Il Laureato, di Mike Nichols

di Alberto Colombani

Signora Robinson, lei sta tentando di sedurmi. O no?

Benjamin Braddock (Dustin Hoffman) è il giovane rampollo di una ricca famiglia. Si laurea col massimo dei voti ed è destinato ad una brillante carriera nel mondo degli affari. Per l’occasione viene organizzata una festa sontuosa. Ad un certo punto della serata la signora Robinson (Anne Bancroft), moglie del socio in affari del padre, gli chiede se può riaccompagnarla a casa.

Quindi lo fa scendere per bere qualcosa e inizia uno strano gioco di seduzione che ha la meglio sulle impacciate resistenze del ragazzo. Na nasce una relazione, che dura fino a quando Benjamin non conosce la figlia dei signori Robinson, Elaine (Katharine Ross), di cui si innamora ricambiato perdutamente. Ma l’amore vero si nutre di verità e Benjamin non può nascondere all’amata di aver avuto una relazione con sua madre.

Il Laureato, realizzato nel 1967, è considerato uno dei film più rappresentativi su quel malessere giovanile che nell’America di fine anni Sessanta cominciava a palesarsi anche negli ambienti benestanti. In effetti te ne fa respirare la sensazione attraverso la rappresentazione di un amore sincero violentato dalle pastoie del perbenismo borghese. Basta questo per renderlo un film di culto, meritevole di un’attenzione che va oltre le sue pur indubbie qualità che vanno dalle impeccabili interpretazioni di Anne Bancroft e del quasi esordiente Dustin Hoffman, perfetti nell’aderire alle caratteristiche psicologiche dei loro personaggi, alla regia sobria di Mike Nichols, bravo nel far emergere il senso del disagio generazionale in atto più dall’indeterminatezza esistenziale dei giovani che da aspetti apertamente politici.

Alcune sequenze sono entrate indelebilmente nell’immaginario collettivo (quella in chiesa naturalmente, ma anche quelle di Benjamin vestito da sub o tutto il piano di seduzione ordito dalla signora Robinson), così come le canzoni di Simon e Garfunkel, una tracklist di profonda incisività emotiva. Benjamin Braddock ha tutto per essere felice e spensierato, per godersi la vita e guardare al futuro con ottimismo. Eppure incarna il paradigma di una generazione investita dalle pulsioni innovative presenti nell’aria, dai germi contestatari di un moto libertario in via di sviluppo.

La sua condizione sociale lo mette nella difficile posizione di vivere in una famiglia ricca, respirando tuttavia l’aria di ribellione che inizia a serpeggiare nella società, assorbendo i condizionamenti propri del mondo in cui è cresciuto e riflettendo verso l’esterno l’insofferenza a sopportarne la rigida ritualità formale. Gli studi sono terminati ed il tempo delle scelte è arrivato. Il rango sociale impone il rispetto delle etichette e il suo disagio è tanto il frutto della paura di non saper corrispondere alle aspettative imposte dalla sua condizione familiare, quanto figlia del rifiuto istintivo di adagiarsi opportunisticamente su privilegi consolidati e comodità date.

La relazione clandestina con una donna che lo ha visto bambino, che sa di iniziazione alla “vita adulta” per l’uno e ha la forma dell’adempimento di un gioco perverso per l’altra, insieme al fatto che la signora Robinson ha preso il suo solito posto accanto al marito, pronti a benedire insieme il matrimonio “riparatore” della figlia, mentre lui è stato pubblicamente bandito per aver assecondato l’ingenuità dei suoi istinti sensuali, diventano lo specchio fedele di un mondo retto dall’ipocrisia, quello che ha imparato a guardare in faccia e dal quale non vuole farsi imprigionare per sempre.

L’amore per Elaine è una cosa da preservare da quegli atteggiamenti di facciata che tanto servono per conservare una buona reputazione, perpetuando in eterno la farsa delle convenzioni sociali. La corsa frenetica di Benjamin (a bordo di un’Alfa Romeo Duetto) e l’affannosa salita sulle scale nella celeberrima sequenza in chiesa appaiono una solenne lotta per la liberazione.

Le sue sono urla di disperazione contro la santificazione dell’inganno.

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