Il coccodrillo

di Peter Freeman

Una volta nelle redazioni dei giornali c’era il coccodrillo già pronto. Se si veniva a sapere che una certa persona era molto malata o molto avanti con gli anni si redigeva in anticipo il coccodrillo che poi restava chiuso in un cassetto, in attesa della dipartita.
Il coccodrillo doveva essere ben documentato e redatto da persona competente. Non erano pochi coloro i quali sapevano che nei giornali c’era già pronto il loro coccodrillo e qualcuno di loro riusciva anche a ironizzare su questa premurosa attenzione; altri inorridivano e ricorrevano agli scongiuri. In ogni caso la questione andava affrontata con la necessaria sobrietà, evitando che gli scritti contenessero toni eccessivamente aulici o apologetici – cosa non sempre facile giacché la morte solletica gli spiriti tromboni che risiedono in ognuno di noi.
Noto che oggi, a giudicare dal numero e dalla celerità della loro messa in pagina, i coccodrilli commissionati sono in sovrabbondanza: sobrietà e misura sono state abolite. L’effetto ottenuto (parlo per me) è simile a quello di un’indigestione comprensiva di nausea. È come quelle orrende feste di compleanno in cui il bambino festeggiato è sommerso di regali e non fa altro che scartare e mettere da parte, senza mai soffermarsi sul significato e il valore del dono.
Abbiamo un problema con la morte. E scambiamo la memoria, che arriva dopo e necessita dei tempi lunghi dell’elaborazione, con il profluvio di articoli e articolesse per il consumo immediato. È una forma di bulimia.

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