Il magistrato Vittorio Occorsio

di Anselmo Pagani

Lo ammazzarono a sangue freddo con 32 colpi di mitra, cinquant’anni fa, alle 10 del mattino del 10 luglio 1976, a pochi metri da casa.

Sulla sua Fiat 125 sì stava recando in ufficio, anche se era sabato, ma lui, in vista delle ferie imminenti, scrupoloso com’era doveva portarsi avanti col lavoro.

Ne aveva tanto!

A Vittorio Occorsio, 47enne Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma, erano state affidate alcune fra le inchieste più scottanti sui fatti e misfatti che, nei cosiddetti “Anni di piombo”, miravano a destabilizzare l’ancor giovane esistenza delle istituzioni repubblicane del nostro Paese.

Dalla strage di Piazza Fontana del 1969, di cui comprese la matrice “nera” dopo gli iniziali depistaggi, ai sordidi intrecci che univano le attività eversive e criminali di gruppi di estrema destra, logge massoniche e criminalità organizzata in un crescendo di attentati, sequestri di persona e rapine a mano armata messe a segno nei primi anni Settanta del secolo scorso.

Nel 1973, come Pubblico Ministero nel processo intentato contro le canaglie del movimento terroristico neofascista “Ordine Nuovo”, fu lui a invocare, ottenendola, l’applicazione della “Legge Scelba” contro la ricostituzione del partito fascista,

Lo fece, come disse durante la requisitoria, “a tutela dell’ordine repubblicano e della nostra democrazia”.

“I neri” non gliela perdonarono.

A 32 giorni dall’uccisione, avvenuta a Genova l’8 giugno 1976, del giudice Francesco Coco, primo magistrato in Italia a cadere sotto i colpi sparati dai killer comunisti delle Brigate Rosse, il 10 luglio 1976 Vittorio Occorsio era appena salito in auto, solo.

Alla scorta aveva rinunciato per non mettere in pericolo altre vite oltre alla sua dopo che, insieme a Coco, erano stati trucidati anche i due carabinieri che l’accompagnavano.

Ma loro quel giorno erano lì ad aspettarlo, in sella ad una moto Guzzi di colore rosso, allo stop che regola l’immissione da via Mogadiscio in via Giuba, a Roma.

Se sui mandanti occulti, a distanza di mezzo secolo, ancora non vi sono certezze, a scaricargli il mitra addosso furono i neofascisti Gianfranco Ferro e Pierluigi Concutelli, membri di spicco di Ordine Nuovo.

Nel volantino rivendicativo che i due criminali lasciarono sul suo corpo straziato si legge che Occorsio era stato “ritenuto colpevole di avere, per opportunismo carrieristico, servito la dittatura democratica perseguitando i militanti di O. N. e delle idee di cui essi sono portatori”.

Idee di morte, caos e sovvertimento, oltre che dell’ordine democratico, anche del dizionario d’italiano perché una “dittatura” mai e poi mai potrà essere “democratica”.

Condannato all’ergastolo, Concutelli fu scarcerato dopo 27 anni di reclusione “per motivi umanitari”, in quanto gravemente malato, sebbene durante il periodo detentivo avesse strangolato con le sue mani due “camerati” ritenuti informatori della Polizia Giudiziaria.

Lo Stato, così ben impersonato dall’integerrima figura del dottor Vittorio Occorsio, aveva usato nei suoi confronti quell’umanità che a lui e ai vigliacchi assassini come lui faceva difetto.

Accompagnano questo scritto due immagini del dottor Occorsio e una della scena del delitto.

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