Il Cerbero di Venafro

di Franco Valente

LA TERRIFICANTE IMMAGINE DI CERBERO IN CIO’ CHE RIMANE DI UNA STATUA CHE SI CONSERVA NEL MUSEO ARCHEOLOGICO DI SANTA CHIARA A VENAFRO.

Esiste un legame di questa rappresentazione con l’antro della Sibilla Cumana e Diomede, il mitico fondatore di Venafro?

L’antefatto di un recupero archeologico.

Da poco tempo il Comune di Venafro, su mia proposta, aveva donato il convento di S. Chiara al Demanio dello Stato. Era sindaco Basileo Milano e io ero giovane consigliere comunale.
Fatta la donazione, il Demanio consegnò l’edificio alla Soprintendenza perché venisse istituito il Museo Archeologico Nazionale al suo interno e si avviasse la raccolta dell’enorme patrimonio archeologico disseminato nel territorio venafrano.
Contattai il dott.Gennaro Nola e il marchese Alessandro del Prete per invitarli a donare al museo i reperti che erano accatastati nelle loro proprietà senza un’adeguata catalogazione.
Con un Dodge che fu messo a disposizione da Berto Cappellari, amministratore-direttore della Pozzobon, prelevai tutti i reperti che ora sono esposti al piano terra del Museo.
Poi fu la volta di quelli depositati caoticamente nella casa di campagna della famiglia del marchese del Prete a Pozzilli.
Parte di essi furono studiati da Sylvia Diebner nel suo prezioso e insuperato saggio “Aesernia – Venafrum” del 1979. Qualcuno dei reperti è sfuggito allo studio e ancora manca un saggio che ne spieghi l’importanza.
Tra essi l’immagine impressionante di un cane che ha un collare attorno al quale si attorcigliano viscidi serpenti.

IL CERBERO DI VENAFRO
Manca la testa. Anzi le tre teste, perché sul collo rimangono le tracce di tre colli.

Si tratta della rappresentazione di Cerbero, il cane mitologico che nella tradizione greca e romana stava a guardia degli Inferi.
Apuleio racconta nell’Asino d’oro che Psiche per entrare e per uscire dagli Inferi dovette affrontare Cerbero, che nel testo non viene chiamato per nome ma descritto come un cane gigantesco e terribile, con tre teste grandissime che, con fauci potenti, ringhia contro i morti, ai quali, comunque, non può fare alcun male, ma li terrorizza senza motivo.
Standosene sulla soglia delle stanze oscure di Proserpina, fa la guardia alla dimora vuota di Dite, il dio del mondo sotterraneo (“canis praegrandis, teriugo et satis amplo capite praeditus, immanis et formidabilis, tonantibus oblatrans faucibus mortuos, quibus iam nil mali potest facere, frustra territando ante ipsum limen et atra atria Proserpinae semper excubans servat vacuam Ditis domum”).
Anche Virgilio, nel libro VI dell’Eneide, aveva raccontato che Cerbero, con i serpenti attorcigliati al collo, aveva cercato di impedire ad Enea di scendere negli Inferi a Cuma e la Sibilla gli aveva gettato una focaccia di miele ed erbe soporifere per farlo addormentare.
“L’enorme Cerbero col suo latrato da tre fauci rintrona questi regni giacendo immane davanti all’antro. La veggente, vedendo ormai i suoi tre colli diventare irti di serpenti gli getta una focaccia soporosa con miele ed erbe affatturate. Quello, spalancando con fame rabbiosa le tre gole l’afferra e sdraiato per terra illanguidisce l’immane dorso e smisurato si stende in tutto l’antro. Enea sorpassa l’entrata essendo il custode sommerso nel sonno profondo”.
Il Cerbero di Venafro è un documento di straordinaria importanza perché, benché privo delle tre teste, è un rarissimo esempio di fedele trasposizione del racconto mitologico dall’Eneide di Publio Virgilio Marone (Mantova, 70 a.C. – Brindisi 19 a.C.).
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Certamente l’immagine di Cerbero a Venafro necessariamente fa riflettere su una circostanza che a questo punto potrebbe aprire uno scenario particolarmente suggestivo che la collega alla storia di Diomede, il mitico fondatore di Venafro.

Nel Museo di S. Chiara si conserva una piccola statua dell’eroe greco la cui attribuzione si può tentare sulla base di un’analoga statua che fu ritrovata agli inizi del secolo scorso proprio in uno dei pozzi dell’antro della Sibilla cumana quando Amedeo Maiuri la scoprì nell’ambito degli scavi archeologici che egli stava dirigendo: “La scoperta di quel pozzo di luce mi dette anche la più bella statua fin allora apparsa negli scavi cumani: il Diomede di Cuma. Si trovò capitombolando nella cavità del pozzo con la testa in giù e le gambe in alto come il papa simoniaco nell’inferno di Dante…” (Amedeo MAIURI, Come ho scoperto l’Antro della Sibilla a Cuma, Corriere della Sera 1937).


A Cuma una statua di Cerbero non è stata mai trovata.
Ma quale è il collegamento tra Diomede e Cerbero nella tradizione mitologica romana?
Le due statue venafrane potrebbero essere un bell’argomento per una tesi di laurea…

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