I regni effimeri dei signori della guerra

di Elisa D’Annibale

I Regni effimeri dei Signori della guerra, 1918-1922


Cuori di tenebra. I Signori della guerra che volevano farsi re di Eugenio Di Rienzo, pubblicato da Neri Pozza Editore, si presenta come un’analisi che esplora le vite e le gesta di figure storiche straordinarie e controverse, i cosiddetti Kriegsherr, per usare un antico termine germanico, e si distingue per la sua ricchezza di dettagli storici e per la capacità di intrecciare le vicende personali dei protagonisti con il contesto geopolitico dell’Europa e dell’Asia nella prima metà del XX secolo. Il volume si articola in una serie di capitoli dedicati a personaggi storici che, in un modo o nell’altro, hanno cercato di ritagliarsi uno spazio politico-militare privato, approfittando della dissoluzione del vecchio ordine mondiale.
Tra gli attori di questa deriva troviamo Gabriele D’Annunzio, Pëtr Nikolaevič Vrangel’, Guglielmo Francesco d’Asburgo-Lorena, Roman von Ungern-Sternberg e İsmâil Enver. Questi uomini, provenienti da contesti culturali e geografici diversi, sono accomunati dall’ ambizione di creare nuove entità statuali in un periodo di crisi e disgregazione di organismi politici di antica data.  Non a caso il libro si apre con un’introduzione che contestualizza il periodo storico, caratterizzato dalla caduta di grandi Imperi come quello asburgico, russo, ottomano e germanico e dalla nascita di nuovi Stati nazionali. Di Rienzo ci mostra, infatti, come i Warlords del primo ventennio del XX secolo abbiano sfruttato il caos geopolitico, immediatamente successivo alla fine della Grande Guerra, per perseguire i propri obiettivi, con metodi illegittimi ispirati al mero uso politico della violenza. E ci offre un ritratto dettagliato di ciascun protagonista, esplorando le loro motivazioni, le loro azioni e le conseguenze delle loro scelte.
Gabriele D’Annunzio, l’esteta del «vivere inimitabile», il Vate della Nuova Italia, il Poeta-Soldato disposto «a osare l’inosabile», lo spericolato organizzatore di imprese aviatorie suicide, intraprese principalmente, forse, per sottrarsi con un glorioso coup de théâtre al «turpe abbraccio della vecchiaia», dopo aver impedito la conquista slava di Fiume, decise di creare una Ducea indipendente dal Regno d’Italia, estesa dal Golfo del Carnaro alle coste della Dalmazia e alle sue isole, copia conforme seppur miniaturizzata dello «Stato da Mar» della Serenissima. Quella chimera verrà meno, dopo la firma apposta dalle delegazioni di Roma e Belgrado al Trattato di Rapallo del 12 novembre 1920, quando circa un mese la Reggenza del Carnaro verrà spazzata via, su ordine del governo Giolitti, dall’attacco concentrico del Regio Esercito e della Regia Marina nelle giornate che D’Annunzio battezzerà con l’epiteto di «Natale d’infamia».
Pëtr Nikolaevič Vrangel’, un aristocratico della nobiltà russo-baltica, fu soprannominato il Barone nero a causa dell’uniforme bruna indossata da lui e dalle sue truppe. Divenuto, il 3 aprile 1920, capo supremo dell’Armata dei Volontari in lotta contro il regime bolscevico, dopo le sconfitte subite dai suoi predecessori – l’ammiraglio Aleksandr Kolčak e il generale Anton Denikin – si ritirò in Crimea. Qui riorganizzò la Flotta del Mar Nero passata in gran parte sotto il suo comando. Ricompose lo schieramento delle sue forze per muoverle alla riconquista di una vasta porzione della Russia sud-orientale. Trasformò la Crimea in uno Stato autonomo dove rivitalizzò le attività finanziarie e commerciali. Attuò un’incisiva riforma agraria, favorendo una parziale ridistribuzione della grande proprietà terriera tra piccoli fittavoli e braccianti. Concesse una sostanziale libertà di stampa e si aprì alla collaborazione con tutte le componenti politiche ostili alla dittatura leninista. Nell’autunno del 1920, ritenuta impossibile la resistenza contro l’offensiva sovietica, Vrangel’ riuscì a organizzare l’esodo di tutta l’Armata Bianca, delle sue unità navali e di gran parte dei profughi civili a Costantinopoli. Da dove prese avvio la lunga e travagliata diaspora dei fedelissimi del Barone nero che, dall’invasione della Russia da parte della Germania nazionalsocialista fino al termine della Seconda guerra mondiale, furono inquadrati come formazioni ausiliarie della Wehrmacht e delle Waffen-SS (SS combattenti).
Guglielmo Francesco d’Asburgo-Lorena, Willy per la sua famiglia e per l’estesa cerchia delle sue amicizie intime, aristocratiche e regali, era un Arciduca della Casa regnante che dominava il più antico Impero europeo. Multietnico, multireligioso, multiculturale esteso dalle verdi acque dell’Adriatico all’Ucraina. Di questa Terra della Corona Guglielmo decise di divenire sovrano, quando la Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa (RSFS Russa) pagò il prezzo della fuoriuscita dal conflitto con la decomposizione dell’Impero zarista, siglando con le Potenze centrali il Trattato di Brest-Litovsk. Con il quale Mosca abdicava alla sovranità dei domini non russi dei Romanov e di conseguenza trasformava la patria adottiva di Willy in terreno di conquista dilaniato da sanguinose guerre esterne e da feroci contese intestine, che s’intersecarono con la politica predatoria dei governi di Berlino e di Vienna intenzionati a mungere fino in fondo la grassa vacca ucraina, fino a distruggerne il tessuto economico e sociale.
Incaricato dall’imperatore Carlo I d’Austria di agire come suo agente speciale per trasformare l’Ucraina in uno Stato sovrano – destinato a entrare a far parte di una federazione imperiale sovranazionale che avrebbe dovuto sostituire la vecchia architettura istituzionale nella monarchia asburgica – Guglielmo si impegnò a costruire una coscienza nazionale tra i contadini, concedendo loro di conservare i campi che avevano strappato alla ristretta cerchia dei grandi latifondisti dopo i moti che avevano fatto seguito alla Rivoluzione d’ottobre. E divenne, per la gleba rurale dei tavolieri attraversati dalle correnti del Dnepr e del bassopiano del Doneck, l’Arciduca rosso, l’Asburgo che amava la gente comune, “il Principe del popolo”, il sovrano straniero inviato da Dio per regnare su un Paese, finalmente libero e uno, dopo la secolare soggezione alla Germania, all’Austria e alla Russia.
Per un lungo periodo, costellato dai conflitti che martoriarono quella terra insanguinata, della quale ci ha dato una testimonianza di prima mano Michail Bulgakov, uno dei massimi scrittori russi del Novecento, nel romanzo La guardia bianca, pubblicato nel 1925, questa eventualità parve possibile. La grande illusione terminò, definitivamente, solo con la completa “liberazione” dell’Ucraina dall’occupazione tedesca da parte dell’Armata Rossa degli Operai e dei Contadini al termine della grande offensiva del giugno-agosto 1944. Dopo la quale Vasyl Vyšyvanyj, il nome ucraino adottato dall’Arciduca, arrestato a Vienna alla fine di agosto 1945 e più volte sottoposto a stringenti interrogatori dall’intelligence militare sovietica, fu infine riconosciuto colpevole di spionaggio e attività controrivoluzionaria e venne ristretto in una cella del carcere di Kiev. Dove si spense il 18 agosto 1948 stroncato dalla tubercolosi.
Di lui rimane il ricordo di una personalità dotata di frenetico attivismo e di eccezionale sprezzo del pericolo connotata da una congenita ambiguità per ciò che riguardava le convinzioni ideologiche e le abitudini sessuali. Lontano dalla terra della quale aveva ambito di cingere la corona, Guglielmo inanellò intrighi e complotti con i più diversi e meno affidabili compagni di strada. E arrivò a sostenere, dalla sua residenza austriaca, l’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini di Stepan Bandera che assicurò allo sforzo bellico delle Divisioni del Reich il sostegno di circa 150mila uomini, reclutati nelle regioni occidentali del Paese, giudicati dagli ideologhi nazisti “integrabili” alla Germania hitleriana. Compresi gli effettivi della 14. Waffen-SS Grenadier Division Galizien che fornì il suo volenteroso contributo all’Olocausto, fu responsabile nel febbraio-marzo 1944 della strage di civili polacchi nell’Ucraina occidentale e partecipò alla repressione della sollevazione antinazista in Slovacchia nell’estate-autunno di quello stesso anno.
Roman Fëdorovič von Ungern-Sternberg, più noto come con i suoi numerosi soprannomi (Barone pazzo, Barone bianco, Barone sanguinario, Ungern Khān e più semplicemente Ungern), proveniva, come Vrangel’, da una famiglia dell’aristocrazia baltica passata al servizio dell’autocrazia zarista. Allo scoppio della Prima guerra mondiale inviato sul fronte galiziano, dove si guadagnò la reputazione di ufficiale valoroso ma sconsideratamente avventato. Più preoccupato di cercare la morte che la vittoria, Ungern, asceso rapidamente al grado di Maggiore, guidava cariche di cavalleria contro nidi di mitragliatrici, senza aver richiesto la copertura necessaria, o si portava, insieme ai suoi squadroni, in posizioni avanzate in pieno territorio nemico disubbidendo agli ordini dei superiori, senza considerare la salvaguardia della propria persona né tantomeno quella dei suoi sottoposti. Venne ferito quattro volte e decorato con la Croce dell’Ordine di San Giorgio, di San Vladimiro e di San Stanislao. Ma quel bottino di onorificenze non gli evitò, tuttavia, la Corte marziale nell’autunno del 1916 a seguito dell’ennesimo litigio con due ufficiali cosacchi, iniziato per futili motivi, sotto i fumi dell’alcol, e terminato in una rissa violentissima.
Rilasciato dalla prigione militare nel gennaio del 1917, venne trasferito nel Caucaso per prendere parte alle operazioni contro l’esercito ottomano. Qui fece la conoscenza dell’ataman cosacco Grigorij Semënov, al quale si legò con i vincoli di un legame destinato a durare nel tempo, cementato dalla stessa indole perversa e bestiale dei due futuri giannizzeri della steppa siberiana. Dopo la nascita del governo antibolscevico di Omsk, sorto in aperta contrapposizione alla RSFS Russa, Ungern si aggregò, mantenendo piena libertà d’azione, all’Armata dei Volontari di Kolčak, che, divenuto Supremo autocrate della Russia, trasformò il regime politico della Siberia in una sanguinaria dittatura militare, fino alla sua cattura da parte del Comitato rivoluzionario dell’Estremo Oriente, alla quale seguì la condanna a morte eseguita il 7 febbraio 1920.
Nel frattempo, Ungern si era trasferito nella Transbajkalia, l’estrema propaggine orientale del territorio russo. E in quel lembo dell’ormai frantumato Impero dei Romanov ristrutturò e potenziò la sua famigerata formazione di cavalleria asiatica, soprannominata la “Divisione selvaggia”, con il progetto di guidarla alla conquista della Mongolia. Per fare di quella torma di assassini, stupratori, predatori uno strumento militare affidabile il Barone bianco utilizzò la minaccia di punizioni draconiane, frequentemente eseguite, che prevedano la fustigazione a morte e l’impalamento per ogni minima infrazione ai suoi ordini. Ma si servì anche di un’accorta propaganda capace di fare breccia nel buddismo contaminato dalla tradizione sciamanica professato dai suoi uomini. Roman si presentava, infatti, come la reincarnazione del dio tibetano della guerra Dharmapāla. E, in alternativa, si proclamava il messia incaricato di annunciare il ritorno del “Re del Mondo”, progenitore di una stirpe incontaminata, destinata al dominio universale, da tempo immemorabile volontariamente segregatosi nella dimora sotterranea di Agartha a cavallo del confine che separava il Tibet dalla Cina.
All’inizio di febbraio del 1921, Ungern riuscì effettivamente a prendere possesso di una parte della Mongolia, dove contava di erigere un Khānato posto sotto la sua personale giurisdizione, dal quale sarebbe dovuta partire la guerra santa di tutti i popoli del Turkestan e dell’Asia orientale per arrestare l’avanzata del corrotto Occidente e della peste bolscevica e restaurare l’Impero dei Romanov in Russia e la dinastia Ch’ing in Cina.  Le alterne fortune della guerra, tuttavia fecero crollare quel progetto come un castello di carte. Nelle prime settimane di maggio, quando aveva impegnato parte delle sue forze in un’incursione al confine nella Transbajkalia, una massiccia offensiva delle truppe sovietiche penetrò in territorio mongolo, sbaragliò le sue truppe e lo costrinse a una frettolosa ritirata per raggiungere il Tibet insieme alla “Divisione selvaggia” che, stanca dei soprusi subiti dal suo comandante, il 17 agosto si ammutinò e cerco di ucciderlo senza riuscirvi. A distanza di quattro giorni, tradito e imprigionato da un principe mongolo presso il quale si era rifugiato, Ungern fu consegnato a un reparto di cavalleria dell’Armata Rossa. E, dopo un mese di detenzione, un tribunale speciale lo condannò a morte tramite fucilazione eseguita da un reparto di Guardie rosse siberiane poco dopo la lettura della sentenza.
İsmâil Enver, giovane ufficiale di carriera dell’esercito osmanide, alla fine del 1906 aderì al movimento dei Giovani Turchi. Quell’organizzazione politica, dove Enver conquistò presto una posizione preminente, mirava a una modernizzazione dell’Impero per farlo riemergere dalla palude dell’immobilismo del regime sultanale, ricalcata sul modello della nuova Germania, divenuta in tutte le sue componenti uno strumento dell’aggressiva politica espansionistica del Kaiser Guglielmo II. Enver fu, infatti, uno dei principali protagonisti della rivoluzione del 10 luglio 1908 promossa dai Giovani Turchi, raggruppatisi nel Comitato per l’Unione e il Progresso (CUP), che impose all’Imperatore Abdü’l-Hamīd II di ristabilire la Costituzione liberale del 1876.
Avendo poi, il 13 aprile 1909, Abdü’l-Hamīd tentato di riassumere la pienezza dei suoi poteri, organizzando un putsch delle truppe d’élite reclutate nei Balcani e nella Tracia orientale di stanza nella guarnigione di Costantinopoli, Enver assunse il comando dell’Esercito d’Azione rapidamente costituito dal CUP. Debellata l’insurrezione, il 24 aprile depose il fedifrago Padishah, relegandolo a Salonicco. E lo sostituì con il fratello Mehmed V, minacciandolo di defenestrarlo, a sua volta, se questi non avesse aderito allo spirito delle Tanzimât (il complesso delle riforme susseguitesi tra 1839 e 1876), ispirate a una variante ottomana dei sistemi parlamentari europei. Infine, Enver, capitanando personalmente il cosiddetto “raid alla Sublime Porta” del 23 gennaio 1913, ottenne, armi alla mano, dal nuovo Imperatore il consenso all’istituzione di una dittatura militare. Questa vera e propria democratura fu guidata con il pugno di ferro dal “Governo dei Tre Paša”: Mehmed Talât, ministro dell’Interno e in seguito Gran visir; Ahmed Djemal, prima Ministro dei Lavori pubblici e successivamente della Marina, Enver, intronizzatosi nella carica di Capo di Stato Maggiore delle forze armate del Sultanato, per poi subentrare a Hussein Nâzım Paša, il 4 gennaio 1914, come Ministro della Guerra e primus inter pares del Triumvirato.
La presa d’armi del Sublime Stato ottomano al fianco delle Potenze centrali del novembre 1914, voluta fortemente da Enver, ebbe esiti disastrosi. Rianimò le tendenze indipendentiste delle minoranze cristiane, alle quali il Ministro della Guerra, insieme a Djemal e Talât, rispose scatenando il genocidio armeno che si concluse nel 1923 con un bilancio oscillante da un milione e mezzo a tre milioni di morti. Dissanguò l’esercito ottomano che accusò, alla fine del conflitto, la perdita di 771.844 uomini tra caduti, prigionieri e dispersi. Pose fine all’Impero che doveva essere “eterno”. Polverizzò, senza possibilità di rimonta, il potere quasi assoluto detenuto, nell’arco di cinque anni, da Enver Paša. Quella discesa agli inferi portò İsmâil a morire, il 4 agosto 1922, in uno sperduto villaggio dell’Asia centrale, mentre accarezzava il miraggio di innalzare il vessillo della luna crescente e della stella a cinque punte su un Emirato del Turkestan che avrebbe dovuto estendersi dal Bashkiristan, al Kazakistan, Kirghizistan, al Tagikistan, al Turkmenistan, all’Uzbekistan, fino alla Mongolia e alla provincia cinese dello Xinjiang.
Il libro, qui recensito, affronta temi di grande rilevanza storica e politica, come il nazionalismo, i cambi di regime, la guerra e la violenza contro i civili, Di Rienzo ci dà conto di come i Signori della guerra abbiano cercato di sfruttare il caos geopolitico, successivo alla fine del conflitto per creare nuovi Stati e di assumere la loro signoria.  Tuttavia, il suo studio non si limita a una semplice narrazione delle loro gesta, ma offre anche una riflessione critica sulle loro motivazioni e sulle conseguenze delle loro azioni. Di Rienzo dimostra come questi uomini non abbiano agito solo sotto la spinta di un desiderio di potere personale ma anche per portare a termine una missione e tutelare il loro codice d’onore. La loro libido dominandi e la loro spinta ideale li portarono a compiere azioni straordinarie, ma anche a commettere atrocità e a causare sofferenze indicibili. Questo volume, inoltre, si distingue per il suo stile accattivante e per la sua capacità di intrecciare le vicende personali dei protagonisti con il contesto storico. Di Rienzo utilizza una vasta gamma di fonti, documenti d’archivio, memorie, carteggi, articoli di giornale, per offrire un quadro completo e dettagliato delle vite dei successori degli antichi Kriegsherr. La sua narrazione è arricchita da aneddoti e dettagli che rendono i personaggi vivi e scolpiti a tutto tondo.
Cuori di tenebra. I signori della guerra che volevano farsi re è un lavoro esemplare che offre una prospettiva unica su un periodo storico per molti versi restato terra incognita per gli studiosi italiani.  Di Rienzo riesce a catturare l’essenza di un’epoca e a raccontare le vicende di uomini bigger than life che hanno cercato di plasmare il mondo secondo la loro visione.  La sua ultima fatica è un’opera di grande valore storico e letterario, per la finezza dello stile che merita di essere studiata per comprendere meglio le dinamiche della politica internazionale in un momento cruciale della storia europea e asiatica. L’autore inoltre ci invita a riflettere su come il passato possa ripresentarsi nuovamente, come un fiume carsico che improvvisamente affiora dal sottosuolo, con esplicito riferimento all’attuale, drammatica crisi geopolitica di cui siano spettatori. Oggi, infatti, sostiene Di Rienzo, i Signori della guerra non sono più i solitari eroi, carnefici, avventurieri del passato ma le nuove e meno nuove Potenze imperiali e i loro satelliti. La storia, infatti, si ripete non come farsa ma come tragedia. Ed è proprio per questo che la vecchia, cara Geschichtswissenschaft è fondamentale per comprendere le dinamiche attuali e future che attraversano e attraverseranno il nostro mondo.

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