I briganti italiani nell’immaginario romantico

di Armando Pepe

Nel libro «Briganti d’Italia. Storia di un immaginario romantico», edito da Viella, Giulio Tatasciore offre una nuova lettura del mondo criminale underground nel corso dei secoli XVIII e XIX, ricavandone le fonti dalla letteratura e dalla pittura coeve. La narrazione è condotta su diversi piani, il cui intreccio è conseguentemente pluri-prospettico. Linearmente, in sei densi capitoli, l’Autore snoda un discorso intorno ad altrettanti punti fondamentali, riassumibili nella diade “percezione della violenza”, una categoria che rientra a pieno diritto nell’estetica. Il Centro e il Mezzogiorno d’Italia, “paradiso abitato da diavoli”, all’epoca del Grand Tour sollecitavano (e solleticavano) diverse sensazioni, laddove il pittoresco si univa all’orrido, il terribile ai misteri e alle tenebre del neogotico. «È in questo clima culturale che, nella vivace comunità dei viaggiatori di stanza a Roma, si fa strada una pressante fame di notizie attendibili sui briganti…E così la tangibile recrudescenza dell’attività delle bande cui si assiste nel biennio 1817-1818, in un periodo segnato da continue voci di rapine o eclatanti tentativi di sequestro, alimenta un’attenzione morbosa verso il tema» (pp. 130-131). La vasta e profonda eco invade e permea la cultura europea, affermandosi in modo lampante quella volontà di nutrirsi di notizie particolareggiate emergenti da fatti eclatanti. I romanzi tedeschi, inglesi e francesi ambientati nelle Calabrie catturano l’attenzione dei lettori e spontaneamente sorge il paragone tra le classi subalterne europee. «Questi articolati mutamenti fanno sì che ancora nella prima metà dell’Ottocento il legame tra i devianti e la “cattiva povertà”- una miseria che fin dal Medioevo appare traccia di perversione morale- si presenti nelle fattezze di una più concreta realtà sociale. Un universo localizzato, fatto di gente sospetta in quanto priva di mezzi di sussistenza leciti. E da decriptare, con l’intento di edificare una società meglio normata» (p. 138). Il popolo degli oziosi e degli emarginati, descritto in pagine di rara efficacia da Charles Dickens per quanto riguarda i bassifondi londinesi e Victor Hugo, in una diacronica dimensione parigina che va da Notre-Dame de Paris ai Miserabili, formò la base d’appoggio alle teorie positivistiche lombrosiane, assieme allo studio antropometrico sui cadaveri dei briganti. Assodato che «la sensibilità romantica ha inventato il tipo del brigante italiano, situato in una griglia di rappresentazioni che attinge al discorso letterario, a quello sociale, a quello politico» (p. 158), la domanda successiva è «che funzione hanno avuto le forme dell’entertainment e della cultura visuale nel rendere questa figura esotica un elemento pervasivo e trasversale dell’immaginario europeo? E in che modo, ancora, un rinnovato sistema di comunicazione pubblica ha incrociato la folklorizzazione dei briganti, già avviata da viaggiatori e artisti di stanza a Roma o a Napoli?» (p. 158).  L’Autore si sofferma anche sull’aspetto della la circolazione delle immagini nei teatri e delle fiere di paese, attraverso i cosmorami, che rendevano l’idealtipo del brigante italiano, con il cappello piumato, le calzature a lunghi lacci, il camiciotto, insieme allo schioppo e al pugnale; materia da cantastorie, che magari si poteva vedere finanche negli spettacoli teatrali dei burattini durante i mercati e le feste patronali, che veniva riciclata dai nonni nei racconti fatti davanti al camino nelle lunghe sere invernali. Tutto ciò costituiva un patrimonio culturale immateriale, profondamente radicato nelle tradizioni familiari, in cui le vicende di briganti quali Fra’ Diavolo, Gasbarrone e Mammone assurgevano a leggenda. Oltre al tema prettamente letterario, Giulio Tatasciore affronta con notevoli esempi il lato artistico, risalendo all’enigmatico pittore napoletano Salvator Rosa, autore di tormentate nature selvagge, «percepito come romantico ante litteram e famoso per le conturbanti scene di stregoneria e battaglia» (p. 42) che affascinarono il pittore americano Washington Allston, il quale era letteralmente rapito dagli «enigmatici gruppetti di briganti che puntellano simili vedute, quasi fossero apparizioni luciferine, terribili e maestose. Sono gli stessi soggetti che sembrano animarsi nelle storie lette di soppiatto, durante le notti insonni, rabbrividendo ad ogni pagina. Soggetti violenti, ma di una violenza lirica, che evoca “la poesia della vita”. Allston ne farà un’ossessione. È lui che la definisce così: “banditti mania”» (pp. 42-43), una mania dalle declinazioni infinite, come ottimamente Giulio Tatasciore ha evidenziato.

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