I fantasmi del cappellaio

di Carlo Rolle

“I fantasmi del cappellaio” di Georges Simenon, Adelphi
Buongiorno, amici lettori. Vi propongo un altro romanzo di Georges Simenon (1903-1989): “I fantasmi del cappellaio”. Fin dalle prime pagine questo libro trasporta il lettore nel pieno di una catena di delitti.
Il romanzo, pubblicato per la prima volta nel 1949, era stato preceduto, nei due anni precedenti, da due racconti che narravano la stessa vicenda, ma dal punto di vista di un altro personaggio. Ma alla fine Simenon riscrisse questa storia in modo più esteso, mettendo al centro di essa il cappellaio menzionato nel titolo. Sempre con riguardo al titolo, ricordo che in francese la parola ‘fantômes’ ha anche il significato di ‘ossessioni’, ‘fissazioni’, ‘incubi’.
Ci troviamo a La Rochelle, sulla costa atlantica, da molti secoli importante porto, con un centro storico ricco di antichi edifici e oscuri vicoli. Sulla rue du Minage si affacciano, dirimpetto una all’altra, le case in cui vivono i due antagonisti della vicenda: Léon Labbé, agiato proprietario di un negozio di cappelli, e Kachoudas, umile sarto armeno.
Siamo all’inizio di dicembre e piove ininterrottamente da tre settimane. In questo periodo sono avvenuti in città alcuni delitti: cinque donne di una certa età sono state strangolate. L’assassino è lo stesso: lo rivelano anche i messaggi che costui ha inviato al giornale locale. Un giovane giornalista che scrive di quei delitti ha osservato che lo Strangolatore dispone certo di tempo libero, dato che compone le sue lettere incollando centinaia di minuscoli caratteri ritagliati dai giornali.
L’ambientazione del romanzo è cupa e opprimente, sia per la stagione e l’incessante pioggia, che per la paura suscitata dai delitti. A metà pomeriggio è già buio: il cappellaio conclude la propria attività in negozio e sale la scala a chiocciola nel retrobottega. Arriva ad un pianerottolo e da qui, attraverso una porta chiusa a chiave, accede alla camera da letto coniugale. Mathilde, la moglie del signor Labbé, che quindici anni prima è rimasta paralizzata, da molto tempo non vuol più veder nessuno.
Il signor Labbé è un sessantenne alto e robusto, elegante e signorile nel portamento, calmo e autorevole nei modi. Quarant’anni prima, anziché terminare l’università, decise di dedicarsi al negozio di cappelli del padre. Ha pochi clienti, perché vende modelli sorpassati, ma per lui va bene così. Non ha problemi economici e non ha fratelli, figli o nipoti di cui preoccuparsi. Può permettersi un commesso; ogni pomeriggio, quando Labbé esce, delega al commesso la chiusura del negozio.
Al piano terra della casa c’è anche la sala da pranzo con cucinino annesso; in questa stanza passa le giornate la domestica, che prepara il pranzo per Labbé e la moglie. Lui vi consuma pranzo e cena, poi sale al piano superiore con le porzioni per l’inferma. Dalla stanza al primo piano, attraverso una finestra che tiene schermata da tende di giorno e da un avvolgibile di sera, il signor Labbé osserva l’abitazione di fronte. È un edificio simile al suo: al piano terra si trova il negozio di Kachoudas.
Nessuno in città usa il nome di battesimo del piccolo sarto; tutti lo chiamano col solo cognome. È un profugo armeno, giunto in Francia da paesi funestati da guerre e genocidi. Al piano superiore vi è il suo laboratorio, nonché abitazione sua, della moglie e dei loro bambini. La finestra del sarto non ha tende, né è schermata da tapparelle o persiane. Labbé può osservare ciò che accade all’interno. Il sarto lavora anche la sera, alla luce di una mesta lampadina che pende dal soffitto.
Nel descrivere questi ambienti Simenon ci introduce nella vita dei personaggi, regolata da una routine invariabile. Léon Labbé ripete ogni giorno gli stessi gesti, dice più o meno le stesse cose, e più spesso tace. Ma ci sono dei motivi per quest’osservanza scrupolosa della routine da parte del cappellaio, e Simenon ce li rivela quasi subito: l’uomo ha un paio di inconfessabili segreti.
Il primo segreto è che non c’è alcuna signora Labbé, o meglio, non c’è più. Il cappellaio finge ogni volta di portarle da mangiare, ma la sua è una commedia inscenata per la domestica, la quale non ha mai visto la signora Mathilde, né ha mai messo piede nella camera da letto dei coniugi. Le porzioni della moglie le mangia lui o le getta nello scarico del bagno. Durante il giorno, dalla strada si può intravedere una figura presso la finestra, dietro le tende, ma si tratta soltanto di una delle teste di legno che il signor Labbé adopera per tenere in forma i suoi cappelli. Egli ha perfino inventato un congegno, che aziona segretamente in negozio, mediante il quale produce un colpo sul soffitto, come se l’inferma lo chiamasse. Nessuno immagina che lei sia morta.
Ogni pomeriggio verso le cinque Labbé e Kachoudas si recano al Café des Colonnes. Il sarto va a bere un bicchiere di vino e a fumarvi una sigaretta. Il signor Labbé va ad incontrare i suoi amici. Anche se i due escono di casa alla stessa ora, non si può dire che vadano insieme al caffè: il divario sociale che li divide è grande, e i due camminano ad una certa distanza.
Il signor Labbé sa che Kachoudas, magrolino e minuto, non ama trovarsi da solo per strada da quando c’è in giro lo Strangolatore. Perciò fa in modo di uscire solo quando ha visto dalla finestra che il vicino è pronto ad uscire a sua volta. Ogni giorno, entrambi escono come per caso nello stesso momento; si salutano e poi si dirigono verso il caffè, il cappellaio davanti e il sarto dietro, ad una certa distanza.
Nel Café des Colonnes si ritrovano ogni pomeriggio gli amici del signor Labbé per giocare a bridge. Sono tutti nati lì, sono coetanei e si conoscono da una vita. Kachoudas non è dei loro; viene al Café des Colonnes e guarda la partita, ma nessuno bada a lui né gli chiede mai se vuole giocare. È proprio in quel caffè, mentre il signor Labbé è impegnato nel bridge e Kachoudas osserva i giocatori, che avviene, nel primo capitolo del libro, un episodio quasi insignificante.
Kachoudas, che ha i piedi e i calzoni inzuppati dalla pioggia, osserva gli eleganti pantaloni con i risvolti dell’impeccabile Labbé. Col suo occhio esperto ne ammira il taglio, la stoffa, la piega perfetta. E un giorno vede anche qualcosa di bianco rimasto attaccato ad un risvolto, forse un filo ripiegato. Con un gesto automatico il sarto si china in avanti e fa per toglierlo con le dita: è il gesto naturale che avrebbe fatto durante la prova di un abito per un suo cliente.
Solo che non è un filo ciò che Kachoudas si ritrova tra il pollice e l’indice. Si tratta invece di due minuscole lettere ritagliate in una carta sottile, una carta di giornale. L’attenzione del signor Labbé era rivolta alla partita, ma naturalmente ha visto il gesto del sarto e ora si è girato a guardarlo. Lo guarda dall’alto in basso, con espressione impassibile. Kachoudas resta come paralizzato: il panico si è impadronito di lui. Nel raddrizzarsi, porge al cappellaio, senza guardarlo, i minuscoli ritagli e balbetta: “Le chiedo scusa. Credevo che …” e non riesce a proseguire.
Labbé prende i ritagli e se li infila in tasca impassibile. Ora sa che il sarto ha capito. E Kachoudas sa che il cappellaio sa. Intorno a loro, invece, nessuno si è accorto di nulla. Questo è l’avvio del romanzo: siamo a metà del primo dei suoi dieci capitoli.
I capitoli seguenti completano sapientemente l’atmosfera dei luoghi e la psicologia dei personaggi. Conosceremo tutti gli amici del signor Labbé, e conosceremo tutte sue le vittime. E intanto assisteremo al lungo e sottile gioco tra lui ed il sarto, il quale esita a parlare, anche dopo esser diventato testimone di un altro delitto.
Labbé sente che Kachoudas non oserà parlare, nonostante la taglia posta sullo Strangolatore. Ogni sera Kachoudas continuerà a seguire il cappellaio, ogni sera i due si saluteranno come se nulla fosse cambiato. Un precario equilibrio si mantiene pagina dopo pagina, mentre una tensione crescente stringe, insieme al lettore, più l’umile sarto che il cappellaio assassino.
Il romanzo ci mostra l’evoluzione del rapporto tra i due antagonisti. Direi che il suo tema è l’anomia a cui conduce il delitto, anche se Simenon non avrebbe usato un termine così astratto. L’anomia, che indica letteralmente uno stato in cui un individuo non è più legato alle leggi, è il contrario della solidarietà umana, dell’appartenenza ad una comunità. Il grande sociologo Émile Durkheim ne aveva sottolineato l’effetto disgregatore sulla psiche nel suo celebre saggio del 1897, “Il suicidio”.
A prima vista il cappellaio non pare risentire del suo essersi posto fuori di ogni legge. Nelle sue lettere al giornale locale, ha asserito di avere un motivo preciso per i suoi delitti, anzi una necessità. Quando il settimo omicidio sarà stato compiuto – così ha scritto – i delitti finiranno.
Dunque il cappellaio sostiene di avere (scoprirete leggendo il libro se sia vero o no) uno scopo, un compito da eseguire. Nell’eseguirlo, deve adottare molte precauzioni, riflettere su ogni sua parola e su ogni suo gesto. Non vediamo in lui l’agire convulso e frenetico di certi personaggi di Dostoevskij. Il signor Labbé esercita su di sé un grado di controllo eccezionale e non dà adito al minimo sospetto, nemmeno in coloro che lo frequentano ogni giorno: il suo commesso, la domestica e gli amici del Café des Colonnes.
È un controllo che suscita in lui una fierezza per i propri nervi d’acciaio, la propria astuzia, la propria meticolosità. Egli ne ricava un senso di realizzazione, confermato più volte al giorno durante tutte le interazioni che ha con gli altri. Le prove che ogni giorno supera riempiono la sua vita e rendono e il suo incedere calmo e sicuro. Un senso di solidità emana da lui, che appare l’antitesi dello stereotipo dell’assassino preda del rimorso, braccato dalla paura.
Naturalmente uno che sa c’è: è Kachoudas. Ma è proprio questo a creare nel cappellaio il culmine del proprio intimo trionfo. Diventa infatti sempre più chiaro che il piccolo sarto non oserà denunciare. Teme infatti di non essere creduto, da profugo che nessuno degna d’uno sguardo. Léon Labbé ha dunque trovato un testimone del proprio successo, uno che sa che il cappellaio ha saputo commettere molti omicidi senza tradirsi, senza vacillare, senza sbagliare mai. Kachoudas è il suo pubblico, l’unico pubblico che Labbé potrà mai avere.
E quindi il cappellaio inizia ad amarlo, questo suo pubblico; egli scarta ben presto l’idea di eliminarlo. Anzi: ogni sera si fa seguire da Kachoudas, lo saluta come sempre, medita di regalargli lui stesso una somma pari a quella della taglia, riflette su come potrebbe far ciò senza umiliarlo, fantastica su un futuro in cui potrà spiegargli pacatamente le proprie ragioni e portarlo a convenire che i delitti erano inevitabili.
Ma proprio nel giorno in cui – come l’assassino aveva annunciato ai giornali – avrebbe dovuto verificarsi il settimo ed ultimo omicidio, esso non potrà avvenire. Anzi, verrà meno anche la ragione per commetterlo. Questo potrebbe essere il trionfo finale per l’assassino, il quale ormai non dovrà più correre ulteriori rischi. Una coltre di silenzio potrà calare definitivamente sui suoi delitti.
Eppure – ci dice Simenon – le cose non andranno così. Quanto è avvenuto ha subdolamente inciso sulla salute mentale del cappellaio. Da settimane ogni suo gesto, ogni sua parola hanno assunto un senso solo in rapporto ai delitti. Labbé è ormai un virtuoso dell’omicidio; questa è la sua nuova, segreta identità, quella che dà un senso ai suoi giorni. E quando ulteriori delitti non hanno più ragione di venir commessi, anche il senso della sua esistenza inizia a vacillare. Proprio nel momento che avrebbe dovuto segnare il suo trionfo, il cappellaio comincia a discendere in una spirale di tenebra.
Naturalmente, amici lettori, la fine analisi psicologica di Simenon non si palesa in alcuna descrizione di processi mentali. Non vi è alcuna esplicita introspezione in questo libro. Lo scrittore ci parla soltanto attraverso i piccoli gesti dei suoi personaggi, attraverso le loro parole banali e reticenti, attraverso i loro silenzi, proprio come avviene nella vita. Eppure Simenon sa condurci con il suo stile asciutto attraverso i labirinti della psiche fino ai confini della follia.

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