Il destino delle piccole diocesi

di Monsignor Valentino Di Cerbo

PHo letto l’articolo sulle piccole diocesi, apparso recentemente su “Vita pastorale”. L’Autore – si sa – scrive bene e anche in questo caso non ha smentito la sua fama.
Ma il suo intervento ha il sapore dei “soccorsi di Pisa”: arriva fuori tempo massimo, quando “i buoi” sono già usciti dalla stalla e per molte piccole realtà diocesane tutto è compiuto. Questi argomenti andavano discussi nelle sedi opportune: le Conferenze episcopali regionali (come è successo in qualche caso) e la CEI, quando di fronte alle pressioni dell'”Alto”, la maggior parte dei Vescovi ha brillato per furbizia, chiusure blindate e assordanti silenzi (soprattutto davanti al Papa, dove sono intervenuto quasi da solo, tra il mutismo di alcuni Confratelli, che pure in altra sede erano apparsi come leoni pronti a vendere cara la pelle…).
Non condivido l’equazione vescovi di piccole diocesi=vescovi tra la gente; vescovi di grandi diocesi= vescovi lontani dalla gente. Ho avuto la fortuna di collaborare col card. Ugo Poletti, Vicario di Roma, che era popolarissimo tra i Romani e vicino ai preti e ho conosciuto qualche vescovo di piccole diocesi (intorno ai 50.000 abitanti), che era un autentico ras inavvicinabile. Anche tra i recenti vescovi della Campania abbiamo avuto esempi di vescovi-padri di grandi diocesi: penso con ammirazione e affetto a Padre Beniamino, vescovo di Nola.
Circa la decisione del Papa (e dei vertici della CEI) sull’accorpamento e la riduzione delle piccole diocesi, occorre innanzitutto considerarlo come un fatto fisiologico che si ripete periodicamente nella vita della chiesa: basti pensare a quanto è avvenuto nel 1818 nel Regno di Napoli… o, prima ancora, nella Francia napoleonica. E poi, andando col pensiero a quanto è successo nel 1986, penso che – nonostante qualche ferita ancora aperta – a nessuno verrebbe in mente di ripristinare antiche minuscole circoscrizioni, allora abolite, che oggi non avrebbero più senso.
Il problema è che in queste operazioni sovente si procede “col compasso” cioè spesso senza conoscenza dei territori e quasi sempre senza indicazioni di lungo respiro dall’Alto. Capita così che un povero vescovo si senta chiamato a gestire l’accorpamento di più circoscrizioni senza direttive, senza la consapevolezza di dover costruire una nuova Comunità diocesana, forse con la sola preoccupazione di far collaborare le strutture preesistenti, di farsi vedere in giro e di sedare malcontenti.
Questo a mio avviso è il vero problema: procedere senza idee e indicazioni chiare, servendosi di vescovi (non preparati e quindi talora inidonei alla bisogna), che cercano di fare unità moltiplicando la presenza fisica senza stabilire relazioni.
L’operazione dell’accorpamento di piccole diocesi italiane (sovente dettato dai profondi cambiamenti socio culturali e/o economici in atto, che sono sotto gli occhi di tutti) è un treno in movimento che non si fermerà. Invece di approfonire ulteriormente deboli motivi di dissenso, forse sarebbe il caso che il Popolo di Dio nelle diverse componenti (vescovi, preti e soprattutto laici), sfruttando anche la grande opportunità del sinodo, cominciasse a sognare la Chiesa del futuro e, invocando lo Spirito, riflettesse di più per trarre dal proprio tesoro cose nuove e cose antiche per un radicamento del Vangelo nei territori, adeguato ai nostri tempi.

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