I casini casertani di Francesco I

di Nando Astarita

𝐈 𝐂𝐚𝐬𝐢𝐧𝐢 𝐜𝐚𝐬𝐞𝐫𝐭𝐚𝐧𝐢 𝐝𝐢 𝐅𝐫𝐚𝐧𝐜𝐞𝐬𝐜𝐨 𝐈
Il principe ereditario Francesco, seguendo la tradizione del nonno Carlo e del padre Ferdinando che avevano passione per la sperimentazione agricola e zootecnica finalizzata sopratutto a selezionare specie vegetali e razze di animali miù resistenti e produttive, nel 1785 decise di farsi costruire in territorio casertano un casino con relativa azienda agricola. Pertanto comprò un esteso fondo nella zona detta “Starza Grande”, una fertile area non lontana dalla città delimitata a nord dalla via aperta nel 1753 da Luigi Vanvitelli e che, ornata da doppi filari di olmi ai lati, collegava Casanova a q Garxano, , a est da una che ricalcava un antico scolo pluviale ( Letto di Lava), a sud dalla via di San Carlo e, a ovest, dalla via di Sant’ Antonio. Insomma, quella vasta area a nord est dell’attuale città che oggi ha al suo centro il parco Gabriella. Il principe nel 1795 affidò il progetto di questa masseria con casino a Pietro Bernasconi, allievo di Carlo Vanvitelli e nipote di quel Petro Bernasconi braccio destro di Luigi Vanvitelli nel Gran Cantiere della Reggia. Dunque, Bernasconi progettò il casino come un severo palazzetto rustico a due piani che affacciava sulla via di Sant’ Antonio con alle spalle altri edifici minori a servizio alla azienda agricola che si estendeva verso est fino alla via del Macello e a sud fino a via Pallettoni ( attuale via Tanucci) entrambe vie aperte a fine del ‘700. E questa masseria cominciò subito a dare tali soddisfazioni al Principe che, già all’inizio del 11800, volle un suo ampliamento e quindi acquisitò un nuovo fondo di circa 24 moggia a nord della Starza Grande per costruirvi un nuovo Casino con annessa un’altra azienda agricola. Anche questo progetto fu affidato a Pietro Bernasconi che questa volta però ideò un Casino del tutto diverso da quello di Sant’Antonio perché presentava con un corpo centrale quadrato a due piani, da utilizzare come residenza, affiancato da due ali di edifici da utilizzare per le necessità della masseria. Insomma, un modello che richiamava alquanto quello di Catditello e, forse non a caso, fu incaricato di sovraintendere a tali lavori proprio l’architetto Francesco Collecini. La nuova masseria prevedeva anche un lungo viale di accesso che, intersecando con un altro, formava prima una piccola rotonda e con sedili ai lati e poi sfociava in un largo spiazzo antistante il Casino. Il progetto subì diverse varianti in corso d’opera e, tra l’altro, fu aggiunta una piccola cappella a volta dedicata a Santa Rosalia, con annessa piccola abitazione del cappellano, ed una grande loggia che però fu necessario abbattere dopo il terremoto del 1805. Inoltre, come per quello di Sant’Antonio, anche questo Casino prevedeva al piano nobile la residenza del Principe finemente arredata e anche questa masseria cominciò finsaxsubito a dare soddisfazioni tant’è che già nel 1802 si costruirono nuovi edifici per i suoi lavoranti. Dunque chissà quali ulteriori sviluppi avrebbe avuto l’attività agrozootecnica di Francesco se il tutto non fosse stato bloccato dall’invasione francese del 1805.
Comunque la sorte dei due casini sarà del tutto diversa soprattutto in conseguenza della loro diversa ubicazione.Infatti, il casino di Sant’Antonio più vicino alla città tu da essa fagocitato tant’è che oggi, scarsamente riconoscibile per le ristrutturazioni intervenute è assolutamente integrato nel tessuto urbano ed ovviamente non c’è più traccia degli edifici minor8 né tanto più del fondo agricolo.
Invece, il casino di Santa Rosalia, sia perché più lontano dalla città sia per le vicende che hanno caratterizzato la sua proprietà successiva, è arrivato fino a noi pressoché integro e e perfino con la sua cornice verde per quanto ridotta rispetto all’originaria e dunque, anche se fortemente degradato, fa tuttora la sua gran bella figura.
A tal proposito è interessante riferire una nota riportata riguardo questo Casino dall’amico Massimo Posillipo nel suo bel volume “ Da villaggio Torre a Caserta”. Eccola: Nel 1860, durante la battaglia del Volturno, tra i garibaldini posizionati sui Tifatini vi era un giovane agricoltore settentrionale, tale Giovanni Maggi che guardava ammirato la piana sottostante così bellamente coltivata. Cosicché al suo occhio esperto non dovette sfuggire la bella masseria di Santa Rosalia e perché avrebbe confidato ad suo commilitone che, alla fine di quella sarabanda, sarebbe ritornato a Caserta e avrebbe comprato proprio quella masseria. Ed evidentemente così fu perché, per decenni, quel fondo col relativo casino Santa Rosalia, sarà proprietà della famiglia Maggi divenuta nel dopoguerra nota nella zona anche per attività imprenditoriali nel settore parafarmaceutici.

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