Il lungo viaggio di Garibaldi nella costruzione dell’unità d’Italia

di Armando Pepe

Recensione al libro di Luigi Mascilli Migliorini, «11 maggio 1860», Giuseppe Laterza & Figli, Bari-Roma, 2023.

In una collana editoriale in cui le date, iconiche, rappresentano i titoli dei libri, è uscito il piccolo e denso volume «11 maggio 1860», di Luigi Mascilli Migliorini. È non un racconto edulcorato sull’epopea garibaldina, ma una riflessione problematizzante sull’immediato prima e sul complicato dopo, narrato sapientemente, con mano decisa. Seguendo il filo della memoria storiografica, s’intrecciano le azioni e i pensieri dei tanti uomini, uniti dall’afflato dell’epopea risorgimentale: Garibaldi, che aveva già vissuto tante vite e dava tutto sé stesso per unire la nazione; Cavour, politico preveggente, le cui mosse potevano essere paragonate a quelle di un invincibile scacchista; Vittorio Emanuele II, alquanto intrepido e autoritario, che correva verso il suo destino di padre della patria, in seguito ampiamente celebrato dal monumentale Vittoriano.

Mascilli Migliorini coniuga diversi punti di vista, calando il particolare nel generale, inserendo il dettaglio contingente nel vasto quadro geopolitico europeo. In poche righe descrive la situazione riscontrabile in Italia, affermando delicatamente che: «L’Austria, a Venezia, era rimasta un attore politico degli equilibri della penisola che essa, nonostante l’indubbia sconfitta subita sul terreno militare, poteva continuare a condizionare sia all’esterno, nel disegno generale degli equilibri europei, sia all’interno, in virtù dei rapporti che continuavano a legarla alle due grandi realtà sopravvissute alla tempesta della guerra del ´59: alquanto malconcia l’una, lo Stato pontificio che, tuttavia, proprio nel suo indebolirsi aveva trovato nell’Imperatore dei Francesi un poderoso appoggio a quanto di esso ne restava; integro, addirittura, il secondo, il Regno borbonico, disorientato, forse, dalla morte di una figura forte, quale era stato Ferdinando II, ma sicuro (probabilmente in misura superiore allo stato effettivo delle cose) della propria collocazione nel quadro del sistema di balance of power europeo e mediterraneo» (p. 7).

Nella prospettiva della lunga durata, come emerge dal lungo brano citato, bisogna raffigurarsi l’Italia come una scacchiera o una tavola di dama, in cui il giocatore che avesse avuto più intelligenza tattica (e forza militare) avrebbe vinto la posta in gioco. Secondo l’Autore, le cose andarono così perché dovevano andare in tal modo. Lui lo dice in maniera raffinata, in una prosa piena di contrappunti, volutamente baroccheggiante, ma che non gira attorno agli argomenti, anzi le getta sul tavolo e anatomicamente li analizza. Una prosa cinematografica, tant’è vero che, leggendola, corrono nella memoria del lettore avvertito i fotogrammi dei film di Luchino Visconti, sia Senso sia il Gattopardo.

L’Autore attinge alla propria robusta cultura storica ma anche letteraria nell’affrontare i punti nodali del volume: 1) Italia e Vittorio Emanuele; 2) L’ombra di Pisacane; 3) La primavera del 1860; 4) I Mille; 5) Lo sbarco; 6) Per le strade di Marsala. Cerca di rispondere ai quesiti che la ricerca storica immancabilmente propone, mettendo in risalto che il Regno delle Due Sicilie, ormai stanco della dinastia borbonica, covava nel proprio seno le istanze unitarie, da un capo all’altro: «Palermo e Napoli erano destinate a non ritrovarsi per lungo tempo. Furono entrambe, è vero, capitali vicereali di quel vasto Impero che fu, di qua e di là dell’Atlantico, l’Impero. Da questa esperienza esse uscirono senza dubbio molto simili nelle forme della vita artistica, le chiese, i palazzi, le vie e le strade, nella religiosità frutto della lezione impartita dal Concilio di Trento, in una struttura sociale nella quale la lontananza dal centro rendeva più incontrollato e opprimente l’abuso della feudalità. Condivisero, seppure in modi alquanto diversi, la condizione di essere, come avrebbe detto Giuseppe Galasso, “alla periferia dell’Impero”, ma questo non le fece più vicine, anzi» (pp. 24-25). L’unità, pur nella diversità, era ormai irrevocabile.

Vengono esaminati tanti libri di altrettanti storici e messi nella dovuta luce anche i pareri tra loro più distanti, da Giuseppe La Farina, patriota, saggista e politico (autore della Storia d’Italia dal 1815 al 1850) a Pietro Colletta, militare e storiografo (autore di una celebre Storia del Reame di Napoli), dal siciliano Niccolò Palmeri, (autore del Saggio storico e politico della Costituzione del Regno di Sicilia) al toscano Atto Vannucci (autore de I martiri della libertà italiana dal 1794 al 1848).

L’impianto storiografico, sia pure in un libro che tende alla divulgazione, è solidissimo, per cui esso s’imporrà come un testo con il quale confrontarsi. È corredato, infine, da una piacevole «Nota di lettura», in cui sono passati in rassegna i testi fondanti del Risorgimento italiano.

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