Il castello di Macchiagodena

di Franco Valente

A MACCHIAGODENA IL LEONE DELL’ABATE MARALDO FA LA GUARDIA ALL’ANTICO TOMOLO DEL PAESE
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2 marzo 1740. MACCHIAGODENA:
“Viene la terra suddetta dominata dal sole, dall’apparire al tramontare, ed è aggitata da continui venti salubri, che la rendono d’aere perfettissima. E’ la medesima abbondante d’acque sorgive e di vittuaglie… “
(Biagio de Lellis, regio ingegnere)
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Piano piano il castello di Macchiagodena riconquista la sua antica dignità.
Ai suoi piedi un leone di pietra è quanto rimane della chiesa benedettina di S. Apollinare.
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Dal Chronicon Vulturnense sappiamo che ai tempi dell’abate Maraldo, poco prima della fine dell’anno 1003, Maria, figlia del defunto conte Roffredo e moglie di Potefredo, donava all’abbazia di S. Vincenzo al Volturno una chiesa dedicata a S. Apollinare, in diocesi di Boiano, situata “ad Maccla Godini”.

Forse fu in quella occasione, tre anni dopo l’inizio del nuovo Millennio, che l’abate Maraldo faceva sistemare davanti alla sua nuova chiesa un leone preso da un mausoleo romano di cui forse rimane traccia in una delle tante epigrafi del municipio della Boiano romana.
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Le tombe monumentali circolari per gli abati benedettini erano un’utile risorsa per ricavare pietre già lavorate. Come quella a noi nota di Ennio Marso a Sepino

Le pietre curve erano ottime per formare le absidi delle basiliche.
I leoni, che in origine erano di guardia alle sepolture, cambiata funzione, diventavano il simbolo del potere temporale degli abati sul territorio.
Oggi solo le notizie cronachistiche aiutano a capire il senso della loro esistenza.
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Così pure per quella pietra che sta vicina al leone e che una volta, sicuramente, stava nei pressi della “porta da capo” del paese.
E’ un sasso di buone dimensioni nel quale è stato ricavato un foro capace di contenere poco meno di sessanta litri di grano. Perché una volta del grano non si valutava il peso, ma il volume.
Quello che veniva definito come tomolo.
Il tomolo di Macchiagodena, posizionato in luogo pubblico, costituiva la misura ufficiale per la compravendita non solo del grano, ma di tutti i cereali sciolti che venivano venduti nel mercato del paese.
Per facilitare lo svuotamento il piano interno del tomolo è inclinato in maniera che, sollevando la tavoletta che era posta nella parte più bassa a chiusura del foro, il grano potesse scivolare nei sacchi.

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