio senza verifica elettorale, la rendita di posi zione attribuita ad alcuni capi-corrente\ministri (come Franceschini, Orlando, Guerini, Renzi  ecc.), la mancanza di un programma  e quindi di una visione del futuro. Il che è diventato  molto grave una volta venuto meno il collante delle ideologie.

Vorrei aggiungere che il male è molto antico e per nulla oscuro. Lo ha illustrato efficacemente uno dei fondatori del Pci, di fronte al successo del fascismo. Non fu mai così  sprovveduto da confondere l’esponente di un grande destra votatasi alla violenza e alla sovversione anche armata con un capobanda come fanno pensare le grandi firme del Corriere della Sera.

Come Gramsci spiegava le sconfitte del Pci.

Nel 1923, Antonio Gramsci mentre prepara le Tesi di Lione delinea l’ipotesi che la sconfitta subita dai comunisti ad opera dei fascisti  non dipenda dalla cd (in seguito) forma-partito, cioè dai modi di articolazione sia della presenza del partito nei luoghi di lavoro sia della sua organizzazione interna. Per comprenderla egli fa riferimento alla necessità di elaborare un’ideologia, cioè cercare di “fare una spietata  autocritica della nostra debolezza”. Di qui l’esortazione a chiedersi “perché abbiamo perduto, chi eravamo,  che cosa volevamo, dove volevamo arrivare”.[1]

In maniera assolutamente evidente in primo piano  viene posto il deficit  di cultura storica  del partito, la mancanza o  l’assenza vera e propria di principi. Dunque, l’imputato diventa l’ideologia, il disporre in misura  piena o marginale di una visione realistica della società  all’interno della quale i comunisti intendono agire.

Secondo Gramsci  il Psi, dopo trent’anni di vita, al pari di ogni altro partito rivoluzionari, ” sono stati deboli dal punto di vista rivoluzionario”, perché, per potere passare all’azione, dovevano disporre di elementi imprescindibili come la conoscenza  della situazione in cui dovevano operare, il terreno in cui dare battaglia.

Facendo proprio un aspetto che fu proprio Piero Sraffa a segnalargli ( l’argomento  sarà ripreso  negli anni Settanta da Giorgio Amendola)  fa presente come “in più di trenta anni, di vita, il Partito Socialista non ha prodotto un libro che studiasse la struttura economico-sociale dell’Italia Non esiste un libro che studi i partiti politici italiani, i loro legami di classe, il loro significato”. [2]

Non si poteva  pensare che potesse fare la rivoluzione una forza  politica che ignorava  “perché nella  valle del Po il riformismo fosse radicato così profondamente”, perché “il Partito Popolare, cattolico, ha più fortuna nell’Italia settentrionale e centrale che nell’Italia del Sud” e perché  in Sicilia fossero autonomisti i grandi proprietari terrieri e non i contadini, e in Sardegna avvenisse il contrario. [3] Per non parlare  della ragione per  nel Sud tra fascisti e nazionalisti  si fosse scatenata una lotta armata che  è mancata  altrove, e del motivo er cui dei sindacalisti rivoluzionari prima al nazionalismo e poi al fascismo, e ancora più in generale  della mancanza di studi  che spieghino come mai  sa sindacalizzazione  sia prosperata tra gli operai agricoli e non tra gli operai industriali.

Di qui la constatazione che suonava come un verdetto politico interamente negativo: “Noi non conosciamo l’Italia. Peggio ancora :noi manchiamo degli strumenti adatti  per conoscere l’Italia, così com’è realmente e quindi siamo nella quasi impossibilità di fare previsioni, di orientarci, di stabilire delle linee d’azione  che abbiano una certa probabilità di essere esatte.. Non esiste una storia della classe operaia italiana. Non esiste una storia della classe contadina”.[4]

In sintesi, la sinistra socialista e comunista in Italia  recava il limite gravissimo di  essersi comportata  come una setta, abbeverandosi di ideologia e non  di analisi storica  considerata  uno degli strumenti  fondamentali pet  potere fare politica. Ad avviso di Gramsci, non avevano, dunque, appreso niente dalla storia del  gruppo bolscevico.

Gramsci scriveva nel 1923  (il suo scritto è nel volume Che fare?, in A. Gramsci,  Per la verità, Editori Riuniti  Roma 1974, p.  267-270)

Si può dire che un secolo dopo, il Pd sia riuscito a produrre dei testi che spieghino il successo della Lega, di Forza Italia, di Cinque Stelle, di Draghi e ora della Melloni? oppure dei cambiamenti avvenuti nella classe operaia e tra i contadini, nel nuovo  rampante  ceto medio, nella struttura delle città e delle campagne, nelle grandi e piccole periferie che votano ormai   Fratelli d’Italia e Cinque Stelle?

[1] A. Gramsci (che firma come  Giovanni Masci), Che fare?, in A. Gramsci,  Per la verità, Editori Riuniti  Roma 1974, p.  267-27.

[2] Ibidem

[3] Ibidem

[4] Ibidem.

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