Il fascismo in Basilicata (1921-1940)

di Armando Pepe

L’attuazione politico-amministrativa del fascismo, nell’ottica del rapporto centro-periferia, è l’oggetto del recente libro di Elena Vigilante, dal titolo «Il fascismo e il governo del “locale”. Partito e istituzioni in Basilicata (1921-1940)», edito da Il Mulino.

Indagare nuove fonti attraverso la consultazione sistematica di vari archivi, sceverare documenti interessanti dall’ingente quantità di carte consultate, è ciò che, con puntualità e precisione, fa l’Autrice. Nella prefazione Guido Melis osserva che il fascismo, constatazione di pubblico dominio, «fu nemico dei protagonismi locali dei ras e mirò a liquidare le lunghe autonomie di fatto di periferie lontane o scarsamente integrate nella nazione. Ciò almeno a stare alle dichiarazioni programmatiche e alla retorica dominante il regime. Ma, come sa chi ha letto il capolavoro di Carlo Levi, anche Cristo si era fermato a Eboli» (p. 7).

La lente d’ingrandimento che l’Autrice usa nell’analizzare gli avvenimenti lucani riporta all’attenzione dei lettori una intensa lotta tra fazioni, necessariamente dominanti o soccombenti, a seconda dei casi. Al di là delle dichiarazioni di facciata, delle apodittiche affermazioni imperative, il fascismo (specialmente quello delle origini) si estrinsecò anche in riverberi localistici di puro scontro tra personalità emergenti.

Il volume si snoda in quattro capitoli, affronta un lungo periodo e si sofferma su più particolari. Notevole risulta la solida messe di dati biografici, di personaggi minori e minimi in chiave nazionale, ma inversamente importanti nella prospettiva, e nella presa, territoriale.

La genesi dei fasci rappresenta l’incipit; «il 31 gennaio 1921 fu costituito ufficialmente il primo fascio della Basilicata: quello di Matera. Posto sotto l’egida del segretariato regionale fascista della vicina Puglia, aveva in realtà avuto la sua prima origine nel novembre del 1920, quando un gruppo di reduci della Prima guerra mondiale, riunito nell’abitazione del tenente degli arditi Savino Fragasso, aveva giurato davanti a un quadro del duce di dare inizio all’azione fascista» (p. 17). Specularmente anche a Potenza, «la sezione fascista fu costituita nel marzo del 1921, probabilmente in vista delle vicine elezioni politiche di maggio, da un “triumvirato”» (p. 27). ). Bisogna tener da conto che sul fascio di Potenza «pesava l’influenza di Nicola Sansanelli, personalità politica di calibro nazionale, il quale all’indomani della marcia su Roma avrebbe rivestito l’incarico di segretario generale ad interim del Pnf. Nato a Sant’Arcangelo, comune lucano della Val d’Agri, nel 1891, Sansanelli apparteneva alla borghesia proprietaria delle professioni. Presidente dell’Associazione Nazionale Combattenti sin dalla fondazione (1919), nel 1920 aveva aderito al fascismo, indignato per la mancata acquisizione di Fiume e della Dalmazia da parte dell’Italia, a conclusione delle trattative di pace» (p. 28).

I quadri dirigenti del fascismo lucano provenivano, nella quasi totalità, dal vecchio blocco di potere che da sempre dominava la regione, da quella borghesia agraria che aveva in ogni occasione anteposto i propri interessi a quelli del resto della popolazione. Con le oggettive differenze, fatta la tara ai tanti profili emergenti, viene fuori dalle pagine del libro la capacità che aveva la classe dominante nel perpetuarsi trasformandosi. Diviene così difficile appurare chi agì per sincero idealismo, aderendo al fascismo, e chi soltanto per mero opportunismo, non potendo sondare il foro interno dei protagonisti.

Per certo sappiamo che la conflittualità nei fasci fu molto accentuata (e non solo in Basilicata). Il fascismo dei primordi era ovunque tumultuoso, in uno stato di entropia, e perciò fluido; «la necessità di gestire il partito marginalizzando i gruppi dissidenti si impose nell’ultimo scorcio del 1923, quando, per disposizioni dei vertici nazionali, si procedette ai congressi di circolo e ai congressi provinciali» (p. 63). Non c’è soltanto una situazione di acceso contrasto fra gruppi di potere, ma anche un rivalità campanilistica (latente ancora oggi) tra le due città, Potenza e Matera; «l’istituzione della provincia di Matera, che da taluni sarebbe stata attribuita a [Francesco] D’Alessio [influente gerarca materano], rientrava nella rivisitazione complessiva della mappa amministrativa italiana che portò il Governo, nel dicembre 1926, a dar inizio al progetto di istituzione di 17 nuove province e alla soppressione delle sottoprefetture, formalizzato con la legge 2 gennaio 1927, n° 1 “Riordinamento delle circoscrizioni provinciali”» (p. 83).

Le lotte intestine per accaparrarsi gli incarichi erano prassi quotidiana, una consuetudine longeva. Come pone bene in risalto l’Autrice, gli «incarichi podestarili, formalmente di nomina prefettizia, [erano] ovviamente assegnati previa consultazione dei gruppi locali e in primo luogo del federale» (p. 88). Sono esplorati inoltre, con rigore interpretativo di notevole spessore, gli assetti del potere economico in entrambe le province e l’ascesa nel sottobosco (l’insieme dei vari enti di diverso grado e varia importanza) di gerarchi e gerarchetti locali, i quali in alcuni casi non disdegnarono di lucrare sulle cariche.

A mio avviso, il lavoro dell’Autrice, condotto con acribia critica e scrupolo filologico, contribuisce senza alcun dubbio ad illuminare le coordinate del fascismo in “periferia”.

 

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: